Vimercati, Celan e Morandi

Il verbo ‘trasgressione’ ha segnato tutta l’arte del XX secolo e ancora adesso c’è chi ci tenta. Quante volte ci troviamo di fronte a provocazioni, che ci strappano il sorriso di un momento e poi via nel dimenticatoio, con un bel chissenefrega? Una riflessione sulla mostra di Franco Vimercati a Palazzo Fortuny, a Venezia fino al 19 novembre.

Franco Vimercati - Vaso - 1994 - collezione privata - © Eredi Franco Vimercati

Clamori, urla, trovate a effetto, luna park più o meno spettacolari, ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. E se la vera rottura fosse in realtà in tutt’altro luogo? Nella coerenza e nella ripetizione? Ma la mia è solo una domanda, è un dubbio che ogni giorno mi assale. La ripetizione che, parafrasando Deleuze, genera la differenza. Giusto per portare degli esempi: Roman Opalka, ma anche Enrico Castellani, del quale è in mostra a Ca’ Pesaro una selezione di lavori vecchi e nuovi.
Ma un’altra ossessione è presente in laguna in questo momento, un’ossessione schiva e riservata, quella di Franco Vimercati (Milano, 1940-2001), ospitata fino al 19 novembre in un luogo straordinario, Palazzo Fortuny, la casa-laboratorio che fu del pittore, disegnatore e molto altro catalano. Un “anti white cube”, quanto di meno asettico ci si possa aspettare.
Quella di Vimercati è un’ossessione permanente durata dall’inizio del suo percorso, con la pittura nei primi Anni Sessanta, sino alla sua morte, sessantenne, nel 2001. Il suo momento di svolta è a metà dei Settanta, quando l’artista milanese, il cui lavoro è in alcune delle più importanti collezioni italiane, concentra il suo pensiero sul linguaggio, sulla fotografia, utilizzando solo presenze del suo quotidiano: una zuppiera, una caraffa, una caffettiera, una teiera, un bicchiere, un blister di pillole e altro. Li fotografa senza trucchi, con un banco ottico, posto sempre nella stessa posizione, nel salotto di casa.

Franco Vimercati

Il suo cammino non è stato facile: i fotografi non lo capivano perché lo pensavano-giustamente-un artista e gli artisti, poiché lavorava con la fotografia, lo consideravano un fotografo. Pochi hanno compreso l’importanza del suo lavoro nel corso degli anni: l’amico fraterno Paolo Fossati, Arturo Carlo Quintavalle, Daniela Palazzoli, in tempi non sospetti. Il nucleo portante della sua ricerca era il senso dell’arte, la sua è un’indagine purissima che giunge all’essenza dei fenomeni. Troppo spesso è stato apostrofato come il Morandi della fotografia, con un’etichetta che, come tutte le etichette, va stretta a chi la indossa. Vimercati amava profondamente Morandi, ma sottolineava che il punto di partenza era diverso: Morandi teneva sul comodino i Pensieri di Blaise Pascal, lui le poesie di Paul Celan. E chi vuol capire capisca.

Angela Madesani

Venezia // fino al 19 novembre 2012
Franco Vimercati – Tutte le cose emergono dal nulla
a cura di Elio Grazioli
Catalogo Skira- Eskenazy
PALAZZO FORTUNY
San Marco 3958
041 5200995
[email protected]
fortuny.visitmuve.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #9

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Angela Madesani
Angela Madesani storica dell’arte e curatrice indipendente è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia” e di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori. Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere, collabora con alcune testate di settore. È responsabile della collana di fotografia e arte di Dalai editore, all’interno della quale ha realizzato numerosi volumi di prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice. Oltre che all’Accademia di Brera di Milano, insegna all’Istituto Europeo del Design di Milano.
  • Fabio Giuliano Stella

    Altre immagini da guardare con la mente.Sento un senso di soffocamento.E una profonda tristezza.

  • <>. Il che è tristemente normale, perché l’ottusità cela a molti la parentela tra le due arti (e altre ancora)….

    Qui Roma, dove la mostra del momento è quella di Vermeer, “fotografo digitale del 1600 ” utilizzatore di strumenti ottici (camera obscura, come Canaletto) e della tecnica pointillé (puntini molto ravvicinati, oggi li chiamiamo pixel!).

    Salvo D’Avila, modesto fotografo pittorico

  • nel post precedente partivo da una citazione dell’articolo, misteriosamente non riportata e cioè …
    i fotografi non lo capivano perché lo pensavano-giustamente-un artista e gli artisti, poiché lavorava con la fotografia, lo consideravano un fotografo.

  • Fabio

    “Il nucleo portante della sua ricerca era il senso dell’arte,”Quando l’uomo smetterà di “ricercare” incessantemente significati,,anche nell’arte, si farà un bel regalo.

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