Proiettarsi in avanti

Le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia sono puntellate di mille proiezioni -solitamente di banali fasci di luce tricolore- su architetture e monumenti. Prendiamo l’abbrivio per riflettere su una questione semplice semplice: perché, con tutto il patrimonio che abbiamo, non sfruttiamo maggiormente la possibilità di fare delle nostre architetture un supporto per la videoarte contemporanea? E’ snobismo? E’ che costa troppo? Sono gli artisti che non sono interessati? O cos’altro?

Lasciamo da parte il discorso patriottico di cui tanto, in questo paese, non è mai fregato nulla a nessuno. Mettiamola solamente sul tema dell’utilizzo degli iconic landmarks (essenzialmente monumenti, comunque) come supporto, come quinta, come schermo che però aggiunge significato a ciò che vi viene proiettato.
Questi giorni di festeggiamento per i 150 anni di storia unitaria ci suggeriscono una riflessione sui monumenti più o meno celebri che costellano l’urbanistica delle nostre città e il loro ruolo in un’ottica ampia di convergenza tra i linguaggi e di compressione degli spazi e delle distanze tra antico e contemporaneo.
La questione è un po’ questa: può o non può un monumento essere utilizzato senza essere svilito? Può una architettura classica, data per scontata dai cittadini che neppure la vedono più, alla quali si sono pigramente abituati, venire rifunzionalizzata come supporto per proiezioni?
Andando oltre, ma prendendo spunto, dalla retorica del tricolore sparato sul Maxxi o sul Vittoriano, le tante proiezioni architettoniche di questi giorni potrebbero ispirarci un ruolo diverso delle superfici verticali storiche delle nostre città. Un ruolo di interazione con il lavoro degli artisti contemporanei, ad esempio. Un ruolo di spazio da conquistarsi per le gallerie private delle città. Perché proiettare videoarte su un monumento può scadere senz’altro in operazioni di cattivo gusto, eccessivamente neobarocche, inutilmente retoriche, ma può anche, al contrario, contribuire a avvicinare a certi linguaggi masse di cittadini che neppure ne conoscono l’esistenza. E può aiutare, cosa positiva a prescindere in un paese “zavorrato” da un patrimonio storico artistico sconfinato, ad accorciare le distanze diacroniche tra la produzione artistica di ieri e di oggi. Magari permettendo alla gente di riscroprire, grazie ad una luce nuova, nel vero senso del termine, delle porzioni di patrimonio completamente dimenticate.
Abbiamo dei beni culturali unici al mondo, questi beni culturali sovente sono delicati e intoccabili e non lasciano spazio ad interventi invasivi da parte degli artisti di oggi, la video proiezione è l’intervento meno invasivo possibile. Detto questo, perché non viene sfruttata maggiormente la sinergia? E’ un problema di costi? E’ una questione di soprintendenze che comunque dicono di no? Sono gli artsiti che preferiscono non confrontarsi con la grande arte del passato? O è il pubblico snob del contemporaneo che considererebbe l’operazione eccessivamente nazional-popolare e decorativa?

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