Ultime tappe del nostro percorso lungo il “Viaggio in Italia” che nel 1984 fu promosso da Luigi Ghirri ed Enzo Velati. Un’inchiesta a molte voci, con Angela Madesani che sta incontrando i protagonisti dell’impresa, guardando indietro ma anche e soprattutto in avanti. E così, dopo le conversazioni con Giovanni Chiaramonte, Guido Guidi, Vincenzo Castella e Mario Cresci, su questo numero prende la parola Olivo Barbieri.

Olivo Barbieri è stato uno dei più giovani fotografi ad aver partecipato a Viaggio in Italia nel 1984. Sin da ragazzo pensava che la fotografia costituisse una delle più rivoluzionarie scoperte dell’età moderna. Quando adolescente sfogliava le riviste illustrate, si chiedeva perché non pubblicassero aspetti della normalità. In quel momento ignorava l’esistenza di William Eggleston e Lee Friedlander, che sarebbero diventati un suo punto di riferimento. Lo abbiamo incontrato nel suo studio di Carpi, nella bassa modenese, dove è nato nel 1954. Un appartamento in cui ci sono il suo archivio, ormai gigantesco, molti libri, poche fotografie appese ai muri e tante cartoline appoggiate sugli scaffali, con immagini della storia dell’arte.

Come hai incontrato Luigi Ghirri?
Alla fine degli Anni Settanta, alla Biblioteca Poletti di Modena, ho partecipato, tra il pubblico, a una conferenza di Mario Cresci e Lanfranco Colombo sulla presenza della cultura nelle riviste di fotografia. Durante il dibattito sono intervenuto. Dopo qualche giorno sono andato nel laboratorio di Arrigo Ghi a stampare delle fotografie e lì ho incontrato Luigi Ghirri, che ancora non conoscevo e che mi ha parlato del mio intervento alla conferenza. Da quel momento abbiamo preso a frequentarci.

Cosa facevi in quel periodo?
Stavo lavorando a Flippers, era il 1977. Ghirri curava la programmazione fotografica della Galleria Civica di Modena, dove ho fatto la mia prima mostra personale, accompagnata da un testo di Franco Vaccari. Qualche anno dopo sono stato coinvolto attivamente nella preparazione di Viaggio in Italia. Partecipavo alle riunioni nella casa di Luigi, dove ho conosciuto Guidi, Chiaramonte e gli altri.

I tuoi sono gli unici notturni presenti in Viaggio in Italia. Già in quel periodo lavoravi con la luce artificiale.
Mi pareva che nessuno, sino a quel momento, avesse fotografato la notte a colori. I precedenti, sia cinematografici che fotografici, erano tutti in bianco e nero. Mi interessava anche immaginare il colore del futuro, così di lì a poco ho preso a utilizzare colori che sembravano sintetici ed elettronici. Ho iniziato a stampare le fotografie con le luci alte bruciate, in cui c’erano parti chiare poco leggibili. L’ho fatto in anni in cui la fotografia doveva essere leggibile in tutte le sue parti. Spesso venivo considerato una sorta di eretico.

Olivo Barbieri in 12 tappe © Artribune Magazine, 2018
Olivo Barbieri in 12 tappe © Artribune Magazine, 2018

Sei l’unico fotografo italiano a esser stato invitato alla Mission photographique Transmanche. Che differenza c’è fra la Transmanche e la DATAR, alla quale aveva partecipato Basilico un decennio prima?
La Transmanche, probabilmente, era più vicina all’arte contemporanea rispetto alla DATAR. Si chiedeva agli artisti di fare un progetto su un certo territorio che veniva proposto dall’organizzazione. Pierre Devin, il curatore della Transmanche, diceva: “Io lancio delle palle…”. Sembrava una sfida, non una committenza. Si lavorava in termini progettuali, con l’obbligo di motivare ogni scelta proposta.

Qual è stato il tuo contributo?
Ho fotografato i territori della frontiera franco-belga, poco dopo l’apertura dei confini. Erano luoghi di miniere. Ho cercato di rintracciare le forme del passato che hanno forgiato il presente, cercando di immaginarne il futuro. È un progetto concettualmente vicino ad American Monument and Monument, il lavoro che ho appena esposto alla Galleria Mazzoli. Apparentemente sembrano fotografie molto leggibili, belle e facilmente comprensibili; in realtà sono immagini assai complesse.

A partire dal 1989 inizi a viaggiare in Cina.
Sono capitato lì la prima volta proprio durante la protesta di piazza Tienanmen. Mi sono subito reso conto che stava accadendo qualcosa di notevole. Da allora ci vado quasi tutti gli anni.

Vai sempre negli stessi luoghi?
Sono appena tornato da un viaggio nella Cina classica, quella rappresentata nell’arte tradizionale. Attualmente mi pare inutile fotografare le megalopoli: lo fanno tutti. Inizialmente in Cina mi interessava l’illuminazione artificiale, che era sregolata e più libera. Le città erano illuminate fortemente con una disinvoltura che noi non abbiamo mai avuto.

A cavallo del 2000 lavori a Virtual Truths.
Coincide con la scelta del fuoco selettivo. Mi ha sempre interessato la capacità di mettere in relazione quello che è percepibile con quello che è difficilmente visibile.

Da parte tua o di chi guarda?
Prima di tutto mia, ma anche di chi guarda.

Del progetto Virtual Truths fanno parte anche le fotografie degli Stadi.
Gli stadi e i tribunali sono gli unici due soggetti con i quali ho rappresentato l’Italia. Due soggetti fortemente mediatizzati. Nel nostro Paese in quegli anni vedevi continuamente processi e partite di calcio, non si parlava d’altro. È stata una scelta radicale. Virtual Truths è un progetto globale che comprende l’India, il Giappone, la Cina, l’Egitto, il Tibet.

Nel tuo sito c’è una particolare sezione, intitolata Immagini, che va dal 1978 al 2007.
Parte dai Flippers. Oggi molti giovani artisti si appropriano di immagini di altri, io mi ero impossessato di quelle. Negli anni ho continuato ad appropriarmi di immagini, vedi Uffizi, Louvre e Capodimonte.

Olivo Barbieri, Flippers, 1977-78
Olivo Barbieri, Flippers, 1977-78

Tra il 2008 e il 2013 hai lavorato a Real Worlds, un particolare punto di vista sulla realtà.
La realtà è l’unica cosa che crediamo esista, ma esiste veramente? Che cos’è? È una sola o ce ne sono altre? Era l’ossessione di Philip Dick.

Tu sei fortemente legato a una dimensione letteraria.
Sono quesiti. Non si sa se siano mondi veri o finti, certo è che sono immagini. Alla fine si entra in un universo irreale ma è la tua realtà. È questa la domanda.

Dal 2003 lavori al progetto Site Specific. Città, luoghi visti dall’alto.
Quando ho iniziato a fare questi lavori non si usava ancora Google Earth. I miei sono luoghi fotografati dall’elicottero. Non ho quasi mai usato i droni per realizzarli, mi ricordano una dimensione bellica che non mi piace.

Tra l’altro hai realizzato anche molti video dall’elicottero.
Con la serie Site Specific cerco di capire la forma della città, della metropoli contemporanea. I siti coinvolti sono più di cinquanta, alcuni inediti: Dallas, Miami, Barcellona.

Perché hai fotografato le città dall’alto?
Ho fatto le mie prime fotografie aeree da ragazzo, a Carpi. In seguito, negli Anni Novanta, con Paolo Costantini, ho cominciato un progetto sulle piattaforme petrolifere nel mondo. Poi Paolo è morto e il progetto è stato abbandonato. Nel 1989 ho iniziato a interessarmi al fuoco selettivo. Ero stanco del luogo comune che considera la fotografia oggettiva. Volevo indicare con precisione il punto di interesse all’interno dell’immagine, come fosse una pagina scritta. Ebbi la sorpresa di scoprire che tutto si trasformava in un plastico, un alias della realtà. Perché allora non alzarsi e rivedere il mondo da un punto fluttuante?

Si tratta di un punto particolare dello sguardo?
È la possibilità di prendere le distanze dai suoni e dalle parole e di capire in modo inedito i rapporti dimensionali, cromatici e gerarchici degli oggetti. Mi ero accorto in precedenza, fotografando i quadri di Canaletto, che, quando si ingrandiscono, le pennellate che creano le persone sono uguali a un ingrandimento fotografico. La pittura digitale e quella tradizionale non sono diverse. Perché non usare le immagini fotografiche come fosse pittura? Osservando attentamente dall’alto si scoprono delle figure che sembrano dei Francis Bacon o degli Edward Hopper…

Olivo Barbieri, After Piero della Francesca Polittico della Madonna della Misericordia 1445-1462 Museo Civico San Sepolcro Arezzo, 2017
Olivo Barbieri, After Piero della Francesca Polittico della Madonna della Misericordia 1445-1462 Museo Civico San Sepolcro Arezzo, 2017

Il discorso della pittura torna spesso.
Sin da quando ho iniziato, con le fotografie notturne, quelle di Viaggio in Italia, volevo scoprire se le piazze metafisiche esistessero veramente o se fossero un’invenzione di de Chirico. In fondo, la Metafisica è nata a 70 chilometri da Carpi.

Per oltre nove anni hai lavorato a Parks.
Dopo tante metropoli ho voluto interessarmi ai luoghi naturali, iniziando dalle cascate – ne ho fotografate quattro in quattro continenti –, poi le Dolomiti, il Monte Bianco… I luoghi naturali famosi sono tutti dei parchi tematici. Le cascate del Niagara esistono perché sono diventate un parco, durante la notte vengono spente e il flusso dell’acqua interrotto. Sono cascate per turisti. In Argentina è possibile visitare le cascate dell’Iguazù: sono meravigliose, con gli uccelli esotici e le farfalle, ma dall’elicottero è possibile vedere che sono circondate dalle coltivazioni. In realtà si tratta di un ecosistema finto. Per questo ho chiamato Parks questo progetto. Questi luoghi paradossalmente si sono salvati proprio grazie al devastante turismo di massa che fornisce le risorse economiche per farli sopravvivere.

American Monument and Monument è un lavoro complesso. Le immagini sono molto diverse tra loro.
Negli Stati Uniti stanno eliminando alcuni monumenti ingombranti. Tanto interesse per dei monumenti mi ha sorpreso. American Monument and Monument è il tentativo di capire se l’Occidente sia ancora decifrabile attraverso le immagini. Di capire se, con la pervasività che hanno, abbiano ancora un senso. Credo che, a causa delle distorsioni del politicamente corretto, e per il ritorno ai localismi, l’Occidente sia diventato per molti versi indecifrabile. Ho cercato di individuare alcune immagini che costruissero un percorso. I cicli che si intrecciano sono parecchi. Ho rintracciato tutte le Donuts monumentali a Los Angeles e a Long Beach, mi interessava la forma circolare nel paesaggio. Sempre nel paesaggio e dall’elicottero ho fotografato la nuova sede di Apple progettata da Norman Foster, un cerchio di un miglio di circonferenza. Poi, sempre dall’elicottero, i grandi impianti di energia solare che rimandano a certe forme simboliche rinascimentali.

Come il mazzocchio.
Tutto comincia da una piccola tavola della Madonna della Misericordia di Piero della Francesca, dove ho tolto il Cristo e restano i due fustigatori che frustano una colonna.

La colonna è un rendering.
Sì, spesso le forme sono scarnificate ma mai alterate. L’Occidente fustiga a prescindere. È sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Nel 1492 Piero muore e lascia quadri come questo, in cui c’è un’aggressività esplicita. Nello stesso anno, Cristoforo Colombo scopre il continente americano. Finisce una storia (Monument) e ne inizia un’altra (American Monument).

In tutto questo mi pare di scorgere un grande meccanismo inconscio. È un progetto per certi versi dissacrante. Penso agli interventi sull’immaginario di un pittore come Mark Rothko. Già in passato avevi lavorato sui dipinti della storia dell’arte.
Mi piace tentare di rivitalizzare le opere dei musei, rimetterle in gioco, cercando di renderle ancora comprensibili a un contemporaneo e facendo in modo che questi oggetti pensanti rientrino ancora nel nostro meccanismo di pensiero. Ho tentato di rendere tridimensionali alcuni dipinti degli Uffizi e del Louvre attraverso la tecnica del fuoco selettivo. In seguito mi hanno invitato, insieme a Craigie Horsfield e Mimmo Jodice, a realizzare un progetto al Museo di Capodimonte in occasione del 50esimo anniversario dell’apertura al pubblico. Ognuno aveva una mostra personale. Io ho voluto vedere i negativi e le lastre di vetro degli archivi degli Anni Cinquanta, delle fotografie dei quadri durante la fase di restauro. Lo trovo un momento affascinante, perché vedi il quadro squarciato come non sarà più e come non era quando è nato. Mi affascinava quel particolare momento di sospensione.

Nelle fotografie da Mazzoli c’è anche il cactus, il simbolo dell’Arizona.
Il Cactus Saguaro forse è la forma vegetale più simile al corpo umano. Sono parecchi i soggetti: dal monumento al Surf a Huntington Beach, che sembra un dolmen, a un Pro Gun Club accostato a un Luca Signorelli, a un centro dove si pratica la liposuzione, al mobile bar di Giorgio Morandi a Grizzana, al centro Planned Parenthood… Come spiega Tobia Bezzola nel testo in catalogo, American Monument and Monument è un gesto di aperta consapevolezza ma anche di messa a registro della storia della fotografia americana, rispetto alla quale la mia generazione si è formata.

Come nella fotografia di Point Lobos, il luogo dove vivevano Ansel Adams ed Edward Weston. 
Sì, ma anche in questo lavoro c’è una deriva ulteriore: la messa a fuoco non è quella della macchina fotografica, ma di come funziona il cervello umano.

Non offri mai risposte, se mai apri dei quesiti.
Cerco di capire, non di spiegare.

Nella tua libreria vedo più di un libro dedicato al lavoro di Franco Vimercati, un artista apparentemente antitetico a te.
È stato uno dei pochi geni che abbiamo avuto. All’interno della fotografia italiana saranno cinque o sei le persone importanti, quelli che hanno veramente inventato e sostenuto qualcosa.

Olivo Barbieri, site specific_BRASILIA 09
Olivo Barbieri, site specific_BRASILIA 09

SE BARBIERI VA AL CINEMA

Nel 2016, per i tipi di Danilo Montanari, con il quale Barbieri ha collaborato più volte, esce il volume Cinematography in 500 copie firmate e numerate. Un libro d’artista costruito con grande sapienza grafica, diviso a sua volta in due volumetti: uno con le fotografie dedicate ai vecchi cinema, l’altro dedicato alla produzione cinematografica dell’artista dal 1995 al 2015, con un’intervista di Giovanna Silva.
Il suo primo film, intitolato Wasted Feeling, è stato girato nell’ottobre del 1995 in Piazza Tienanmen, dove si riversano migliaia di persone per dire di esserci stati almeno una volta.  L’artista si mimetizza tra la gente, la colonna sonora è di Tiziano Popoli, che interpreta il Bolero di Ravel con strumenti giocattolo. È un lavoro fatto di ritratti.
Roma 04 è il primo film della serie Site Specific. “Un fotografo filma Roma da un elicottero e la trasforma in una città mai vista prima: un’installazione temporanea, dove centro e periferie, strutture e infrastrutture, viste dall’alto, sembrano un grande plastico in scala. Un viaggio di conoscenza e scoperta in cui le relazioni gerarchiche e i rapporti dimensionali si manifestano in modo inedito. La visione di un oggetto volante di cui si percepiscono solo l’ombra e il suono”. A questo primo film sono seguiti, della stessa serie, Shanghai 04, documento prezioso: Barbieri è stato l’unico a poter girare sui cieli della Cina in quel momento storico; e quindi Las Vegas 05, Sevilla 06, Modena 08, Milano 09, Bangkok 10.
Del 2006 è Seascape #1 Night, China Shenzhen 05, in cui un gruppo di cinesi prende un bagno di mare al chiaro di luna, richiamando certe atmosfere romagnole degli Anni Sessanta. È il suo unico film in bianco e nero. Dello stesso anno è anche Seascape #2, dedicato a Castel dell’Ovo di Napoli e alle sue leggende. Unico site specific girato con un drone.
E quindi Beijing Sky, del 2007. Lo Huangpu, un fiume lungo 97 chilometri, è il protagonista di Riverscape #1 Night, China Shanghai 07. Twiy (2008) è stato realizzato in occasione del 50esimo anniversario dell’apertura delle collezioni di Capodimonte, qui poste in dialogo con la città. 5 Colori (2008) parte con un riferimento ad Arthur Rimbaud.
In Tuscany in 6 pieces (2010) Barbieri indaga la complessa relazione tra uomo e natura.   Dolomites Project (2010) racconta le montagne come architetture progettate. Le Dolomiti sono, come spiega l’artista, forme simboliche in movimento la cui storia è incominciata 250 milioni di anni fa. Il materiale che le compone viene da abissi oceanici e ne ricorda il disegno, quasi una storia della terra capovolta. È come un film astratto in cui è difficile trovare dei riferimenti geografici precisi.
La città perfetta (2015) è un film di 7.942 immagini fisse riprese dall’alto, intercalate da tre partiture cromatiche RGB e ventidue sequenze filmate da terra, il tutto per raccontare 400 chilometri di costa adriatica dall’Abruzzo all’Emilia Romagna, da Vasto a Ravenna. La riflessione di fondo è di matrice sociale: “L’area del Mediterraneo, con i suoi flussi di emigrazione clandestina, è stata recentemente percepita come una realtà iper-produttiva per certi versi aggressiva. Di fronte a una realtà di questo tipo, anche le immagini lo diventano”. Barbieri ha così dato vita a una serie di stimoli visivi che entrano nell’immaginario mnemonico dei luoghi, crea nuovi percorsi e ridefinisce quanto si potrebbe credere già consolidato.
Tutti i suoi film sono stati presentati in prestigiosi festival, gallerie d’arte e musei, ottenendo successi e riconoscimenti. Alcuni sono nella collezione del MoMA di New York. Nel 2015 sono stati presentati in un’unica occasione a Villa Manin a Passariano.

Angela Madesani

ha collaborato Lara Morello

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #44

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AutoreOlivo Barbieri
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Angela Madesani
Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte” (Nomos edizioni). Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere. È autrice di numerosi volumi di prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Giuseppe Cavalli, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice, Elisabeth Scherffig, Anne e Patrick Poirier, Luigi Ghirri. Ha recentemente curato un volume sugli scritti d’arte di Giuseppe Ungaretti. Insegna all’Accademia di Brera e all’Istituto Europeo del Design di Milano.