Debutta in Italia, alla Triennale di Milano, l’opera più celebre di Nan Goldin: una serie di oltre 700 immagini, un monumentale work in progress che ha aperto la strada a una concezione radicalmente autobiografica della fotografia. Che arriva fino a Instagram.

Non manca nulla, alla ballata di Nan Goldin (Washington, 1953). Ci sono centinaia di ritratti, c’è la loro assenza quando si dissolvono nel buio dello sfondo, prima che compaia lo scatto successivo; all’alba degli Anni Ottanta, quando la Goldin proietta le sue fotografie per il pubblico di amici e clubber di New York ‒ un gruppo affine, se non identico, a quello dei suoi soggetti ‒ c’è già una colonna sonora, che spazia da Casta Diva interpretata dalla Callas a una canzone che già dal titolo “mima” l’estetica stessa di The Ballad of Sexual Dependency: I’ll Be Your Mirror, dei Velvet Underground con Nico.
Soprattutto, per essere un’opera fotografica, questa serie è inscritta in un tempo di visione. Di più, c’è il principio di una narrazione che, per quanto caotica, inevitabilmente si rifà alla più lineare delle sequenze, quella della nostra vita biologica: nasciamo, cresciamo, quasi sempre ci facciamo prendere dall’entusiasmo finché non iniziamo a invecchiare ‒ se siamo tra i fortunati che ci arrivano. E in ogni caso, a un certo punto, torniamo nell’ombra. La nostra mancanza verrà forse colmata da tutti gli scatti che ci ritraggono?

DALL’AUTOBIOGRAFIA…

È inevitabile, nel caso di quest’opera seminale che ha fatto da spartiacque nella stessa concezione del mezzo fotografico, interpellare la psicologia. E il vissuto stesso dell’autrice: la sorella di Nan Goldin si suicida quando la futura fotografa ha appena 11 anni, lasciandola senza la possibilità di fissare il ricordo della sua voce, del suo sguardo. Nell’introduzione alla versione cartacea della Ballad del 1986 – un libro fotografico che istituzionalizza quasi un quinquennio di proiezioni e progressione della stessa serie – Nan Goldin scrive di aver perso la “memoria reale“, il “senso tangibile di chi fosse” la sorella nel momento in cui abbandona la famiglia ‒ ad appena 14 anni ‒ e inizia quel lungo processo che è la creazione di se stessa; anche e soprattutto attraverso un nucleo familiare nuovo, che si è scelta: quello degli amici, la sua “tribù”.
In effetti, è difficile non ipotizzare (come fa Hilton Als sul New Yorker, nel 2016) che Cookie Mueller ‒ attrice e scrittrice statunitense ‒ rappresenti, per la fotografa, quello che con la sorella non ha potuto vivere: la libertà da qualsiasi tabù e convenzione sociale, la crescita e persino la morte, dal momento che la Goldin segue Cookie nei locali come nella sua vita familiare, con il marito Vittorio e il figlio Max, fino a ritrarla nella bara ‒ in un reenactment del trauma infantile che spesso il destino riproporrà alla fotografa, la cui cerchia verrà colpita dall’AIDS proprio negli anni della sua silenziosa emersione nella coscienza statunitense.

Nan Goldin, The Hug, New York City, 1980 © Nan Goldin
Nan Goldin, The Hug, New York City, 1980 © Nan Goldin

… ALL’EMPATIA

Ma il dato biografico, di per sé, non basta a spiegare quel rapporto complice, paritario se non interscambiabile, che Nan Goldin istituisce già nella giovinezza con i suoi soggetti, i suoi “parenti acquisiti”. Il ricorso alla macchina fotografica come mezzo per documentare la realtà prima che svanisca, la rinuncia alla tecnica ovvero all’estetizzazione della stessa realtà – anche se uno stile c’è, a influire sull’assimilazione dello scatto da parte del fruitore – sono sì fondamenti della cosiddetta estetica dello snapshot che da Nan Goldin arriva a Instagram, ma non costituiscono l’unicità della Ballad: molti scrivono un diario, pochi diari valgono la pena di essere ri-letti.
Qui di non comune, di mai visto, c’è l’onestà intellettuale dell’operazione. Che non riguarda esclusivamente l’assenza di censura morale nei confronti dei soggetti, o il rifiuto di scegliere tra i singoli scatti in base al loro presunto appeal estetico.
Vita e morte, serate brave e sesso, Nan che ha quasi perso un occhio dopo che Brian l’ha picchiata: è facile affrontare temi simili e cedere all’osservazione antropologica di una Diane Arbus, o all’edonismo di una Sandy Kim – che non a caso per alcuni anni ha popolato testate “giovani e ribelli” in stile Dazed & Confused. Se invece scorriamo le fotografie della Ballad, non ci sentiremo né invidiosi voyeur di questi bohémien né osservatori di un “fenomeno”: siamo partecipi, siamo con loro. Siamo loro, perché abbiamo visto e vissuto in quelle stesse stanze arredate alla meno peggio, abbiamo “fatto serata” con gli amici e a volte abbiamo fatto “qualcosa” in più, siamo stati giovani e disperati senza saperlo, adulti e ben coscienti di essere provati dalla vita. Tra i due estremi della distanza analitica e della vicinanza forzata al soggetto, in un’intervista del 2008 ad Angelique Chrisafis sul Guardian, Goldin individua “milioni di altre opzioni, come la compassione, la curiosità, un interesse reale nei confronti delle persone, il desiderio di comprendere le loro esperienze”.

DENTRO L’IMMAGINE

Lo spazio lasciato dalla Goldin, tanto ai soggetti quanto a noi che guardiamo, è uno spazio concretamente presente nei suoi scatti, che la fotografa non centra mai sui soggetti; non li appiattisce contro un muro o uno sfondo indistinto, li colloca prudenzialmente di lato sbilanciando tutta la composizione. La rinuncia alla simmetria che ordina il mondo – e lo giudica – a favore delle diagonali è la scelta stilistica che meglio trasmette l’empatia dello sguardo di Nan Goldin: ci conduce dritti dentro l’immagine, permette alle persone ritratte di farsi da parte quando la situazione si fa insostenibile; lascia la possibilità ad altro di introdursi nell’inquadratura, che sia il fumo di una sigaretta o il riflesso delle piastrelle del bagno, elementi del banale quotidiano che costituiscono altrettanti appigli per sentirsi affini e partecipi di una condizione unificante, quella umana.

Nan Goldin, Twisting at my birthday party, New York City, 1980 © Nan Goldin
Nan Goldin, Twisting at my birthday party, New York City, 1980 © Nan Goldin

L’INTERVISTA AL CURATORE

François Hébel cura la prima Italiana di The Ballad of Sexual Dependency, il capolavoro di Nan Goldin. La loro amicizia risale agli Anni Ottanta a New York e si sviluppa attraverso gli inviti che Hébel, già direttore dei Rencontres d’Arles, propone all’artista americana. A Bologna dirige la terza edizione della Biennale Foto/Industria. Di sé dice: “Sono più direttore artistico che curatore, più che sulle opere amo lavorare sul rapporto con il fotografo”. Questa mostra rappresenta uno snodo cruciale per la storia della fotografia. “Se dovessi dire cos’è la fotografia oggi, direi che è una lingua che tutti parlano, è l’esperanto che si sperava”.

Hai portato la Ballad of Sexual Dependency ad Arles trent’anni fa e ora, per la prima volta in Italia, a Milano. Com’è nato il tuo sodalizio con Nan Goldin?
Ci siamo conosciuti a New York nel 1986. A quel tempo proiettava la sua opera nei caffè e in piccoli circoli, non era ancora famosa e stava pubblicando un primo libro con Aperture. La visione di quel lavoro fu per me scioccante. Il giorno dopo la invitai a esporre ad Arles, di cui avevo già diretto due edizioni. La sua opera non aveva paragoni, volevo mostrarla nel teatro romano e le chiesi di ridurre la Ballad a 45 minuti, togliendo la sezione delle drag queen. Più tardi, per i quarant’anni di Arles, l’ho nuovamente invitata. Lei voleva esibirsi con una band, i Tiger Lillies, che ormai girano il mondo concertando la Ballad.

Quel tipo di lavoro andava contro i canoni estetici della fotografia dell’epoca.
La fotografia doveva essere in bianco e nero e stampata in piccoli formati. Quello che stava facendo Nan non veniva considerato dagli altri fotografi. È stata rivoluzionaria. Quando l’ho incontrata mi disse: “Io sono slideshow. Posso anche fare un libro e vendere fotografie per vivere, ma la mia arte è lo slideshow”.

Ed è in questo spirito che nel 2009 presentaste ad Arles Sisters, Saints & Sibyls, una commovente installazione basata su uno slideshow dedicato alla vita difficile della sorella Barbara.
Per Nan tutto è basato sulla famiglia, la sua o quella che si è costruita con rapporti di grande fedeltà.

Nan Goldin, Trixie on the cot, New York City, 1979 © Nan Goldin
Nan Goldin, Trixie on the cot, New York City, 1979 © Nan Goldin

Ha narrato il mondo dell’underground newyorkese attraverso gli amici che sono per lei una seconda famiglia, appunto.
Nan ha una sensibilità fuori dall’ordinario, tutti conoscono il suo lavoro fotografico fatto di sesso e di droga, ma lei è molto più di questo. Un giorno mi ha detto: “Tutti pensano che siamo marginali, ma in realtà facciamo la nostra vita e basta, non vogliamo essere marginali”.

Ha documentato la propria vita come avrebbe potuto fare chiunque altro e come oggi fa chiunque altro.
Solo che lei lo ha fatto decenni prima rispetto alla comparsa dei telefonini, con cui adesso documentiamo le nostre vite quotidianamente.

Hai detto che il suo lavoro è stato rivoluzionario. In che senso?
A quel tempo la fotografia era considerata una cosa virtuosa, le cornici contenevano costruzioni perfette e ogni scatto doveva dimostrare la propria intelligenza. Dall’altra parte c’erano i reportage che raccontavano storie attraverso ritratti e paesaggi. Nan ha costruito un racconto molto intimo usando decine di fotografie e, mentre i fotografi si vantavano di fare soltanto cento fotografie buone durante un’intera vita, lei componeva una storia e la musicava con brani d’amore di famosi crooner, come Charles Aznavour o Frank Sinatra.

Era un modo di usare la fotografia per andare oltre la fotografia.
Se ci pensi ciò è molto Arte Povera, un tipo di arte della fotografia che non esisteva ancora. Anzi, la fotografia lottava per essere riconosciuta come un’arte alta e grande che meritava la costruzione di musei. E Nan compare con questa sua proiezione che è una performance. Personalmente, ho sperimentato questo tipo di rottura nella mia vita soltanto altre due volte, in seguito: con i fotografi cinesi dei primi Anni Zero e più tardi con JR.

Come mai questo titolo? La dipendenza sessuale era più forte di altre?
Immagino che siamo tutti dipendenti sessuali, no? Solo che lei ha il coraggio di dirlo. All’inizio degli Anni ’80 New York era una festa permanente, vivevamo le conseguenze della liberazione sessuale degli Anni ’70 e non era ancora arrivato l’Aids, che pose fine a tutto in modo traumatico. È stato un momento storico incredibile e Nan ha pensato di documentarlo, utilizzando un proprio linguaggio molto personale: brutto e brutale come un carnet pieno di note.

Nel 2009, per i quarant’anni dei Rencontres d’Arles, l’hai invitata a curare 40 Years of Disruption, la mostra di fotografi suoi amici poi divenuti celebri.
Nan ha un grande occhio e in questa mostra scelse in modo esigente cosa mostrare, è più esigente di molti curatori professionisti.

Il suo lavoro possiede una liricità profonda. Quanto conta il fatto che sia un’artista donna?
Prima di lei c’erano questi grandi fotografi, che ammiro, impegnati a fare fotografia pura. Dovevano fare migliaia di scatti per ottenere quello perfetto. Nan era fuori da tutto ciò. Il suo stesso slideshow era ed è in costante mutamento, da sempre. Ogni versione, ogni proiezione, viene ricostruita ogni volta. Già all’inizio mi diceva: “Per me è una cosa vivente”. Nel 1986 aprì la sua valigia piena di diapositive, la rovesciò per terra e mi disse: “Ecco lo slideshow”.

Nan Goldin. Photo Christine Fenzl
Nan Goldin. Photo Christine Fenzl

GUIDO COSTA, ARTE E VITA CON NAN GOLDIN

Ha presentato il lavoro di Nan Goldin per la prima volta in Italia a metà Anni Novanta, diventandone gallerista, amico e soggetto di molti suoi scatti. Guido Costa è testimone oculare e lettore attento del lavoro dell’artista americana.

Nan Goldin sostiene di non essere interessata alla bellezza ma alla verità.
Ha espresso un altro modo di fare fotografia, d’intendere le relazioni tra fotografo è soggetto, il contesto e la metodologia che porta all’opera finale. Tenta di cogliere l’essenza dell’individuo indipendentemente dal fatto che il soggetto risulti bello: è una fotografia riflessiva anche se appare selvaggia.

Che rapporto ha con Andy Warhol e la sua sterminata gallery di polaroid?
Nan ha usato il diario per creare una grande narrazione, come la Ballad. Negli anni in cui lei inizia a lavorare, Warhol è già una superstar dentro un universo glam, quello di Nan è più selvaggio e meno patinato. Sono due pianeti estetico-sociologici completamente differenti e, sebbene abbiano in comune la documentazione ossessiva del quotidiano, Warhol ha una vocazione essenzialmente pittorica mentre Nan intende dare movimento alla tradizione fotografica dalla quale proviene.

Lei è stata una pioniera del diario visivo che ha avuto un’espansione capillare nella vita di tutti noi. Ormai siamo tanti piccoli Nan Goldin, la storia le ha dato ragione.
Noi costruiamo i nostri diari con facilità, quando lo fece Nan tutto aveva leggi e tempi totalmente diversi, necessitava di una competenza e passione per il mezzo fotografico che noi diamo per scontato, ma il mezzo innescava la storia della fotografia.

Un altro aspetto è il rapporto con il narcisismo, la narrazione del sé, che Goldin porta avanti in opposizione a una Cindy Sherman eroina del mascheramento.
La base è l’auto-narrazione, fotografare istanti e persone della propria vita che altrimenti andrebbero dimenticati. La costruzione del sé avviene attraverso l’uso dell’immagine dell’altro.

Caterina Porcellini e Nicola Davide Angerame

La versione ridotta è stata pubblicata su Grandi Mostre #6

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Nome eventoNan Goldin - The Ballad of Sexual Dependency
Vernissage18/09/2017 su invito
Duratadal 18/09/2017 al 26/11/2017
AutoreNan Goldin
CuratoreFrançois Hébel
Generifotografia, personale
Spazio espositivoTRIENNALE - PALAZZO DELL'ARTE
IndirizzoViale Emilio Alemagna 6 - Milano - Lombardia
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Caterina Porcellini
Caterina Porcellini è nata a Taranto, si è formata al DAMS di Bologna e professionalmente a Milano. Già durante l'università sviluppa un interesse per l'influenza esercitata dalla tecnologia su pensiero e società, attraverso le tesi di Marshall McLuhan, Walter J. Ong e Lev Manovich. Da allora si mantiene sempre aggiornata sui nuovi media, lavorando come web editor, social media manager e consulente SEO. Dal 2007 ha collaborato con testate specialistiche e non, Exibart e alcuni siti del Gruppo 24 ORE tra gli altri. Continua ad avere un occhio di riguardo per quelle forme d'espressione che hanno una relazione diretta con il pubblico: architettura e design, fotogiornalismo, performance e installazioni. Grazie alla recente collaborazione con Plain Ink Onlus, sta approfondendo l'utilizzo con finalità sociali dei mezzi di comunicazione popolari, come fumetti e storytelling.