Lo strano caso Baldessari-Giacometti

Baldessari copia Giacometti. E la Fondazione che gestisce gli interessi di quest’ultimo – o meglio, dei suoi eredi – riesce a far chiudere la grande mostra alla Fondazione Prada di Milano. Uno sguardo storico su un fatto di cronaca che ha dell’assurdo…

John Baldessari, The Giacometti Variations
John Baldessari, The Giacometti Variations

Ogni tanto – sempre più spesso, ormai – la realtà supera di gran lunga la più sfrenata immaginazione.
Capita così che la Fondazione Giacometti ingiunga, secondo quanto apprendiamo dalla ricostruzione di Armando Besio (la Repubblica, 11 febbraio 2011), alla milanese Fondazione Prada di chiudere la bella mostra di John Baldessari (Giacometti variations), e citi addirittura in giudizio l’istituzione stessa, mentre il giudice sequestra le nove opere esposte. L’accusa sarebbe quella di “riproduzione non autorizzata”. Plagio. Baldessari si era infatti ispirato, per le sue enormi modelle statuarie, alle opere del celebre scultore, rivestendole poi con abiti di alta sartoria. Ergo, secondo la rispettabilissima opinione della fondazione parigina, uno dei più grandi artisti viventi avrebbe, più o meno, “copiato” l’originale.
Ora, a scanso di equivoci diciamo subito che non ci risulta che Giacometti abbia mai realizzato figure alte quattro metri e mezzo… In ogni caso, questa è materia che dirimeranno i giudici, a partire dal 22 marzo p.v.
Quello che ci sembra interessante, e l’aspetto da approfondire, è altro. Questa vicenda, infatti, sembra proprio una riedizione in sedicesimo della celebre querelle che coinvolse Bird in Space (1923) di Constantin Brancusi e le autorità portuali di New York, considerata per varie ragioni uno degli atti fondativi dell’arte contemporanea – insieme all’esposizione di Fountain, altresì noto da quasi un secolo come “l’orinatoio” (1917). Il povero scultore dovette pagare 4.000 dollari di tasse per importare la scultura negli Stati Uniti (le opere d’arte erano invece duty free), dal momento che il solerte ispettore Kracke non considerava quel pezzo di bronzo un’opera d’arte: la scultura non aveva infatti nessun elemento che la rendesse riconoscibile come un uccello! Non è un caso perciò che tra i più strenui difensori di Brancusi in quella diatriba ci fosse proprio Marcel Duchamp. Comunque, lo scultore rumeno vinse la causa legale in tribunale (anche se per le motivazioni sbagliate) e si vide restituire i suoi soldi.

Alberto Giacometti

Non sappiamo come si risolverà questa storia, oggi, nel 2011; è singolare, però, che la vicenda si basi sull’assunto di una “riproduzione non autorizzata”, dunque colpevole. Con le stesse motivazioni, si potrebbe portare alla sbarra praticamente la maggior parte dell’arte prodotta negli ultimi cinquant’anni: dalle opere pop di Warhol e Lichtenstein alle appropriazioni di Sherrie Levine (tra l’altro, la sua copia di Fountain è realizzata nel lucido materiale di Bird, e rappresenta una fusione perfetta dei due archetipi dell’arte contemporanea…), fino a tutti gli artisti che usano, riusano, decontestualizzano e détournano le opere prodotte da altri artisti, lontani e vicini.
Può piacere o no, ma la pratica artistica fondamentale dell’ultimo mezzo secolo è esattamente l’appropriazione. E non solo. Ad esempio, gli eredi di Johann Pachelbel, nel 1975, avrebbero potuto contestare Brian Eno perché l’intero secondo lato di Discreet Music era occupato da tre variazioni elettroniche sul celebre Canone in D Maggiore. O, nel 1999, Martin Scorsese avrebbe potuto non gradire Through the looking glass di Douglas Gordon, alla Biennale di Venezia, perché l’artista aveva “rubato” la scena allo specchio di Taxi Driver.

Sherrie Levine

Del resto, il concetto stesso di “variazione” ha una lunga e nobile tradizione, molto più antica e radicata dell’arte contemporanea: in ambito musicale (quello che gli è proprio) è nata nella Grecia antica, e ha attraversato i millenni e i secoli – dal canto gregoriano a Frescobaldi, dallo stesso Pachelbel (guarda un po’, “variava” anche lui!) a Bach con le famosissime Variazioni di Goldberg, fino a Mozart, Beethoven e persino a Schönberg.
Speriamo soltanto che Baldessari abbia preso questo evento increscioso con lo spirito giusto. E che questa storia si risolva, semplicemente, con il trionfo dell’arte.

Christian Caliandro

 

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