Gioni e Curiger in dialogo

Il rapporto con il passato, che si tratti di Tintoretto o delle passate edizioni della Biennale. Le new entry in Laguna. L’integrazione fra padiglioni e mostra internazionale. Il ruolo di Venezia e della sua Biennale. I para-padiglioni, genesi e applicazione. Sono alcuni dei temi trattati nell’intervista esclusiva che Massimiliano Gioni ha realizzato per Artribune con Bice Curiger, direttrice della Biennale di Venezia.

Bice Curiger - courtesy la Biennale di Venezia - photo Francesco Galli

Cominciamo con la domanda più ovvia. In cosa è diversa questa Biennale da quelle precedenti?
Mi interessava in particolare cercare di capire in che modo la Biennale di Venezia si distingue dalle altre biennali. La presenza dei padiglioni nazionali è di sicuro uno degli aspetti più unici della Biennale di Venezia. In generale i curatori della mostra internazionale hanno sempre avuto un rapporto di distacco rispetto alle rappresentazioni nazionali e c’è anche chi pensa che questa divisione in nazioni sia piuttosto anacronistica e debba essere prima o poi abolita. Io personalmente invece credo che sia proprio in quest’aspetto che vada ricercata la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia. E quindi sono partita proprio da lì: il titolo IllumiNAZIONI si ricollega proprio all’idea di nazionalità e di storia. E ci tengo a precisare che non è una posizione conservatrice: anzi, in molti casi la storia dei padiglioni nazionali alla Biennale di Venezia ci racconta anche di una tensione all’utopia, al desiderio di partecipare a uno scambio internazionale.

Massimiliano Gioni - photo Marco De Scalzi

Quante nuove nazioni partecipano a questa edizione della Biennale di Venezia?
In tutto ci sono 89 rappresentanze nazionali. Il Bangladesh, il Congo, l’India e l’Iraq sono alcune delle nazioni che avranno padiglioni alla Biennale di quest’anno. Alcune di queste nazioni non partecipavano da anni e altre sono alla loro prima presenza a Venezia. Io naturalmente non ho alcuna influenza sulla scelta dei singoli padiglioni, ma è un aspetto che mi ha sempre molto affascinato della Biennale di Venezia, che per altro visito dal 1980. Il catalogo di quest’anno, per esempio, non sarà diviso: ci sarà un solo libro per la mostra internazionale e per le partecipazioni nazionali, quasi a intensificare il dibattito fra tutti gli artisti partecipanti.

E nella tua mostra hai anche creato dei nuovi padiglioni, vero?
Sì, forse questa sarà una delle novità più visibili: ho creato quattro nuovi para-padiglioni, come mi piace chiamarli. Si tratta di strutture architettoniche realizzate da quattro artisti che ospiteranno le opere di altri artisti. Song Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West sono gli autori che ho invitato a concepire una serie di opere-ambiente, a metà fra scultura e architettura, all’interno delle quali troveranno posto opere di altri artisti, in alcuni casi scelti da me, in altri suggeriti dagli stessi autori dei para-padiglioni. Sono opere d’arte che però hanno una funzione di ospitalità, in cui ho cercato di incoraggiare forme di coesistenza, di vicinanza e anche di attrito, che ovviamente sono più estreme che nelle normali stanze di un’esposizione.

Bice Curiger - courtesy la Biennale di Venezia - photo Francesco Galli

Dove saranno installati i para-padiglioni?
La grande scultura di cemento di Tuazon sarà ai Giardini, di fronte al padiglione greco: è una sorta di rovina o di quadro astratto tridimensionale, all’interno del quale dovremmo installare le opere dell’artista basco Asier Mendizabal. All’Arsenale, invece, il cinese Song Dong ricostruirà la casa dei propri genitori, trasportando la facciata di una casa che ha ormai più di cent’anni, dietro la quale inserirà vecchi armadi, specchi e porte. È una specie di labirinto, nel quale si celano opere di altri artisti. Sempre all’Arsenale, Franz West ricreerà la cucina della sua casa di Vienna, ma la ricostruirà al contrario, invertendo interno ed esterno. Nella sua cucina di Vienna Franz ha collezionato decine e decine di opere di amici e altri artisti e quindi li trasferiremo tutte a Venezia: così accanto alle mie scelte ci saranno quelle di Franz, in un dialogo che trasforma la mostra perché apre le porte ad altri artisti non selezionati da me. Al centro del suo padiglione ho deciso di allestire un’installazione dell’artista indiana Dayanita Singh. In fondo, l’idea dei para-padiglioni è anche un modo di mettere in evidenza il fatto che come curatori e ricercatori dipendiamo sempre dall’informazione che ci scambiamo con altri curatori, amici e artisti. Mi interessava imporre un punto di vista meno egocentrico e più partecipativo, ricordare a tutti e a me stessa che la mia è solo una voce in una polifonia.

Massimiliano Gioni - photo Marco De Scalzi

Il para-padiglione di Monika Sosnowska è particolarmente significativo in questo senso.
Sì, Monika Sosnovska è una giovane artista polacca che lavora al confine fra architettura e installazione. Il suo padiglione sarà al Palazzo delle Esposizioni, nella stanza superiore, dove di solito i curatori presentano i loro eroi. È la stanza dove Szeemann aveva installato i quadri di Twombly e dove nel 2003 c’era la stanza monografica di Richard Prince o quella di Wolfgang Tillmans nella Biennale del 2009. Ho cercato di evitare questo gesto celebrativo e teatrale, che a volte è anche un po’ patetico, e invece di giocare tutto su una sala monografica: ho invitato Monika Sosnowska a concepire uno spazio che a sua volta si apra all’opera di altri artisti. Monika ha deciso di costruire un’architettura a forma di stella, le pareti sono ricoperte da carta da parati. In questo spazio si inseriranno le fotografie di David Goldblatt e un’installazione del giovane Haroon Mirsa.

Come è nata l’idea dei para-padiglioni?
Ovviamente da una serie di riflessioni assai diverse: non c’è mai solo un’idea dietro a una mostra. In primo luogo mi interessava guardare alla storia della Biennale di Venezia, con i suoi padiglioni nazionali. Dall’altra, mi sono ritrovata spesso a ripensare alla Biennale di Francesco Bonami del 2003, nella quale c’erano questi improvvise concentrazioni di energia, queste mostre nelle mostre in cui molti artisti e molte opere erano coinvolte in un dialogo più serrato. Volevo anche sfuggire al ritmo ripetitivo che si impone negli spazi dell’Arsenale, in cui un’opera segue l’altra in maniera quasi sempre identica a se stessa, e cosi ho deciso di privilegiare questi incontri tra opere di dimensioni diverse. Volevo creare situazioni più concentrate.

Bice Curiger - courtesy la Biennale di Venezia - photo Francesco Galli

Ci sono altri aspetti della Biennale di Venezia che sono serviti da ispirazione?
In realtà credo che si debba cercare di lavorare contro le convenzioni. Una delle convenzioni più forti, ad esempio, è l’idea che la Biennale di Venezia debba definire il presente, l’attualità, il now. Io invece ho preferito creare delle situazioni più osmotiche, far sì che presente e passato fossero in un dialogo più aperto. Ad esempio, l’idea di includere alcuni grandi dipinti di Jacopo Tintoretto – che saranno proprio al centro del Palazzo delle Esposizioni – non è solo un tributo a questo grande pittore della luce – e di una luce febbrile – ma anche un modo per ripensare le nostre categorie temporali, per ripensare ai limiti di una mostra dedicata all’arte di oggi.

Come si collega Tintoretto alle altre opere in mostra?
Innanzitutto Tintoretto mi interessava proprio perché sposta immediatamente i confini del presente. Ed è anche un modo per riconoscere che la Biennale avviene in un luogo assai stratificato di storia che in un certo senso ne definisce l’identità. Ma ovviamente la storia si re-incarna anche nella novità. L’80% delle opere sono recenti e molte sono realizzate appositamente per la mostra. Un terzo degli artisti ha meno di 35 anni e alcuni artisti, come Monica Bonvicini o Nicolas Hobo, hanno cercato di ispirarsi ad alcune opere del passato, e di Tintoretto in particolare. Certo non mi interessavano corrispondenze formali o somiglianze: piuttosto credo che la mostra proceda per intuizioni e per corrispondenze.

Bice Curiger - courtesy la Biennale di Venezia - photo Francesco Galli

Ci sono anche molte riscoperte…
Sì, proprio perché non volevo limitarmi a presentare solo il presente immediato. Forse è la mia formazione o il fatto che lavoro da molti anni alla Kunsthaus di Zurigo, dove la collezione di arte del Cinquecento comprende un arco temporale di cinquecento anni e convive accanto all’arte contemporanea: di sicuro volevo presentare una visione più stratificata. Ed è cosi per esempio che ho inserito i disegni dell’artista etiope Gedewon o i dipinti oggettuali dell’artista settantenne Llyn Foulkes o le grandi tele di Jack Goldstein, con i suoi paesaggi di luce visti attraverso le loro riproduzioni mediatiche. Il titolo IllumiNazioni dopotutto evoca anche le poesie di Arthur Rimbaud e la prosa di Walter Benjamin, quindi mi interessava anche questo aspetto di scoperta, di improvvisa epifania. Non tutto deve procedere in maniera sistematica: mi piace piuttosto anche procedere per rivelazioni.

Questo dell’epifania è un tema caro a un grande artista come Sigmar Polke, con il quale hai collaborato molte volte e che hai quasi sempre esposto nelle tue mostre. Ci sarà anche questa volta, con tributo dopo la sua scomparsa?
Di Sigmar Polke presenteremo, fra le altre opere, The Police Pig, un grande quadro che Polke aveva mostrato alla Biennale di Venezia del 1986, quando rappresentò la Germania. Il quadro era installato all’esterno del Padiglione tedesco e per la prima volta dopo quasi trent’anni l’abbiamo riportato a Venezia. Sarà esposto insieme a un’altra serie di dipinti in lacca che hanno questo effetto lenticolare, come se il quadro fosse visto attraverso un microscopio.

Vittorio Sgarbi

Credi ci sia una tendenza all’introversione nell’opera di molti artisti di oggi?
No, per niente. Anzi, molti artisti sono interessati all’idea di collaborazione. Il collettivo austriaco Gelitin, ad esempio, per me rappresenta una sorta di nazione ideale, una comunità. Quando parlo di nazioni, penso anche a questi agglomerati informali: nell’arte abbiamo assistito alla costituzione di moltissime nazioni ideali e comunità parallele, a tentativi di fondare nuovi gruppi basati su affinità poetiche. Il concetto di nazione è senza dubbio uno dei più spinosi e complicati, che non smette di creare tensioni e conflitti. Ma dove, se non nell’arte, possiamo affrontare temi e situazioni difficili con rinnovata lucidità?

Pensi che la tua mostra ci possa aiutare a capire il mondo di oggi?
Ho cercato di essere più modesta e forse più pragmatica. Non voglio spiegare il mondo con questa mostra, ma guardare a che punto è l’arte: l’arte deve essere uno strumento di pensiero, di illuminazione, ma credo debba anche mantenere la sua specificità. Oggi non dobbiamo più lottare per rendere popolare l’arte contemporanea. Al contrario, forse dobbiamo lottare per proteggere l’arte, per difenderla dalla volgarizzazione. Dobbiamo mantenere la popolarità dell’arte senza distruggere la sua complessità.

Massimiliano Gioni

anteprima dal 1° al 3 giugno 2011
apertura al pubblico dal 4 giugno al 27 novembre 2011

54. Esposizione Internazionale d’Arte
ILLUMInazioniILLUMInations
diretta da Bice Curiger

www.labiennale.org/it/arte/

Intervista pubblicata su Artribune Magazine #1

  • LOS

    Caro Gioni, lei è molto, ma molto, molto simpatico …
    Non avrei mai detto che un super curatore potesse sorridere di tutto ed essere così sponteneo.
    Con tutta la mia stima.

  • Non voglio essere invitato, nel padiglione Italia come artista, a questa Biennale.
    Grazie, cordialmente Salvatore Salamone

  • mauro

    questa biennale era proprio come una fiera d’arte, la cosa ridicola che si pensa di fare ricerca e cultura, avranno un termine questi giochetti, nell’attesa dobbiamo divertirci per non vomitare a vedere impegnati scalatori di poltrone ad improvvisarsi mimi per camuffarsi in simpatici professionisti
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