Il tema della rappresentazione del male ha attraversato il Novecento come una costante vertiginosa, sospesa tra etica ed estetica, e dilaniata tra ossessione realista e fuga concettuale, tra ipervisione e sospensione dello sguardo. Dall’inferno dei due conflitti mondiali all’incubo dell’11 settembre, il secolo della comunicazione, della riproducibilità tecnica, dei mass media, ma anche delle avanguardie e di un’arte aniconica, si è interrogato ossessivamente sulla questione.
Il male assoluto è rappresentabile? O attiene alla sfera dell’informe? Va raccontato, e dunque mediato, assegnato a una dimensione linguistica, oppure va restituito attraverso il vuoto sublime dell’iconoclastia? Di qua il rumore della cronaca, la narrazione feroce; di là il silenzio dei grandi monocromi pittorici, il fallimento dell’immagine mimetica.
L’altro tema subito connesso è quello della reazione del fruitore: dal sentimento della pietà fino alla linea piatta dell’assuefazione, si descrive un movimento plurale e non organico. Si smette di vedere, guardando troppo. Si torna a sentire, scoprendo un’immagine nuova. Ma è un gioco al rialzo, incontro ad immagini sempre più forti, sempre più truci? E dove finirà l’abisso dello sguardo?

E poi c’è il fattore della “postmemoria” (termine usato in un saggio di Marrianne Hirsch nel 1997). Ovvero, la memoria dei superstiti, fatta di volti, di echi, di oggetti, di vecchie fotografie, di luoghi oramai silenziosi, inzuppati del dolore che fu.
Come i campi di concentramento di Auschwitz, Dachau, Mauthausen, gironi dell’inferno progettati per il confino e l’eliminazione di ebrei, ma anche di rom, dissidenti, omosessuali. Là dove il superamento della dimensione umana si fece epifania; là dove il sadismo divenne regola e l’idea di una “ultraumanità” si tinse del colore dell’aberrazione.
In quei templi dell’orrore sopravvive, sigillato come impalpabile reliquia nera, il ricordo del genocidio. Migliaia di fantasmi ad affollare i viali e le stanze di cittadelle simboliche, capaci – come vuoti nel vuoto – di accendere la pietà al di là la visione, più della rappresentazione, più della montagna di cadaveri che qualcuno raccontò – anche efficacemente – tra documentari, film e opere pittoriche.
Nel 2014 Gabriele Croppi – vincitore nel 2011 dell’“European Photo Exhibition Award – ha dedicato uno dei suoi intensi cicli fotografici al capitolo della Shoah e all’esigenza di salvare il ricordo anche attraverso le immagini, a distanza di generazioni. Il progetto espositivo “Postmemoria” ha messo insieme una selezione di fotografie scattate da Croppi in vari campi di concentramento, quartieri e cimiteri ebraici, durante un viaggio in Austria, Germania e Polonia, tra il 2008 e il 2011. Foto che, come tutte le immagini della postmemoria, assolvono a un ruolo non più documentale, ma propriamente emozionale, d’evocazione ed invocazione: un rituale spiritico, un ridestare presenze ed essenze che, nella forza di immagini costruite come atti estetici e di linguaggio, possano fungere da detonatori: del pensiero e della compassione.

Gabriele Croppi, Shoah and postmemory, 2014
Gabriele Croppi, Shoah and postmemory, 2014

Non ci sono cadaveri nelle foto di Croppi. Ma architetture, abiti, utensili, ritratti ingialliti e vetri rotti. Un archivio silenzioso, restituito con la profondità di un nero poroso, pittorico, così simile al buio della coscienza. Polvere, cenere, riflessi sbiaditi, ombre e rottami, binari di treni, camere a gas, pile di scarpe come corpi gettati, sequenze di numeri cuciti su divise sudice come marchiature a fuoco. I luoghi dell’Olocausto parlano, oggi, una lingua della commozione. Un pianto soffocato, un grido sottovoce.
Con una partitura musicale di Ivan Segreto, un video raccoglie le immagini di Croppi, seguendo la linea sofferta di quel viaggio: “M’incamminai per una strada che si arrampicava su di una collina, per circa un km. Ricordo due cose: enormi cartelli a recitare slogan di benvenuto e poi un campo di spighe mosse dal vento, che non esitai a fotografare. Alzai gli occhi e da quell’istante cominciai a interessarmi al tema della shoah. Vidi la silhouette delle torri di guardia del campo di concentramento e cominciai a piangere, inspiegabilmente, per quasi due ore. Non avevo visto nulla. Il profilo delle torri non poteva giustificare quel pianto. Un pianto strano, mai provato fino ad allora. Un pianto vuoto…”.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.