Italietta & arcitaliani

Da Amici Miei a Finché c’è guerra c’è speranza, fino ad Anni Ruggenti, un viaggio nell’identità nazionale raccontata attraverso il cinema nostrano. Per scoprire che le storie di una volta hanno ancora molto da insegnarci sull’Italia di oggi.

Amici miei - Come tutto ebbe inizio

Per chi ha dato un’occhiata ai quotidiani negli scorsi giorni, non sarà una sorpresa apprendere che il prequel di Amici Miei, intitolato Come tutto ebbe inizio, regia di Neri Parenti, ha suscitato non poche polemiche. Fan sfegatati, refrattari al nuovo? Forse. Ma a nostro parere, ciò che non è piaciuto di questa impresa cinematografica è che ha di fatto rimosso totalmente dalle vicende del Conte Mascetti, dell’architetto Melandri, del giornalista Perozzi, del primario Sassaroli e del barista Necchi la sensazione del dramma diffuso, la profondità della psicologia dei personaggi, la celebrazione del sacro vincolo dell’amicizia virile. Resta l’aspetto goliardico – con veline in salsa quattrocentesca, parolacce, gag in puro stile cinepanettone – monco però della sua tradizione storica, dal Brunelleschi al Marchese del Grillo, di cui Monicelli era un grande conoscitore.

L’identità italiana in quanto tale – precaria, arraffona, pessimista, ma forse per questo burlona e un po’ geniale – è qui soppiantata da un sentimento nuovo, contemporaneo, a cui manca il sottotesto e il finale tragico, per una agghiacciante, antirealistica, ridondante risoluzione “a tarallucci e vino”. Ma l’Italia è diversa. Non conosce lieto fine, né l’eroismo come conditio sine qua non. Valga per tutti il paragone, nonostante i contesti differenti, tra Finché c’è guerra c’è speranza (Alberto Sordi, 1974) e Iron Man (Jon Favreau, 2008).

Amici miei - Atto II

Pietro Chiocca e Tony Stark sono due mercanti d’armi. Entrambi giungono per motivi differenti a un bivio che pone loro una scelta etica. Il primo, suo malgrado, finisce nell’apertura del Corriere della Sera e, una volta rientrato a casa, incontra l’indignazione dei familiari. Sul suo volto è dipinta la stanchezza di una vita messa sempre a repentaglio, la durezza di occhi che hanno visto cose terribili. È disponibile a cambiare ma, sottolinea, niente più agio, lusso e spensieratezza: l’esistenza tornerà a essere quella dei comuni mortali. Inutile dire che moglie, figli e suocera opteranno per lasciare tutto immutato, in un’economia sociale dove il punto sta nella salvaguardia dell’apparenza.

Tutto diverso per Stark. Rapito in Afghanistan, comprende il rischio della minaccia terroristica, si salva, torna in America e dà una bella rinfrescata al tutto: mission aziendale (da armi a giocattoli!) e passatempi, trasformandosi in un supereroe. La sua assistente lo ama sempre, chi gli voleva fare le scarpe prima è solo un tantino più arrabbiato, l’azienda perde qualche utile, ma senza grossi traumi. Non cambia nulla, solo le sue attività. Dall’inizio alla fine del film Tony non ha paura, non ha dubbi. Il messaggio è: io sto facendo la cosa giusta per me, per i miei cari, ma soprattutto per il mio Paese.

Tony Stark in Iron Man

Gli fa da contraltare il percorso interiore di Omero Battifiori (Nino Manfredi) protagonista di Anni Ruggenti (Luigi Zampa, 1962), uno dei momenti più felici della cinematografia sul fascismo. Omero, assicuratore romano e fascista modello, viene mandato dalla compagnia per cui lavora in un piccolo paesino del sud. Per una serie di equivoci viene scambiato per un gerarca in missione in incognito e perciò circuito dai potentati locali, che lo includono nella loro vita per nascondergli le magagne del regime. I loro tentativi saranno così maldestri, tuttavia, che Omero a poco a poco, in un’esilarante commedia degli errori, scoprirà la tragica verità della dittatura, fatta di un’oligarchia becera e pasciuta a discapito di una moltitudine sempre più vessata e infelice, di una classe dirigente truffaldina e amorale e di intellettuali emarginati.

La locandina degli Anni Ruggenti

Sullo sfondo c’è un affascinante affresco popolare ravvivato da micronarrazioni, un’Italietta di molte, piccole anime, tutte diverse tra loro, di grandi problemi ficcati sotto il tappeto, che crescono a dismisura fino a diventare enormi realtà. E a Omero, che ha capito tutto, ma che non può farci niente “perché qui probabilmente non cambierebbe nulla”, non resta altro che fare le valigie e andare via. Con una fede in meno e la delusione nel cuore.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • hm

    vi meritate neri parenti, villaggio, costanzo, mario de filippi, panariello, checco zalone e un medico in famiglia . ma anche pupi avati, bellocchio e umberto eco .

    • me.giacomelli

      VI meritate? Te ne tiri fuori così, senza macchia e senza paura?

  • ISCRIZIONE OBBLIGATORIA

    http://test.artribune.com/progetto/

    Gent.le redazione di Artribune (che nome evocativo!)
    scrivo questo mio primo intervento sul vostro nuovo sito. Anzitutto per augurarvi una vita lunga e ricca di soddisfazioni, se lo sarà per voi lo sarà anche per chi – come me – intende partecipare – in veste di commentatore – a questa nuova avventura. Quando ho saputo della rivoluzione che era in atto all’interno della redazione di Exibart ho temuto; temuto di veder naufragare l’unico importante sito internet di notizie e approfondimento legati al mondo dell’arte italiano. Invece, ecco qua, ora ne abbiamo due: Exibart e Voi. Tanto meglio così!
    A inizio di questo mio commento ho riportato il link alla pagina della vostra, diciamo così, “dichiarazione di intenti”: propositi decisamente roboanti, dei queli – spero – saprete essere all’altezza. Lasciatemi, tuttavia, avanzare alcune perplessità. Il fatto è che per ora i vostri propositi restano – forse perché siete appena agli inizi – piuttosto astratti, la frase d’apertura parla di “una piccola rivoluzione nella comunicazione artistica e culturale italiana”. Ovviamente viene naturale assumere come referente di paragone Exibart; ma, per ora, quello che avete creato non differisce sostanzialmente in alcun modo da Exibart. Questo non è necessariamente un male, Exibart è – a mio parere – un’ottima realtà; che voi avete creato e che, pertanto, resterà sicuramente il vostro modello di riferimento per la costruzione di Artribune. Tutto bene, dunque? Non proprio…
    In qualità di “commentatore” – lo sono su Exibart e spero di esserlo anche qua – ciò su cui ritengo di avere un punto di vista privilegiato – così come tutti i commentatori abituali – è, ovviamente, la sezione dedicata ai commenti in calce agli articoli. Nella vostra “dichiarazione di intenti” vi riferimenti a noi lettori e commentatori non come una nota a margine, ma come parte integrante del progetto Artribune: “Vogliamo l’interazione a ogni livello, vogliamo creare attorno ad Artribune – attraverso un software eccellente e una fusione calda con i social network – un’autentica community, nel senso più profondo del termine, che sviluppi senso di appartenenza. Il senso di stare partecipando, cioè, a qualcosa di importante”. Queste le vostre parole. Io spero, lo spero davvero tanto, che Artribune assuma l’aspetto di una comunità in cui si respiri senso di appartenenza, i cui membri – noi commentatori – siano mossi da reale spirito epistemico, in cui si rispettino le opinioni di ciascuno, e in cui ciascuno partecipi in modo costruttivo.
    Questo, purtroppo, è ciò che raramente accade in Exibart.
    Su Exibart, infatti, assistiamo quotidianamente a sterili discussioni, offese, presenzialismo mosso unicamente da a-prioristico spirito di contraddizione. Ora, la domanda è: è possibile evitare questa deriva anche su Artribune? Io credo proprio di sì, ma l’unica possibilità è passare attraverso una REALE (non solo a parole) rivoluzione strutturale. Una rivoluzione tutto sommato semplice, ma al contempo efficace: obbligo di iscrizione per tutti coloro che intendono commentare!
    Riflettiamo un attimo sulla struttura del commentario di Exibart e su quelli che oggettivamente o soggettivamente possono essere definiti suoi difetti. Il commentario di Exibart è aperto a chiunque voglia commentare, senza alcuna necessità di iscrizione, e i commenti vengono fatti semplicemente passare sotto un (blando… forse “blando” è eufemistico) filtro pre-pubblicazione. Purtroppo, questo modo di concepire il commentario ha solo il pregio di tenere alto il livello di partecipazione al sito – anche se, come già detto, a scapito della qualità di questa partecipazione – ma ha, in compenso, molti difetti; elenchiamoli:
    1) La pubblicazione dei commenti, spesso – ed evidentemente a causa di un disequilibrio tra commenti pervenuti e personale addetto al loro vaglio -, avviene con scarsissima frequenza – a volte passa un’intera giornata prima che un commento venga pubblicato. Ciò rallenta la partecipazione e rende difficile la sopravvivenza di un dialogo tra i commentatori.
    2) Il filtro è troppo blando e questo fa sì che vengano costantemente pubblicati commenti in cui sono presenti veri e propri insulti, e null’altro.
    3) L’identità dei commentatori non è un’identità, dato che – mancando l’iscrizione – chiunque può utilizzare quella di chiunque altro. In tal modo, non solo nessuno ha diritti e doveri, ma è anche impossibile sapere se quel Tizio, che ha commentato e a cui hai risposto con un tuo commento, è lo stesso Tizio che in un successivo commento ti manda a quel paese. In uno stato di anarchia come questo io non metterei mai il mio nome e cognome, sapendo che chiunque potrebbe utilizzarlo per fingersi me in altri commenti.
    Questi sono i principali difetti che ho notato, altri ce ne saranno; il punto però è che tutti questi difetti possono essere eliminati semplicemente richiedendo l’iscrizione a chi intenda commentare. Come avviene in ogni seria community, del resto. L’iscrizione fa sì che ciascuno si assuma la responsabilità di ciò che scrive, che ciascuno sia tenuto a rispettare regole minime di netiquette, permette di evitare il filtro preventivo da parte della redazione – e dunque i commenti verrebbero realmente pubblicati immediatamente! – che si riserverebbe di censurare, a posteriori, i commenti non rispettosi della netiquette ed, eventualmente, allontanare dal sito gli iscritti più incivili.

    Questo è il mio unico suggerimento. Richiedere l’iscrizione ai partecipanti è l’unica possibilità per rendere Artribune un prodotto davvero “autorevole” (come dite nella “dichiarazione di intenti”). Un sito che non bada anzitutto alla quantità dei commenti ma soprattutto alla loro qualità! Che pensa ai commentatori come una parte importante del progetto e che, pertanto, pretende da loro la stessa serietà e responsabilità di cui Artribune intende vantarsi.

    Questo mio commento è rivolto non solo alla redazione, ma anche ai lettori/commentatori che lo leggeranno. A loro mi rivolgo, chiedendo di sostenere questa mia istanza, in modo che la redazione comprenda l’importanza dell’iscrizione obbligatoria dei commentatori. Chiedo a chi legge questo mio commento di copiarlo e incollarlo in calce a ogni articolo compaia su Artribune. Perché, se come afferma la redazione, anche noi siamo Artribune, anche noi abbiamo il diritto di dire la nostra, e di ribadirlo fino a che ciò in cui crediamo e riteniamo importante non viene ascoltato.

  • PER LA REDAZIONE, chissà se risponde

    Gent.le redazione di Artribune,
    ho notato un certo vostro zelo nel cancellare lo spam inviato, ossia i commenti in cui si proponeva di applicare la serietà che sostenete di voler applicare al vostro nuovo sito, anche alla parte relativa al commentario; molto meno zelo, invece (e purtroppo, viste anchele vostre “dichiarazioni di intenti” in merito al nuovo Artribune) nel rispondere. In che modo intendo sia possibile rendere anche il commentario serio e credibile? Semplicemente ricorrendo all’OBBLIGO DI ISCRIZIONE PER CHI INTENDA COMMENTARE GLI ARTICOLI. Obbligo che, del resto, vige in molti forum, community et similia…
    La mia proposta circostanziava bene le ragioni per le quali mi pare opportuno istituire l’iscrizione obbligatoria allorché si intenda il commentario e, dunque, noi commentatori come parte integrante del vostro progetto editoriale; una parte che deve, pertanto, risultare seria e credibile quanto tutto Artribune. Diversamente, lasciare il commentario alla totale anarchia, come accade ora su Exibart significa – correggetemi se sbaglio (e, in questo caso, illustratemi le reali ragioni) – intendere la partecipazione al sito come mera occasione per accrescere la sua popolarità, in altre parole per fare “audience”.

    Sarebbe corretto e serio, da parte vostra, rispondere alla mia proposta, scrivere come avete intenzione di strutturare il commentario su Artribune e le ragioni per le quali ritenete una struttura migliore di un’altra. Non limitandovi, semplicemente, a cancellare lo spam.

    Mi rivolgo anche ai lettori e chiedo loro di esprimere il proprio parere in merito alla questione, portandolo così all’attenzione di una redazione che, al di là delle “dichiarazioni di intenti” ripostati nella sezione IL PROGETTO, non pare avere molta intenzione – dato che nemmeno risponde – di creare realmente e seriamente un nuovo prodotto editoriale.

    Cordiali saluti.

    PS: a meno che non venga cancellata anch’essa, chiunque può leggere la mia proposta di ISCRIZIONE OBBLIGATORIA in calce a questo articolo: http://test.artribune.com/2011/03/italietta-arcitaliani/
    e, comunque, periodicamente (a scanso di cancellazione da parte della “sorda” redazione) in calce a ogni articolo venga pubblicato.

  • LA REDAZIONE CONTINUA A CENSURARE

    La redazione di Artribune si rivela subito per quello che è! A parole dichiara (qua: http://test.artribune.com/progetto/) di avere alta considerazione dei lettori/commentatori quale parte integrante del nuovo progetto Artribune; a fatti non risponde alle proposte che vengono avanzata dai lettori/commentatori in relazione alla struttura del commentario, o addiritura le CENSURA cancellandole subito dopo la pubblicazione! Complimenti cara redazione!
    Il punto è che i lettori sono stanchi di essere presi per i fondelli: o ve ne fregate di noi, ma allora non dite il contrario nella vostra “dichiarazione di intenti”, oppure li considerate importanti e allora rispondete alle questioni che sollevano e alle domande che vi rivolgono, anziché CENSURARLE.
    Bel senso di “appartenenza” (queste le vostre parole nella sezione IL PROGETTO) intendete creare!

    Detto ciò, procederò come segue: filmerò l’invio dei miei commenti al vostro sito, filmerò la loro pubblicazione e, infine, QUALORA CIò AVVENISSE, filmerò la sparizione dei commenti dopo la vostra CENSURA. Dopodiché aprirò un canale youtube e caricherò i filmati del vostro così democratico comportamento! Infine tornerò a inviare a ripetizione, su questo sito, commenti contenenti il link al canale di youtube. Non solo, comincerò a informare del vostro comportamento anche i lettori di Exibart (dato che questo è il principale bacino d’utenza al quale, almeno per ora, intendete rivolgervi) pubblicando quello che sta accadendo qua, e il link al canale di youtube, lo farò tanto nello spazio riservato alle news, tanto in quello riservato ai blog (in cui i commenti vengono pubblicati immediatamente senza alcun vaglio preventivo).

    Cara redazione di Artribune questo è ciò che si ottiene quando si prendono per i fondelli le persone.

    E ora cancellate pure questo commento, anziché rispondere.

  • Guardacaso avete risposto solo ora

    Non è esattamente come dite. Al primo commento “PER LA REDAZIONE” non ho ricevuto alcuna risposta – eppure vedo che rispondete persino a chi disquisisce sugli apostrofi (pensa un po’!). Il commento “PER LA REDAZIONE, chissà se risponde” ho dovuto inviarlo in due trance, giacché alla prima trance li avevate cancellati tutti – senza, ancora una volta, aver risposto.
    Per quanto riguarda lo “spam” è vostro diritto intervenire, ma la questione è “politica”, io spammo per fare in modo che ogni lettore di ogni articolo legga la mia proposta e possa così dire la propria in merito.
    Per quanto riguarda l’indirizzo di posta elettronica a cui poter rivolgere i propri consigli, esso è già stato utilizzato quando voi ancora eravate la redazione di Exibart, ma senza ricevere risposte! (D’altrocanto, dato che siamo entrati nel merito, nessuna redazione che si rispetti non fornisce indirizzo e numero di telefono cui poter fare riferimento (ovviamente mi riferisco al periodo in cui eravate la redazione di Exibart), addiritura il vostro ex Exibart Onpaper non riporta(va) alcune numero o indirizzo di redazione, cosa mai vista per una rivista. Chissà se anche la rivista che avete intenzione di realizzare prossimamente negherà ai lettori queste elementari informazioni…

    Ma al di là di queste questioni (non è su questo che mi interessa spostare l’attenzione), io continuo a invitarvi a riflettere insieme a me, e ai lettori che hanno i miei stessi dubbi, sulla questione dei commenti e sull’anarchia che la mancanza di iscrizione obbligatoria comporta. Non potete limitarvi a risposte di corcostanza quali “prenderemo in considerazione le proposte”. O meglio, potete, ma poi non lamentatevi se qualche commentatore diventa, come dite voi “incontinente”. E’ una questione di causa-effetto.
    Capisco che possa essere fastidiosa, per voi, questa mia invadente (ed evidente) tracotanza; ma, vedete, questa (Artribune) è per chi è interessato – come me – ad avere a disposizione una “comunità” (come anche voi la chiamate) intenzionata a dialogare in modo propositivo intorno al mondo dell’arte, un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: prima che tutto sia fatto intendo insistere sull’opportunità che avete di realizzare un commentario serio e credibile. Diversamente da ciò che avete creato ad Exibart.

    Perché invece di eludere queste richieste, mediante frasi di circostanza, non vi fate voi stessi promotori di una sorta di “referendum” per chiedere, a coloro che intendono divenire assidui frequentatori di questa nuova realtà, quali preferenze hanno sul modo di regolare i loro interventi su Artribune? In fondo, se come dite, noi siamo parte integrante del progetto, anche noi dovremmo avere il diritto di dire come riteniamo più giusto venga realizzato.

    PS: l’anonimato di cui parlate in riferimento a me, mi pare più che saggio adottarlo, qua come su Exibart, dato che – come dicevo, parlando dei difetti della mancanza di iscrizione obbligatoria – chiunque potrebbe appropiarsi della mia identità e scrivere fingendosi me.

    PPS: lasciate perdere l’off-topic e sciocchezze simili, suvvia. si va off-topic giacché non mi risulta vi sia uno spazio (un articolo) a disposizione di commentatori dedicato ad accogliere le loro proposte. (altro indizio del fatto che le vostre circa la “partecipazione” sono belle parole, ma poi nei fatti…?)

    Nella speranza di avviare un più proficuo dialogo sulla questione da me imposta alla vostra, e a quelli dei lettori, attenzione, vi saluto cordialmente.

    • me.giacomelli

      Vien da pensare che siamo proprio bravi, poiché non solo chi ci ama ci segue, ma pure chi prova sentimenti contrari…

      • Parli a nome della redazione?

        Parli a nome della redazione di Artribune? Se sì, beh, è interessante notare come chi intende – a parole – offrire un “prodotto” serio e credibile poi, di fatto, continui a eludere le questioni che chi intende fruire di quel “prodotto”, cioè i lettori, solleva.
        Insomma, ancora una volta nessuna risposta.

        Non ho detto che non siete bravi, anzi, se tu avessi letto attentamente il mio primo commento “ISCRIZIONE OBBLIGATORIA” avresti notato che mi sono riferito a voi – ai tempi in cui “eravate” Exibart – come un “sito importante” e della cui esistenza ero/sono ben contento – così come molto probabilmente lo sarò di Artribune. Il punto è che le cose non sono nere o bianche, belle o brutte, bravi o cattivi. Tra tutti i meriti che avete, v’è il demerito – a mio parere – di aver, al tempo di Exibart, strutturato in modo pessimo il commentario (ormai devo averlo ripetuto mille volte, chissà che prima o poi qualcuno della redazione non intenda illustrare i pregi, che a me sono sfuggiti, di questo modo di regolare i commenti). I motivi per cui ritengo pessimo quel commentario senza obbligo di iscrizione li ribadisco ora:
        1) tempi di attesa prima della pubblicazione dei commenti, spesso, eccessivi.
        2) il filtro pre-pubblicazione molto blando consente a molti di utilizzare il commentario unicamente per insultare.
        3) senza obbligo di iscrizione le identità di coloro che commentano sono costantemente incerte, nessuno può sapere il nome/nick con cui sta interagendo è lo stesso soggetto con cui aveva interagito in precedenza: come è possibile portare avanti un dialogo serio e credibile tra commentatori, in questo modo?
        Questo mi pare il difetto principale!

        Avete scritto che state discutendo molte questioni, tra le quali anche questa da me posta… Bene, quando si discute intorno a una questione significa che si ritiene che essa abbia pregi e difetti (se vi fossero solo gli uni, piuttosto che gli altri, infatti, non ci sarebbe bisogno di discutere; la decisione si imporrebbe da sé); io noto solo difetti e sarei, pertanto, felice se voi oltre a riflettere con me su questi difetti mi aiutaste a prendere coscienza dei pregi. Perché, ripeto, l’unica ragione che riesco a concepire per mantenere una struttura del commentario senza obbligo di iscrizione è quella di pensare il commentario come un mero mezzo per fare “audience”: tanto minori vincoli alla possibilità di commentare, tanti più commenti e dunque tanta più partecipazione, ovviamente a scapito della serietà e credibilità di questa partecipazione.

        Dove sbaglio? Vi prego di aiutarmi anziché eludere – poco seriamente -, ogni volta, la questione.

        Cordiali saluti

        • Redazione

          Questo è un sito di test, come tutti sapete. Anche se sta andando decisamente bene è pur sempre un sito di test. Un test che ci serve per capire, tra tante altre cose, se imporre sul sito definitivo (tra due mesi) il commentario con obbligo di registrazione o meno. Questo dipenderà soprattutto dal tenore dei commenti, dallo stile dei commentatori e da come vorranno comportarsi qui su Artribune.
          Spero davvero di non dover obbligare nessuno a registrarsi, mi auguro che non ce ne sia bisogno e che nessuno usi in maniera impropria i commenti.

          E comunque domani mattina pubblichiamo una notizia, tra le tribnews, nella quale discutere e confrontarci su questo argomento. Così almeno non ne parliamo fuori topic. Ok?

          MT

          • Per MT

            Perfetto, MT, grazie mille. Attenderò questo articolo per continuare a discutere lì la questione.
            Tengo solo a precisare che l’obbligo di iscrizione non deve essere inteso come una sorta di “punizione” a seguito di una deriva nei toni dei dialogo tra i commentatori; ma come una garanzia/responsabilizzazione per chi intende commentare. Un modo per mantenere la credibilità del nome/nick che ha firmato un commento piuttosto che un altro. L’unico modo per poter dialogare essendo certi che il tizio X al quale si sta scrivendo è sempre la stessa persona, in ogni momento.

            Ad ogni modo a rileggerci nella sede (non legale, ovviamente :) opportuna…

            Cordiali saluti

  • pluto

    ma è così bello e civile poter scrivere ‘aridatece il Guercino’ come commento alla recensione di una mostra ‘so contemporary’, senza dover metterci la faccia!

  • lady

    sono gelosi perchè noi amiamo tonelli, giacomelli e mattioli più di quanto sia concepibile …

    fattene una ragione

  • zu

    parafrasando quel tale:
    chi baratta la libertà (leggasi ANONIMATO) per l’ ‘autorevolezza’ non merita né l’una né l’altra

    • La libertà

      La “libertà” è concetto al quale va dato un contenuto, diversamente è anarchia. Libertà non significa fare e dire tutto ciò che si vuole senza alcun rispetto dell’altrui opinione e, in una realtà che si definisca “seria e credibile”, dirlo con mero intento distruttivo e denigratorio. Questo è ciò che avviene troppo spesso su Exibart, ed è sotto gli occhi di tutti. I vari HM (che difatti, subito si è fiondato a cercar lite, ma che non troverà in me alcun interlocutore) imperversano con mero spirito eristico, ossia con l’unico scopo di giocare una battaglia di cielodurismo pseudo-intellettuale. E’ questa la libertà che volete? E’ serietà questa?
      Certo, ognuno è libero di “fare il tifo” per ciò a cui si sente più prossimo: chi preferisce i salotti da caciara alla domenicain e chi un dialogo pacato e costruttivo, per il quale è necessaria una maggiore regolamentazione. Io preferisco la seconda opzione e per questa mi batto.

      • zu

        l’anonimato è anche un valore, anzi un valore fondante, visto che proprio la libertà di cui stiamo discutendo si fonda su un gesto necessariamente, rigorosamente anonimo, che è il voto
        ci hai mai pensato, proprio tu che parli di distinguere tra libertà e anarchia?
        la conquista suprema del nostro attuale vivere sociale consiste in un atto… anonimo!
        e poi, suvvia, se si parla di libertà d’espressione regolamentare non significa… targare! anzi!! che pena!
        un saluto
        ps. dalla mia libreria vedo che ti fanno ciao ciao anche Stuart Mill e Pessoa, due che avrebbero certamente avversato le ‘iscrizioni obbligatorie’ in un forum di confronto intellettuale

        • La democrazia

          A dire il vero a me non pare che questa nostra democrazia, in cui ciascuno è libero di esprimere la propria “opinione” , anche fondamentale – come quella nei seggi elettorali – senza prendersene alcuna responsabilità: questo tipo di democrazia, dicevo, abbia prodotto risultati così eccelsi.
          Ad ogni modo l’iscrizione obbligatoria è anche un modo per, semplicemente, avere la certezza della “stabilità” dell’interlocutore, e questo non mi sembra un male in nessun caso…

          Cordiali saluti

          • zu

            la ‘stabilità’ non è un valore a prescindere, anzi

      • hm

        – I vari HM (che difatti, subito si è fiondato a cercar lite, ma che non troverà in me alcun interlocutore) imperversano con mero spirito eristico, ossia con l’unico scopo di giocare una battaglia di cielodurismo pseudo-intellettuale. –

        lol ma chi sei? non troverò in te alcun interlocutore esclusivamente perchè ai quesiti posti in maniera chirugica non sei in grado di rispondere senza dover ammettere che hai sbagliato per la tua scarsa se non nulla conoscenza delle regole di internet e dei forum . inoltre scusa ma gli anonimi che cambiano 5 nomi all’interno dello stesso post (e che per giunta vanno predicando la registrazione e la censura spacciandola ipocritamente per dialogo e libertà) mi infastidiscono molto . è palese che il solo a cercar lite in questo post sei stato tu, peraltro spammando come un povero demente in preda a una crisi d’identità .

  • baubau

    Iscrizione obbligatoria è espressione proprio fosca di suo

    • Fosco?

      Non vedo cosa ci sia di “fosco” nella richiesta di iscrizione al sito. E’ una prassi di molti siti internet in cui si dà la possibilità a chi intende intervenire di farlo. E’ un modo che 1) tutela chi mette in gioco la propria identità – giacché nessuno se ne può appropriare (basti pensare a quanti si approprino del nick “Luca Rossi” per capire che non sai mai a chi ti stai rivolgendo quando scri a Luca Rossi – e non perché sia un’identità fittizia, ma perché di quella identità chiunque se ne può appropriare, e di fatto ciò accade); 2) responsabilizza chi commenta.
      Non ci trovo nessun difetto, anzi…

      Ad ogni modo la mia richiesta dei motivi per cui non andrebbe attuato l’obbligo – se non per salvare caciare e liti continue – di iscrizione è rivolta tanto alla redazione quanto ai lettori; pertanto sarei grato a chi intendesse argomentare in merito – argomentare, possibilmente – se lo facesse.

      Cordiali saluti

  • hm

    – Per quanto riguarda lo “spam” è vostro diritto intervenire, ma la questione è “politica”, io spammo per fare in modo che ogni lettore di ogni articolo legga la mia proposta e possa così dire la propria in merito. –

    lo spam implica la censura, in particolare se ripetuto istericamente battendo i pugnetti sulla tastiera, addirittura youtube riconosce in modo automatico la maggior parte dei messaggi di spam e li censura subito senza nemmeno ricevere segnalazioni, questa è semplice matematica . internet inoltre permette l’anonimato da sempre si sa, chiunque si può registrare con un nome falso, nessuno le vieterebbe ad esempio una volta immesso l’obbligo di registrazione di adottare il nome VAFFANCULO (nome proprio) NAPOLITANO (cognome) con una data di nascita inventata, quindi il suo intervento risulta estremamente patetico e fuori luogo oltre che visibilmente OT con il tema del post .

    – Non potete limitarvi a risposte di corcostanza quali “prenderemo in considerazione le proposte”. O meglio, potete, ma poi non lamentatevi se qualche commentatore diventa, come dite voi “incontinente”. E’ una questione di causa-effetto. –

    questo è un ragionamento fascista (o meglio sionista) da servizi segreti, del tipo fomentiamo rivolte per poi stringere la cinghia e aumentare il controllo (quando non bombardare direttamente con missili tomahawk all’uranio impoverito) .

    – l’anonimato di cui parlate in riferimento a me, mi pare più che saggio adottarlo, qua come su Exibart, dato che – come dicevo, parlando dei difetti della mancanza di iscrizione obbligatoria – chiunque potrebbe appropiarsi della mia identità e scrivere fingendosi me. –

    questo invece è un ragionamento da verme per usare un eufemismo, o almeno da persona che predica invano razzolando malissimo ed è convinto che tutto il genere umano sia composto da esseri disonesti quanto lui .

  • Eva

    quanta dedizione alla causa! ma sempre senza nome. le battaglie si combattono a viso aperto

    • Mah

      Non vedo quale “viso” si tratti di “aprire”… Firmarsi “Eva” è un “aprire il viso”? Potrei firmarmi Luca, o Marco, o Sara… mettere anche un cognome… cosa cambierebbe? Scrivere “Eva” significa metterci la propria faccia?
      Mah…
      Ad ogni modo, sulla questione dell’identità, sulla quale pare che molti (ovviamente senza obbligo di iscrizione questi “molti” potrebbero essere uno solo, vai a sapere) si concentrino: io non ho mai scritto che evitare di “identificarsi” sia giusto, anzi! dico proprio il contrario – basterebbe leggere con un minimo di attenzione. Dico che proprio perché è talmente giusto prendersi le responsabilità di ciò che si scrive che andrebbe istituita l’iscrizione obbligatoria! In modo che chi vuole commentare, da un lato si prendesse le proprie responsabilità, e dall’altro fosse garantito circa il fatto che ciò che viene scritto col suo nome è ciò che ha scritto LUI e non qualcun altro!
      Ovviamente, fino a che queste garanzie non vi sono, non trovo saggio e nemmeno mi sento tenuto a pronunciarmi circa la mia identità. Come del resto hai fatto tu, Eva, scrivendo semplicemente Eva (non hai dato certo nome, cognome e indirizzo).

      Cordiali saluti

  • Insomma

    Mi pare proprio che sia contraddittorio farsi paladini dell'”identità” da un lato, e non auspicare l’iscrizione obbligatoria dall’altro. Non è forse proprio, e solo, per mezzo di un’iscrizione obbligatoria che se, in calce a qualche notizia, appare un commento da me firmato non possa io negare di averlo scritto? Non è questo prendersi le proprie responsabilità?

    Un cordiale saluto a tutti

  • Chi

    La parola obbligatorio, mi fa venire in mente; il servizio di leva, il canone della RAI, il lavarsi le mani dopo aver fatto la pipì, il fare prima lo scontrino alla cassa, il passaporto, il 16% di mancia in certi di ristoranti di NY, il mocassino o scarpe con i lacci in certi locali del Queensland, il dover inserire un indirizzo email per poter inviare questo messaggio.

    • hm

      hai ragione da vendere, ma il punto che rende il tutto ancora più bieco per non dire lurido è che questo ragionamento viene fatto da uno che non solo non si firma e non ha la minima intenzione di farlo ma addirittura cambia 5 nick all’interno dei commenti dello stesso post . inoltre cosa comporterebbe la registrazione? uno (a caso : quello che ha sollevato la questione) non potrebbe sempre inventarsi un nome falso e restare nell’ombra? (godendo però del controllo che ha fatto subire a tutti, perchè il passo successivo è la censura dell’ip e del nome registrato per pilotare i commenti in modo definitivo) .

  • Davide W. Pairone

    La richiesta è un po’ ingenua perché giustamente artribune ha tutto il diritto e l’interesse a fomentare la piazza anche attraverso filtri blandi e news controverse e piccanti.

    Poi sta ai lettori decidere se intervenire prendendosi qualche rischio, se imbastire un dialogo corretto o buttarla in rissa, giocare o ragionare o, talvolta purtroppo, sfogare frustrazioni.

    Magari sarebbe auspicabile un maggior coinvolgimento della redazione stessa, sia nei commentari sia con messaggi privati. Intervenire quando occorre un po’ di diplomazia per ragionare con le teste calde senza bannare o censurare. Insomma, soft power per bilanciare gli eccessi di tensione, conciliando l’impeto e l’energia della piazza con la compostezza del salotto.

    Utopia? Certo l’impegno per la redazione sarebbe assai gravoso ma varrebbe la pena tentare.

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