Ceci n’est pas architecture

Dieci masterplan che restano su carta. Colpa della crisi, lo sappiamo. Ma l’occasione è buona per riflettere su cosa vuol dire progettare. Adesso. Alla British School di Roma, il 4 maggio è dedicato ad una mostra e una lecture di Reineir De Graaf, partner del mitico OMA di Rem Koolhaas. Per raccontare a che punto è l’architettura contemporanea. E per domandarsi se si può fare architettura senza costruire manco un metro cubo.

OMA - Skolkovo

Questa non è una mostra di architettura, anche se lo sembra. Un po’ come la pipa magrittiana – lo sanno tutti – che non è una pipa, perché è un disegno.
Ovvio, si dirà, l’architettura o vai a vederla dal vivo, lì dove è stata costruita, oppure guardi disegni e maquette e ti fai un’idea. Che poi, in fondo, ricostruzioni grafiche e modelli non sono meri surrogati, ma veicoli per conoscere più da vicino aspetti e dettagli di un progetto o di un intero iter: l’architettura – Biennale di Venezia docetsi mostra così.
E allora cosa rende più interessante del solito questo allestimento proposto dalla British School di Roma? Questi progetti, firmati OMA (Office for Metropolitan Architecture, il superstudio di Rem Koolhaas), non sono stati ancora realizzati. E non lo saranno, almeno nell’immediato futuro. Sono on hold, sospesi, spiega Reinier De Graaf, partner di OMA e direttore di AMO (necessario contrappunto di OMA, si occupa di design, fa ricerche, ma anche campagne pubblicitarie e allestimenti): l’immagine algida degli olandesi volanti trema.

OMA - White City, London

Rem Koolhaas – Pritzker Prize, Leone d’Oro, Praemium Imperiale ecc. – è più di un’archistar nostrana, è qualcosa che sta a metà tra il guru e il divo. È quello di Delirious New York, è quello che ha registrato il copyright di alcune sue fulminanti definizioni, manco fossero aforismi. E poi – per tutti – è l’architetto di Prada. Adesso ci sembra un po’ meno invincibile di prima, lui e tutti gli altri.
Perché l’architettura visionaria s’è scontrata con la realtà: con la crisi immobiliare e finanziaria che ha chiuso i rubinetti all’edilizia sfrenata. Tremano i palazzinari, ma anche i creatori dei masterplan concepiti con le migliori intenzioni.
Ecco, Reinier De Graaf (classe 1964, laurea in architettura a Delft, specializzazione al Berlage) alla British School ha qualcosa di eroico: racconta un passato vicinissimo e sembra che parli di un’era lontana. L’era dell’urbanistica, la vittoria degli architetti sui grandi studi di ingegneria e un entusiasmo – dice – che non si vedeva dai tempi di Le Corbusier.

OMA - Roadmap 2050

Adesso cosa ne sarà di questi dieci progetti e di tutti gli altri? Sono lavori che saranno conosciuti prima di tutto attraverso la loro immagine – spiega –, visioni del futuro, come poteva essere pianificato in un periodo di immensa prosperità. Questi progetti “non costruiti” raccontano la loro epoca meglio degli edifici “icona” che conosciamo già.
E dopo, cosa succederà? De Graaf, che per OMA e AMO si occupa anche di sostenibilità ambientale e che adesso sta lavorando, fra l’altro, al nuovo headquarter di G-star ad Amsterdam, non azzarda previsioni. È il momento degli interrogativi. Quelli costruttivi, però. E di trovare qualche nuova strada, anche per l’architettura.

Maria Cristina Bastante

dal 4 al 25 maggio 2011
(mercoledì 4: ore 18 conferenza di Reinier de Graaf presentata da Pippo Ciorra; ore 19.30 inaugurazione della mostra)
Reinier De Graaf – OMA On Hold
The British School at Rome
Via Gramsci 61 – 00197 Roma
Orario: da martedì a sabato 17-19.30
Ingresso libero
Info: tel. +39 063264939;
www.bsr.ac.uk

  • I LOVE ARTRIBUNE!

  • Maria Cristina Bastante,
    che tristezza quest’articolo.
    Una critica ficcante deve contenere contenuti ficcanti e non infarcita di ‘luoghi comuni’ .
    Peccato.
    Buona serata,
    Salvatore D’Agostino

    • Mi perdoni Signor D’Agostino ma evidentemente lei di architettura ha letto ben poco, dissento assolutamente.
      L’articolo è scritto con un linguaggio immediato ma è arguto e contiene informazioni complete e agganci complessi, lo ritengo ben fatto e interessante.

      • Evidentemente sì, io di architettura ne ho letto poca.
        Perché usi un nick-irreale?

        • b.r.

          ok, forse qualcosina hai letto…
          in effetti c’è chi mi chiama barbara irreale.
          Tu non chiamarmi proprio se intendi criticare gli articoli di artribune .o)

    • mari

      Mi indica – gentilmente – quali ritiene siano dei luoghi comuni?
      Così posso riferirli al buon Reinier De Graaf, che certamente ne farà tesoro.
      Buona giornata,
      Mariacristina

      • Mariacristina,
        niente di personale; ecco un elenco di parole un po’ logore (a parte l’analogia con Magritte):

        * olandesi volanti
        * chiuso i rubinetti
        * un’archistar
        * metà tra il guru e il divo

        In bocca al lupo per Artribune,.
        Salvatore