Domande ormai impossibili. Dov’è (se è) il confine arte\design?

In occasione della Milano Design Week, la Galleria Kaufmann Repetto presenta la collettiva “A Lunatic on bulbs”. Una collaborazione con il Cumulus Studio di New York, una compagnia fondata dalla landscape designer Nathalie Karg. Che commissiona ad artisti pezzi di design da esterno.

Cumulus Studio @ Galleria Kaufmann Repetto, Milano 2011

La particolarità del Cumulus Studio? Le opere sono commissionate ad artisti generalmente già affermati (Tom Burr, Liam Gillick, Joel Shaphiro) anziché a designer. Solo due i vincoli che vengono posti agli artisti al momento della commissione: gli oggetti devono poter essere funzionali e adatti agli esterni.
Per il resto, gli artisti possono dare libero sfogo alla fantasia, avvalendosi dell’esperienza del Cumulus Studio per rendere le loro idee effettivamente pratiche. Perché, si sa, il più delle volte l’arte non è affatto sinonimo di funzionalità. L’importante è che i pezzi di design (prodotti in serie che variano da 5 a 20) siano in linea con lo stile dell’artista stesso, coerenti con il suo percorso e le sue idee, e che siano quindi riconoscibili come una sua “opera”.
La selezione di pezzi che viene esposta nel cortile della Galleria Kaufmann Repetto, compone una sorta di piccolo parco sculture. Quelli scelti per la mostra sono pochi e non riescono a fornire un’idea omogenea del lavoro operato da Cumulus; tuttavia, sfogliando il catalogo si possono vedere molte opere chiaramente ispirate a correnti artistiche quali la Pop Art, il Minimalismo (viene da pensare al recentemente scomparso John McCracken) e l’Arte Povera.

Cumulus Studio @ Galleria Kaufmann Repetto, Milano 2011

Il rappresentante di Cumulus presente in galleria spiega che uno degli obiettivi del collettivo è proprio quello di adattare i significati dell’arte al design. Oltre alla classica domanda “qual è il confine tra arte e design?”, già ampiamente affrontata e discussa, sorge anche un altro quesito: “In questo contesto, qual è il confine tra committenza pubblica e privata?”.
Ossia: queste opere sono state commissionate per il privato, per essere sistemate in bella mostra in un cortile, un giardino, una veranda; sono sostanzialmente pezzi di mobilio. Eppure non sono poi così dissimili da vere e proprie opere da parco di sculture; che differenza c’è infatti tra la Tire Swing realizzata da Aaron Young per Cumulus Studio e Cella: Osservatorio di Stella, la seduta che Massimo Kaufmann ha ideato per il parco sculture di Su Logu de s’Iscultura a Tortolì, in Sardegna?
Nemmeno il fatto che questi pezzi di design non siano opere uniche, ma vengano invece prodotti in serie, può considerarsi un discrimine. molte delle opere di Jeff Koons sono prodotte in serie eppure l’artista americano non è certo considerato un designer e le sue opere sono esposte nei musei, oltre che vendute per milioni di dollari alle aste.

È quindi solo il contesto che determina l’essenza di un oggetto? Il fatto che questi pezzi di design siano stati pensati per gli esterni di una dimora privata fa sì che non potrebbero entrare a far parte di una struttura pubblica all’aperto? Andy Warhol aveva già sollevato la questione quando ha portato le Brillo Box all’interno di un museo: è il contenitore, anche, che fa l’opera.

Ginevra Are

www.kaufmannrepetto.com
www.cumulus-studios.com

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Ginevra Are
Ginevra Are Cappiello (Alghero, 1986), dopo due anni all’estero si trasferisce a Milano per studiare all’Università IULM, dove frequenta l’ultimo anno di specialistica in Arti, Patrimoni e Mercati. In seguito a un’esperienza presso la Casa d’Aste Christie’s, ha preferito focalizzarsi su altri interessi e passioni come le organizzazioni non profit, la curatela per l’arte contemporanea, la scrittura creativa e le politiche culturali per il territorio. Nel 2011 ha fatto uno stage presso lo spazio curatoriale non profit Peep-Hole e collabora assiduamente con diverse associazioni attente al ruolo dei giovani nell’arte contemporanea come Cyou, Art for Business e altre. Ha curato la mostra “Igort. Pagine Nomadi” alla Triennale di Milano. Al momento sta approfondendo il ruolo positivo della partecipazione culturale sul benessere psico-fisico delle persone. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Non capisco la querelle,non esiste .Lo trovo brutto questo articolo.

    • Maria Cristina

      infatti, se è impossibile la domanda… perché farla? bah…

  • marta jones

    Questi saarebbero brutti pezzi di disegn ed inutii opere d’arte!! L’unico modo per giustificarli e’ aprire la discussione sul significato arte/design per cercare di piazzarli meglio a chi ha soldi da buttare x acquistarli !

  • Lutin Plissé

    …I confini non sono mai così definiti, nemmeno quelli geografici. Il problema non è quindi stabilire se esiste o meno un confine; se lo affermi è certo una convenzione, ma se lo neghi non sai mai da che parte ti trovi.
    Cos’è l’arte e a cosa serve? Non mi sembra facile dare una risposta sopratutto nel contemporaneo…Stabilire cos’è il design è invece un pochino più semplice: funzionalità, progetto, tecnologia, riproducibilità (talvolta).
    Possa piacere o meno sono Artisti che per ragioni di mercato sconfinano in altri campi e ad ogniuno il proprio giudizio e le proprie emozioni sull’estetica o la funzione delle’ opere’ (come è giusto che sia) …ma io continuerò a fare il funambulo in quella sottile linea che talvolta sembra non esistere!

  • Davide W. Pairone

    qui provai a dare una sintetica risposta al quesito (che per me ha un senso, eccome):

    http://grandevetro.blogspot.com/2010/02/la-fiera-darte-di-bologna-e-appena.html

  • svelarte

    “Come nascono i fraintendimenti sull’arte degli anni Novanta, se non da un deficit del discorso teorico?” Nicolas Bourriaud, ‘Estetica Relazionale’

    Riflettere sui possibili confini ontologici tra “discipline” che, solitamente, vengono considerate affini può essere una modalità stimolante di affrontare il discorso circa il “che cos’è?” dell’arte. In tal senso, mi pare di capire, è leggibile il tentativo di Cumulus Studio: un’indagine su continuità e discontinuità tra arte e design. Si parla di confini, insomma, e la questione non trovo essere né impossibile – quantomeno in linea di principio – né inutile: de-finire è fondamentale per com-prendere ciò con cui abbiamo a che fare e sapere in che modo relazionarvisi. Individuare tali limiti, quando si parla di arte, sembra essere molto complicato: non si sa bene dove cercarli; se lo si fa su un piano fisico, materiale, delle proprietà sensibili del nostro oggetto di indagine, i risultati sembrano essere sconfortanti. Molti dei lavori di Duchamp prima, di Warhol poi, e di molti altri a seguire, ci ricordano che lo statuto ontologico della realtà è mutevole anche qualora non muti in alcun modo “l’aspetto” di tale realtà – come, meglio di chiunque altro, Arthur Danto ha saputo spiegare nei propri saggi. Che si tratti di scolabottiglie piuttosto che di barattoli di zuppa, la realtà può acquisire (o perdere) – in certi momenti/luoghi – statuto di artisticità.
    La riflessione sulla “mobilità” dell’identità del reale va dunque svolta su un piano altro?, e se sì, su quale?

    Torniamo alla riflessione di Cumulus Studio. Il primo, e forse quello che mi pare essere il più importante, aspetto su cui riflettere è il commissionamento dei lavori a – si dice nell’articolo – artisti anziché designer. Ora, il punto è capire chi e quando qualcuno è artista piuttosto che designer. L’artista è tale sempre e comunque?, in ogni momento ed entro ogni espressione della propria vita? O non è forse tale nel momento, e solo nel momento, in cui produce qualcosa che la cultura entro cui egli opera ritiene di poter definire “arte”? Proviamo a riflettere: “artista” è un’identità che alcuni assumono in virtù dell’attivazione di una specifica pratica; qualora questa pratica venga sostituita da un’altra è – credo – evidente che il soggetto che la perde in virtù di un’altra cessa – in quel momento – di essere artista per assumere una nuova identità: cuoco, nuotatore, telespettatore ecc. Per rendere tutto più comprensibile, pensiamo a un performer-artist: le sue opere d’arte consistono in “attività” che egli svolge; tuttavia, non ogni attività di tale individuo è sempre e comunque arte: se egli firma una cambiale, non necessariamente quella cambiale va considerata arte, assume tale identità solo in certi momenti/contesti. Così, nel momento in cui la firma di quella cambiale non la rende arte, colui che la firma non ha – in quel momento – identità di artista. Insomma, l’identità di artista, in quanto identità è “mobile” proprio come si diceva pocanzi: tutte le “identità” sono mobili, siano esse riferite a oggetti, siano esse riferite a persone e così via… Se tutto ciò è corretto, allora il fatto che Tom Burr, Liam Gillick e Joel Shaphiro abbiano prodotto opere d’arte non implica che in ogni momento essi vadano considerati artisti, e che ogni loro opera vada considerata opera d’arte: se, e nel momento in cui, produrranno opere di design essi saranno designer.
    La questione posta nell’articolo, dunque, non sembra potersi risolvere sul piano dell’identità del creatore dell’opera. Restano altri aspetti su cui Cumulus Studio sembra porre l’attenzione: funzionalità, adattabilità agli ambienti esterni, serialità. Ma, come giustamente sottolinea la brava Ginevra Are, tutti questi aspetti non sono affatto ad appannaggio del design: moltissime opere che vengono istituzionalmente considerate opere d’arte soddisfano tali criteri.

    L’articolo si chiude con la fatidica domanda: “È quindi solo il contesto che determina l’essenza di un oggetto?”. Io ritengo che – a livello istituzionale – il contesto sia fondamentale per “riconoscere” l’identità di qualcosa che, pur non mutando a livello formale, può tranquillamente mutare identità. Ciò detto, tuttavia, sapere che, se qualcosa viene collocato in un contesto artistico assume identità di arte non ci dice alcunché circa il “che cos’è?” dell’arte: ora sappiamo solo che è arte, e come tale ad esso ci viene “suggerito” (dal contesto) di relazionarci.
    Già, RELAZIONARCI; forse è questa la “parola magica”: è, forse, sul piano relazionale che va ricercata l’identità di ARTE. Se è così, la domanda da porci è: quale specifico tipo di relazione è, se esiste, quella da porre in essere con una certa porzione di realtà affinché la si possa definire “arte”?

    Un saluto e un ringraziamento a Ginevra per l’occasione di riflessione.

    svelarte

    • Lutin Plissé

      Veramente illuminanti ed equilibrate queste tue riflessioni..non a caso a firma ‘svelarte’… Grazie!

    • Giorgio Piga

      concordo con svelarte: forse per capire dove si trova l’identità intrinseca dell’opera non dovremmo rifarci solo al creatore (che indico col significato di creativo piuttosto che di demiurgo) dell’opera, ma anche al contesto nel quale questa viene prodotta, e alla capacità di questa di intessere relazioni con questo (non) luogo.
      Questi diversi livelli di lettura ci permettono di accedere a diversi livelli di identità dell’opera, cercare di capire qual’è la natura della stessa, per poi poter provare a definirla.
      Il fatto che la natura degli oggetti di cui si parla nell’articolo sia a cavallo tra quelli che son due mondi differenti (peraltro con un rapporto complesso: uno generatosi dall’altro, con linguaggi spesso simili e talvolta ibridati) vede una non netta definizione della loro identità: opere d’arte in quanto create da artisti o opere di design in quanto presentate ad una manifestazione dedicata al design? Scultura/installazione o palliativo di nani da giardino? Io sinceramente non ho altra risposta che: tutto ciò insieme.
      La committenza del Cumulus Studio dà vita a creature contaminate, ibridi.
      E come tali le salutiamo, pur beneficiando del dubbio sulla loro qualità.

      • svelarte

        In fin dei conti, anche se troppo spesso non ne prendiamo coscienza, la realtà è multilivellare. Cioè a dire che a cose e a persone attribuiamo abitualmente una molteplicità di identità: come ciascuno di noi può essere al contempo marito/pescatore/cuoco/lettore/ecc., così uno specifico oggetto può essere al contempo opera d’arte e di design. Tuttavia, ciò non significa che le due identità si confondano; tanto che i nostri giudizi critici relativi all’opera in quanto arte non saranno della stessa natura di quelli relativi alla medesima opera in quanto design. Il punto, allora, è capire a quale livello ontologico di un’opera ricercare l’artisticità e a quale il design…

        svelarte

        • Giorgio Piga

          Credo che l’identità sia, ontologicamente, una sola. La somma di tutte le sue varie identità, individuabili singolarmente ma inscindibili tra loro, dà forma ad un’unità. Queste si rap-presentano attraverso immagini, individuabili in misura variabile a seconda dei livelli di lettura da ognuno di noi percepiti. Per ogni immagine potremo poi esprimerci in giudizi di valore.
          Bisogna arrivare alla consapevolezza che ogni nostro commento all’opera è parziale, monco di identità da noi non rintracciabili.
          Il punto quindi, a mio parere, è capire come individuare più livelli-immagine possibile, contestualizzandoli con capacità critica… Solo allora infatti saremo automaticamente in grado di discernere all’interno di questa varietà, la quale, utopicamente, si rap-presenterà davanti a noi come unità identitaria dell’opera.

  • Consonante

    Concordo: molto interessante il dibattito qui.