L’arte di arrangiarsi torna al cinema

Salemme, Finocchiaro, Battiston, Bergamasco. Ci sono i bei nomi dell’attuale cinematografia italiana (quella che peraltro sta battendo tutti i record d’incasso) nel nuovo film di Giovanni Albanese, nelle sale dal 6 maggio. Ma Giovanni Albanese è anche un artista e i suoi lungometraggi inglobano sempre tematiche inerenti l’arte contemporanea. In questo caso tutta la storia, come Albanese racconta in questa intervista, si dipana attorno a una collezione.

Il contemporaneo in Senza arte né parte

L’aspetto più interessante per noi nel tuo nuovo film, Senza arte né parte, è il ruolo che l’arte contemporanea svolge nella storia: diventa una vera e propria strategia alternativa di sopravvivenza, e un’occasione effettiva di riscatto, per gli operai di un pastificio in chiusura.
Sì, è proprio così. Si tratta di operai ultraquarantenni che perdono il posto di lavoro a causa della crisi: fanno parte, a tutti gli effetti, degli ultimi di questa società. In questa condizione, si trovano improvvisamente di fronte a una collezione d’arte contemporanea, sistemata provvisoriamente nel vecchio pastificio. E apre per loro, istantaneamente, scenari inediti. Davanti all’arte contemporanea – dopo una prima reazione d’incomprensione – provano grande rispetto, addirittura spavento. A Carmine (Giuseppe Battiston), per esempio, Enzo (Vincenzo Salemme) dice che l’Impronta d’artista (1960) di Piero Manzoni costa 45.000 euro, e gli spiega come, trattandosi di un’opera d’arte, “mica la può fare chiunque”. Spinti dalla disperazione, invece, rifanno questa e le altre opere rimettendole nella collezione di Alfonso Tammaro (Paolo Sassanelli). Dando vita a una truffa in grande stile.

Si tratta dunque di un’opzione costruttiva, dal momento che in questa rappresentazione dell’arte contemporanea non c’è solo l’aspetto ironico e critico, nei confronti soprattutto di un certo sistema.
Sì, perché reimpiegano in questo modo, creativamente, la loro manualità, che era stata rifiutata e respinta con la perdita del vecchio lavoro. Gli si apre così una finestra, una via d’uscita, e comincia un’avventura bellissima. Scopriranno – replicandoli – Jannis Kounellis (Roma e il mare), Pino Pascali (Bomba a mano, Baco da setola), Lucio Fontana, Mimmo Paladino (La montagna di sale), Julian Schnabel (Plate Paintings) e tanti altri.

Donatella Finocchiaro, Beppe Battiston, Vincenzo Salemme con il regista Giovanni Albanese - photo Piero Marsili Libellii

Un tuo modello evidente, in questo caso, mi sembra essere La banda degli onesti (Camillo Mastrocinque, 1956), con Totò, Peppino de Filippo e Giacomo Furia: ti stai rifacendo quindi consapevolmente alla grande commedia italiana, aggiornandola e adeguandola alla società contemporanea?
Proprio così! Solo che lì facevano un casino per spacciare soldi veri, e qui invece per rifare opere d’arte. C’è una scena in cui il pastaro Tammaro, appartatosi con la sua consulente finanziaria (Sonia Bergamasco), scopre Enzo che sta trafficando con gli Achrome (1961-62) di Manzoni, e che una volta scoperto si giustifica dicendo che si sta informando. Dopo il sesso, lei chiederà ad Alfonso: “Ma tu ti sei chiesto perché un operaio disoccupato si occupa d’arte contemporanea?” E lui risponde: “Perché è un operaio”. Ecco, credo che in questo passaggio sia racchiuso un po’ il senso del film.

Mi pare anche che questo film rappresenti di fatto un’utile risposta a chi sostiene che “con la cultura non si mangia”.
Questi personaggi trovano una soluzione con la cultura. Ci mangiano, eccome! Ripartono, danno un senso alla loro vita, collegandosi a un grande sogno. Attraverso nuove soluzioni, che però non vi rivelo per non privarvi della sorpresa.

Il contemporaneo in Senza arte né parte

Un altro riflesso inedito di Senza arte né parte è costituito da questa sorta di “riepilogo”, di ricapitolazione in qualche modo anche subliminale, della storia dell’arte degli ultimi decenni. Quella meno conosciuta e mediata a livello popolare, spesso fraintesa (soprattutto al cinema). È come se, attraverso il racconto e il modulo della commedia, si svolgesse una (ri)educazione artistica degli stessi spettatori.
Volevo far capire come oggi il grande artista non sia quello che ha una grande tecnica, ma una bella testa. Non è necessario che tu realizzi materialmente l’opera, ma che la tua idea sia efficace, che funzioni. Tutto questo, naturalmente, viene visto e rappresentato in chiave di commedia, della commedia italiana che io adoro e a cui mi ispiro da sempre. Mi auguro che, con questo film, la gente cominci a guardare l’arte contemporanea con un occhio e un atteggiamento differente.

Christian Caliandro

Lo staff di Senza arte né parte

Giovanni Albanese – Senza arte né parte
dal 6 maggio nelle sale, distribuito da 01 Distribution
Una coproduzione Lumière & Co. e Rai Cinema in collaborazione con Apulia Film Commission
Giovanni Albanese, quando si mette in modalità “artista visivo”, è rappresentato dalla Galleria De Crescenzo&Viesti di Roma

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • cp.Rindler

    Tornerò a vedere un film italiano, finalmente.

  • Edoardo Di Mauro

    Auguri e complimenti a Giovanni!

  • questo film è la brutta copia di un film spagnolo uscito nel 2008
    col titolo di “El Artista”, andate a rivedervelo. nessuna nuova sotto il sole

  • Irene

    L’ idea non è male, ma il film non vale niente!

  • libetta

    Ci sono spunti che sembrano in seguito essere stati soffocati dalle necessità di fare ilarità mista a polemica sul precariato, ne esce così il solito livello base e compiaciuto sia di battute che di soluzioni cinematografiche. Tralasciando Manzoni e Fontana sulla bocca anche di chi non sa nulla (pessima la scena iniziale del porto) ma, rifarsi alla galleria L’Attico, citare per immagini sia Dodici cavalli (1969) che Bachi da setola (1968) era di per se ottima cosa. Anche la conversazione sugli effettivi materiali usati per gli originali, quando i falsari si trovano in difficoltà, un momento di respiro artistico. Poi ritorna “la commedia” e la necessità di buttarla sui terra terra italiani ed il film perde se stesso.