I luoghi della musica. E una radio senz’onda

Possono lo stralcio, il frammento diventare un nuovo formato di fruizione della musica in Rete? Non crediamo sia una buona idea, ma è senz’altro auspicabile la diffusione di forme intermedie fra lo streaming e il supporto destinato all’industria discografica (cd-audio-cd-rom-mp3 ecc.).
Speriamo in una radio “senza onda”. Che mantenga il senso “vivo” della radio ma che ci porti infine fuori, alla ricerca di suoni. Al via la rubrica “Ascolti”.

Bruxelles - photo Alessandro.Massobrio

Ascoltare = essere compresenti nello spazio in cui si propaga un suono. Banale? Può darsi, ma in ogni caso il suono non si vede, mentre il suo legame con la “cosa” dalla quale esso è generato si sente. È piuttosto complicato fare un’esperienza di ascolto musicale in Rete: gli stimoli visivi sono tanti, e disturbano, siamo ossessionati dalla velocità, le casse del laptop non suonano bene.
Ma non è questo il vero problema; il fatto è che, in realtà, il mezzo non regge l’informazione. Probabilmente la Rete si offre (o aspira a proporsi) come un luogo nuovo per la musica, ma non ha spazio alcuno in cui lasciarla realmente vibrare. Può sembrare paradossale, ma chiede più spazio un suono di quanto non facciano una scultura o un edificio! I suoni ci sono anche in assenza di spazio (in un disco, per esempio?), mentre per la seconda o il terzo, già lo sappiamo, se vogliamo “sentirli” dobbiamo per forza andarli a trovare al loro posto.

L'Auditorium del Lingotto a Torino

Ed ecco la contraddizione: ci accontentiamo di vedere le immagini fotografiche di un’opera scultorea, o architettonica, o di un quadro, perché sappiamo che si tratta solo di una riproduzione, mentre per quanto riguarda la musica è difficile e a volte impossibile distinguere l’origine. Che però conta. Questo fenomeno schizofonico, che in sé non ha nulla di spregevole, è tuttavia sfruttato a tal punto dalla Rete da rendere quasi del tutto superfluo (online) un elemento di grande importanza per l’esistenza della musica, ovvero il luogo. E – cosa forse ancora più preoccupante – senza il luogo scompaiono anche l’audience e la capacità di ascoltare.
Certamente il mercato discografico si è spostato in Rete, e questo è un fatto positivo, ma non per questo anche la musica stessa dev’essere ricondotta a fenomeno del web. Il suo mezzo espressivo è l’esecuzione, i suoi confini sono lo spazio e il tempo dell’azione, la sua esperienza è data dalla compresenza nell’ascolto. La musica, più di ogni altra forma d’arte, s’annida nell’evento della ricezione.

La City Music Hall di New York City

Quello che ci chiediamo, inaugurando questa nuova rubrica di Artribune dedicata alla musica ed al suono, è allora come raccontarne l’attualità, come parlare di musica senza per questo parlare di musicologia, di metadiscorsi, di altri discorsi sui discorsi e così via. Se una delle funzioni del giornalismo musicale è raccontare il mondo dei suoni, allora perché non lasciare che lo faccia la musica stessa, nel suo accadere? Certo di musica si deve in qualche modo pur sempre discutere e, d’altra parte, non tutti i suoni sono musica e non è detto che la musica stessa sia più artistica rispetto alla sua materia prima. Ma una cosa almeno è certa: la musica è un linguaggio che si ascolta. Non serve a comunicare, può essere ma non è la colonna sonora di ciò che la circonda, può far ricordare ma non è un ricordo, può essere divertente ma non è un divertimento, può commuovere, istigare, creare un alibi, ma non è questo.
Dunque, non sarebbe bello semplicemente potersi immergere, attraverso queste pagine, in qualche breve momento di musica? Il tedesco ha un bel termine per l’italiano ‘periodo’: ‘Zeitraum’, letteralmente ‘tempo-spazio’. La musica accade precisamente in questo intervallo, ed è forse giunto il momento di provare a raccontare la singolarità dell’esperienza musicale anche attraverso l’eco dei luoghi, il senso di una presenza in ascolto, il dialogo incessante che nasce dal porsi, dall’essere in ascolto.

Philharmonie-Berlin

Insomma: “Tutta la musica dal vivo che hai sempre sognato direttamente a casa tua, comodamente seduto davanti al tuo portatile con cuffie e birra in mano!”. Oh mio Dio, no! Piuttosto il contrario: un invito, si spera, a uscire dal proprio appartamento (ma anche da Internet) per recarsi là dove la musica risuona. Una piccola anteprima (o antedopo, se vogliamo…) dei grandi festival europei, delle sale da concerto, delle gallerie, dei club. E se per caso esistessero ancora luoghi del genere in Italia (e se poi non fossero solo costruzioni ma fossero anche frequentati?), allora andiamo a scovarli.

Alessandro Massobrio

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Alessandro Massobrio
Alessandro Massobrio (Torino, 1974) è compositore di musica strumentale e performer, docente e sviluppatore web. Ha studiato musica, filosofia e bioacustica e collabora attivamente con il cinema sperimentale, il teatro e la videoarte. Ha partecipato a numerosi festival di media art europei tra cui Emaf, Offf, Netmage, Ixem, e pubblicato per Betulla, Simultan, Sinewaves e Silentes. La sua musica è stata presentata in contesti eterogenei come la Filarmonica di Ostrava, l’Auditorium di Detmold, la mostra d’arte Dolomiti Contemporanee, il Torino Film Festival. Ha lavorato come docente di filosofia nell’istruzione pubblica e tiene workshop di composizione sperimentale e field recording. È stato giornalista e caporedattore della rubrica decibel di Exibart (2005 - 2010) e dal 2011 è caporedattore musica di Artribune. Vive e lavora a Berlino.
  • hm

    – È piuttosto complicato fare un’esperienza di ascolto musicale in Rete: gli stimoli visivi sono tanti, e disturbano, siamo ossessionati dalla velocità, le casse del laptop non suonano bene. –

    le casse del mio laptop suonano da dio . cambia portatile .

    – “Tutta la musica dal vivo che hai sempre sognato direttamente a casa tua, comodamente seduto davanti al tuo portatile con cuffie e birra in mano!”. –

    oh mio dio, SI ! il vero ascolto è individuale ma capisco che a chi deve specularci sopra faccia paura . i grandi festival europei vanno benissimo per ubriacarsi drogarsi e stordirsi di luci, idem i club e i rave, per sballarsi sono perfetti e hanno sempre un certo fascino . le sale da concerti e i teatri per l’ascolto di musica classica hanno ancora senso solo per un semplice fatto di studio dell’acustica, ma con la musica elettronica anche questo aspetto perde di senso .

  • Ms

    qualsiasi tipo di musica acustica dal vivo sta a quella compressa in rete come per esempio la verdura fresca a quella in scatola,fate voi…
    La qualità del suono compresso e’ ancora bassa, priva di aura, in pratica, e’ un suono bidimensionale, morto.
    Quindi quando parliamo di musica in rete parliamo fondamentalmente di cadaveri acustici… Il discorso e’ abbastanza complesso e approfondire qui non mi e’ possibile…

    • hm

      per la musica acustica posso darti ragione ma per la musica elettronica assolutamente no . non c’è molta differenza tra l’ascolto individuale con un valido impianto stereo (anche fossero file in formato compresso) e una performance in un club o dal vivo . anzi alcuni ammirano proprio il suono ‘ovattato’ degli mp3 perchè tagliando le alte frequenze con un certo tipo di musica (essenzialmente techno) ha una resa molto intensa a medio/alto volume .

  • Premetto che non sono un esperto di musica ma, leggendovi, mi e’ venuta in mente una considerazione che vorrei condividere con voi. Ho pensato che sta’ accadendo alla musica, oggi, quello che accadde oltre un secolo fa, alle arti “visive” (in particolare pittura ma non solo) con l’avvento della fotografia, dapprima considerata una’arte a se’ stante (quando era praticata e possibile solo a pochissimi) poi, con la sua diffusione considerata “pura rappresentazione meccanica” buona per “documentare” ma assolutamente incapace di asurgere allo status di “arte” e poi, piano piano, tornata ad essere considerata “arte” autonoma a tutti gli effetti.
    Probabilmente con la musica “da computer” o “per compiuter” o semplicemente “confezionata per il computer” sta’ accadendo un po’ lo stesso ed ora siamo, forse ancora nella fase di negazione delle sue caratteristiche di arte ed accettazione solo quale “documentazione” (o surrogato) dell’originale; credo che non passera’ molto (penso in realta’ stia gia’ accadendo) prima che le venga riconosciuto lo status di “arte autonoma”.
    Voi che ne pensate?

    • hm

      la musica elettronica ha già di fatto uno status di ‘arte autonoma’ ed è iniziata negli anni 70 (kraftwerk/tangerine dream/vangelis/jean michel jarre/eno etc) con l’avvento dei primi sintetizzatori (questo sempre se non si vuole considerare musica elettronica robaccia composta da john cage o stockhausen che per quanto mi riguarda è semplicemente antimusica), i software musicali sono un’estensione dei synth con in più la possibilità di ‘stendere’ su un sequencer multilivello le varie tracce composte da suoni (una sorta di photoshop per la fotografia) . gli ultimi sintetizzatori hanno tutti la doppia interfaccia hard e soft, con software appositi da usare sul computer . il fatto è che per suonare (nel senso di generare armonia) in linea di massima c’è ancora bisogno di una tastiera (che può essere master keyboard se si usa come strumento per i suoni generati esclusivamente dal computer) .