Il peso di un corpo. La fotografia di Tatiana Vinogradova

Luca Romano legge uno dei progetti finalisti dell’ultimo World Press Photo usando il corpo, e il suo peso, come chiave interpretativa.

Tatiana Vinogradova, Girls, July 13, 2017, dalla serie Sex workers pictured in their apartments, in St Petersburg, Russia. 29 March 7 December 2017
Tatiana Vinogradova, Girls, July 13, 2017, dalla serie Sex workers pictured in their apartments, in St Petersburg, Russia. 29 March 7 December 2017

Tra le foto finaliste dell’ultima edizione del World Press Photo troviamo Girls, progetto di Tatiana Vinogradova che mette in mostra il corpo di donne, sex worker, nei loro appartamenti. Ma è su questa fotografia in particolare che bisogna concentrare l’attenzione, perché avviene qualcosa che ha a che fare con il peso. Cos’è il peso per un corpo? E cos’ha di specifico in un corpo fotografato?
Per arrivare a comprendere filosoficamente questo scatto è necessario fare un passo indietro e cercare dei riferimenti, degli appigli che ci aiutino a capire cosa viene messo in mostra. Il primo passaggio è sicuramente Lucian Freud, che nel 1995 ha realizzato una serie di dipinti nei quali la percezione del peso del corpo è evidente.

DA LUCIAN FREUD A JEAN-LUC NANCY

Nel dipinto Benefits Supervisor Sleeping, il peso si manifesta non solo attraverso il corpo della donna, ma anche nelle stoffe del divano, nella caduta delle tende alle spalle. Tutto converge e preme verso il basso, solo il braccio si oppone aggrappandosi al divano (in un gesto che potrebbe essere di opposizione al peso, ma potrebbe anche essere inteso come un trascinare con sé). Ma perché dipingere un corpo che subisce la forza di gravità?
La forza di gravità si oppone, innanzitutto, alla leggerezza, all’ascesi del corpo divino o santificato. Il corpo umano, invece, carnale, materiale e caduco, mostra il suo essere finito attraverso lo schiacciarsi verso il basso. Scrive Jean-Luc Nancy a proposito del concetto di esposizione, che lui tramuta in “expeausition”, inserendo all’interno della parola “exposition” la parola “peau”, che si può tradurre con “pelle:”
Dappertutto una decomposizione che non si chiude su di un sé puro e non esposto (la morte), ma che propaga fino all’estrema putrefazione , sì, che propaga anche là – insopportabile com’è – un’inverosimile libertà materiale di tinte, di luminosità, di toni, di linee, che non lascia spazio a nessun continuum ed è invece l’effrazione disseminata, infinitamente rinnovata, dell’iniziale unione/divisione delle cellule attraverso le quali viene a nascere “un corpo””.
Ciò che ha a che fare con la finitezza del corpo è ciò che ha a che fare con la nascita del corpo stesso, il suo prender forma al cospetto della vista. In questo senso Lucian Freud mette in mostra il crearsi stesso del corpo, più che un corpo, lì dove appunto la finitezza è il tramutarsi in quel che non è più e in quel che sarà.

Lucian Freud, Benefits Supervisor Sleeping, 1995. Olio su tela. Collezione privata. Photo Lucian Freud Archive
Lucian Freud, Benefits Supervisor Sleeping, 1995. Olio su tela. Collezione privata. Photo Lucian Freud Archive

LO SCATTO DI TATIANA VINOGRADOVA

Con gli stessi strumenti relativi alla gravità e alla forza, Tatiana Vinogradova costruisce una fotografia che lavora non solo sul peso, sulla finitezza e su ciò che è proprio dell’essere umano, ma anche su ciò che concerne la ferita. Fotografare il corpo quindi diventa un consacrare il corpo alla sua condizione estrema di finitezza materiale, lì dove la ferita è una crepa attraverso la quale si può guardare il corpo stesso. A questo si oppongono i seni che subiscono la forza di gravità mostrandosi nella loro pienezza: proprio dove l’esistenza subisce la forza di gravità, lì si genera la creazione. I toni scuri delle luci e la mano che copre il volto coprono ciò che si mette in mostra, esattamente come il cerotto sulla ferita, come l’esistenza si oppone alla disgregazione.
La forma, la luminosità che si oppone all’oscurità e la pelle bianca rompono il meccanismo di finitezza, di decomposizione cellulare, e mostrano una indefinita bellezza corporea. Proprio lì dove tutto sembra finire, la forma prende la supremazia sulla ferita e la fotografia ci consente di toccare il corpo nella sua armonia, nella sua ritrovata leggerezza.

Luca Romano

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Nato a Bari nel 1985, dottorando di ricerca presso l'Università degli Studi di Bari sul rapporto tra filosofia e immagine. Attualmente scrivo per HuffingtonPost Italia, minima&moralia, Finzioni Magazine e altre riviste culturali. Attraverso il progetto universitario Philosophia Ludens insegno filosofia ai bambini delle scuole primarie e organizzo seminari di filosofia presso l’Università degli studi di Bari, sono redattore per la rivista internazionale di filosofia Logoi.ph. Pubblico racconti in antologie e riviste.