L’arte e il vil denaro. È ora del festival di Faenza

Ha inizio domani, venerdì 20 maggio, la quarta edizione del festival dell’arte Contemporanea. Quest’anno il tema è particolarmente attuale, visto che indaga le “Forms of collecting / Forme della committenza”. E con l’aria che tira, cosa c’è di più azzeccato.

Fare arte - Gilberto Zorio - photo Giorgio Guarino

Finalmente parliamo un po’ di danari! Che l’edonismo appaga, la bellezza ci salverà e guai a essere veniali… ma gli artisti a far la spesa al minimarket ci devono andare, i critici non mettono insieme il pranzo con la cena; e i conti al ristorante pagati con uno schizzetto sul tovagliolo sono roba buona giusto per I colori dell’anima, la fanta-cine-biografia di Modigliani con Andy Garcia.
E allora il quarto festival dell’arte Contemporanea di Faenza, coraggioso appuntamento con l’arte raccontata e non esposta, punta il riflettore sul sistema delle committenze: pubbliche e private, ce n’è per tutti. O meglio: non ce n’è per nessuno, viene da dire; abbiamo tutti scritto tanto su tagli dei finanziamenti pubblici e sordità dei privati che ci sono venuti i calli… guai ad arrendersi, però; guai a rinunciare a leggere il fenomeno nel suo evolversi continuo; guai a non chiedersi, anche un po’ furbescamente, chi e come oggi possa sostenere il carosello dell’arte contemporanea.

Pierluigi Sacco - photo Pierpaolo Poli Cappelli

Sornione il titolo del meeting, che con i suoi 120 ospiti anima questo angolino di Romagna da domani a domenica 22 maggio. Forms of collecting / Forme della committenza: una falsa traduzione che in realtà è integrazione. O meglio: che induce a viaggiare sul doppio binario del collezionismo, fenomeno intimo e rapporto quasi morboso, animale fra artista e acquirente; e della committenza, vissuta nella sua accezione più matura, ragionata, storica. E per definizione pubblica.
Se ne parla con gente che sa cosa dice, come nella tradizione di un piccolo-grande evento capace di accogliere bene le idee e smerciarle con una formula easy, quasi pop, certo non convenzionale e per questo fortunata. Fresca, chiaro: e non è un caso allora se anche quest’anno si punta sulla fitta presenza di giovani. Animatori della città in veste di volontari, con le loro magliettine personalizzate dalla “C” rosa del festival; ma anche e soprattutto pubblico di un appuntamento che si sta ritagliando – un anno alla volta – spazi sempre più qualificanti.

Il pubblico del festival - photo Silvia Rizzi

A raccontare, raccontarsi ma – si spera! – non raccontarsela, Martin Bethenod, a cui chiedere i misteri della collezione Pinault e l’affaire Punta della Dogana; ma anche Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Patrizia Brusarosco di Viafarini e Nicoletta Fiorucci, per un quadro specifico sull’Italia.
Sguardo ampio invece con Viktor Misiano, che dopo aver vissuto al Pushkin s’è dato al nomadismo culturale a seguito dello splendido carrozzone di Manifesta; con Bartomeu Mari, a guida del MACBA di Barcellona, e con Frances More, curatore alla Tate Modern.
E se proprio siete didascalici e a parlare d’arte volete pure gli artisti, beccatevi Grazia Toderi e Goshka Macuga; e se ancora non vi basta, golosoni, arriva pure Joseph Kosuth.
Gli ingredienti per un appuntamento di qualità ci sono tutti: non manca pure qualche insidia, però. Occhio ai regionalismi: considerato il tema del festival, affrontare il discorso “fondazioni bancarie” ed esaurirlo invitando Cassa di Risparmio di Bologna e Cassa di Risparmio di Modena rischia di circoscrivere un capitolo che merita invece molta attenzione. E attenzione pure ai giornalisti, brutta razza. L’anteprima del festival è stata insultata da una bordata savonaroliana de Il Fatto Quotidiano, che lamentava i costi – giudicati elevati – dell’appuntamento. Aprire con Massimo Cacciari (a quattrocchi con ABO) e Salvatore Settis farà rizzare i peli ai cronisti che scrivono con la destra. C’est la vie!

Francesco Sala

dal 20 al 22 maggio 2011
Festival Arte Contemporanea

Sedi varie – 48010 Faenza
Info: tel. +39 051220080;
[email protected]; www.festivalartecontemporanea.it

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Iride

    Niente di nuovo sotto il sole.. E’ interessante interloquire di arte contemporanea ma sa un pò di finto quando a presenziare sono invitati sempre gli stessi collezionisti e mecenati come la signora Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e ancora meglio i loro artisti come Grazia Toderi, Goshka Macuga e Joseph Kosuth!.

  • Casimiro Mondino

    Parlare d’arte e mercato in una dimensione in cui, i maggiori interessi economici in gioco sono finanziari e commerciali ed inducono allo sviluppo di n mercato in cui l’artista non è soggetto ma oggetto ha attinenza con il mondo della moda, che è un mondo in profonda crisi ma che viene mantenuto in vita per interessi diversi e antagonisti al prodotto (che dovrebbe essere sempre centrale alla dimensione di sviluppo di qualunque mercato così come centrale deve essere l’economia rispetto alla finanza).
    Attualmente ci sono concorsi, festival, manifestazioni di ogni genere che chiedono agli artisti di partecipare pagando e che mantengono poi ospiti pagati che non hanno nulla a che vedere con l’arte agita. Personalmente come artista da sempre ritengo che l’unica scelta seriamente coerente sia rifiutare la presenza nel mercato perchè il mercato dell’arte non è l’arte come possibile mercato. L’arte è un prodotto con due precise connotazioni una di ricerca ed una edonistica (la ricerca appartiene all’artista la connotazione edonistica appartiene al fruitore, all’osservatore) se creando opere d’arte realizziamo lavori che vreano nell’osservatore il desiderio di essere acquistati troveremo le energie econmiche per continuare a mantenere (come artsti) le nostre ricerche, altrimenti, essendo fondamentale svolgere la ricerca, troveremo in altre attività lavorative le risorse economiche per continuare. Agire altrimenti, ovvero accetare di aderire ad un mercato in cui si presentano, con sempre più forza, mediatori culturali che acquisiscono sembianze sempre più marcate di vati sacerdotali in grado di tradurre al mondo enigmi inesplorabili significa annichilire definitivamente l’arte. Basti pensare che oggi a 50 anni dalla nascita di una grossolana e semplicistica (addirittura infantile) interpretazione e scomposizione della definizione dell’oggetto (il concettuale) che ignorava la definitiva uanto semplice ed incisiva dichiarazione di Magritte che la rappresentazione di un oggetto non è l’oggetto (Ceci n’est pas une pipe) la maggior parte del così detto contemporaneo (altra mostruosità linguistica visto che l’arte è avanguardia e non contemporaneità) ancora impregna la ricerca apparente degli artisti che aderiscono al mercato formale dell’arte. L’arte non ha bisogno di un mercato ma di un pubblico che possa diventare mercato.

  • @Casimiro, a parte il fatto che “il concettuale” non nacque 50 fa (a quell’epoca era gia’ cosa vecchia!) ma quasi 100 anni fa e lasciando correte l’interpretazione (volgarizzazione?) che ne dai tu, questa sí, infantile ma, sopratutto, radicalmente sbagliata, mi spieghi per favore che cosa vuol dire “la maggior parte del contemporaneo (..) ancora impregna la ricerca apparente degli artisti che aderiscono al mercato formale dell’arte” ??
    Un’ultima annotazione “contemporanea” è un aggettivo che attribuisce una “qualitá” temporale e quindi un artista vivente è, giocoforza, un artista contemporaneo e quello che produce è “arte contemporanea” (anche quando, spesso, produce arte moderna o arte antica, meglio vecchia)

  • Iride

    Sono perfettamente d’accordo con Casimiro, innanzitutto perchè ritengo che non servono troppe etichette e neologismi inventati da molti critici per definire cosa è arte e cosa non lo è, il vero giudizio è quello del pubblico, che attualmente invece di avvicinarsi all’arte si allontana da questa, per colpa di un certo mercato dell’arte contemporanea sostenuto da certi critici, curatori e collezionisti che, come ha detto giustamente Casimiro… (…)”si presentano, con sempre più forza, mediatori culturali che acquisiscono sembianze sempre più marcate di vati sacerdotali in grado di tradurre al mondo enigmi inesplorabili” e questo.. significa annichilire definitivamente l’arte”.

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  • Cara Iride, perfettamente d’accordo: l’arte non necessita di etichette, queste servono, casomai, solo a critici e studiosi per necessita’ pratiche di “catalogazione” dei vari fenomeni. Profondamente vero che il giudizio alla fine e’ “quello del pubblico”… l’unico problema e’ che,’ questo un giudizio diventa valido solo “in differita” : il pubblico. da sempre (e sara’ sempre cosi’) istintivamente rifiuta cio’ che e’ “nuovo” e solo dopo “un certo tempo di ‘riflessione” incomincia ad accettarlo e poi, infine ne decreta il ‘”uccesso” o l’insuccesso. A caldo, purtroppo, bisogna accontentarsi del giudizio (che magari poi verra’ sconfessato) di “critici” o, peggio, di “creatori di mode”
    E quindi, lasciami dire, non e’ tanto vero che “ora” il pubblico “si allontana… per colpa di un certo mercato dell’arte contemporanea”, anzi dovremmo dire che non c’e’ mai stata epoca, come questa, in cui il “mercato” ha posto in atto tante e “strategie” per avvicinare il pubblico all’arte (vedi, solo per fare un esempio ma ce ne sono tanti e tanti altri, il diffondersi delle fiere “affordable art”) ed e’ riuscito ad ottenere reazioni positive (vedi l’afflusso di pubblic alle varie “fiere” che non e’ mai stato cosi’ altto nel passato quando, pure, il numero delle stesse ra drasticamente inferiore).
    Cio’ che e’ vero e’ che il pubblico non e’ mai stato (e non sara’ mai) vicino all’arte sua contemporanea perche’ l’arte, mi spiace ma per farmi capire debbo aggiungere il brutto aggettivo “buona”, ha la caratteristica di essere sempre uno o piu’ passi aventi ai “gusti” del tempo in cui viene prodotta … l’altra quella, anche qui mi si scusi l’aggettivo, “mediocre” ha, quasi sempre, la caratteristica di rientrare pienamente nel gusto e nelle mode correnti.
    Sulla funzione dei “curatori” ho gia’ scritto piu’ volte nei post su Artribune, che ritengo sarebbe davvero il tempo di incominciare a discutere della vera natura che questa “figura” e’ andata assumendo, sopratutto qui da noi, e della sua opportunita’/utilita’… ma pare che nessuno abbia voglia di “entrare in argomento”… forse perche’, tra coloro che leggono, gli artisti temono la categoria, i curatori si sentono offesi e scocciati.. agli altri non importa nulla!

  • hm

    laura pausini non c’era?