La “Conversazione” fotografica di Elio Vittorini

Elio Vittorini, “Conversazione in Sicilia”. Un testo capitale della letteratura italiana, uscito durante la Seconda guerra mondiale. Ma cosa c’entra con la fotografia? C’entra, poiché 12 anni dopo il libro esce in una seconda versione. Molto particolare.

Elio Vittorini - Conversazione in Sicilia - ed. 1953

Siamo nel 1953: Elio Vittorini, dopo il successo di Americana e della rivista Il Politecnico, decide di realizzare una pubblicazione speciale di Conversazione in Sicilia. Accanto al testo, uscito nel 1941, colloca quasi 200 fotografie eseguite durante un lungo viaggio nella terra natia, sulle orme del romanzo originario.
Secondo Vittorini, la fotografia non è in grado di raccontare la realtà. La sua natura, infatti, la costringe a opporre resistenza alle ferree regole della grammatica verbale, rendendola incapace di rappresentare sia gli sviluppi tematici che le dinamiche narrative di qualsiasi storia. Insomma, le proibisce di diventare arte. Al limite potrebbe anche riuscirci, ma a patto di adottare una tecnica compositiva analoga al montaggio cinematografico, come prescrivono, in quegli anni, Rudolf Arnheim e i formalisti russi; altrimenti, ogni volta che tentasse di ricomporre il corso degli eventi soltanto con i propri mezzi specifici, fallirebbe in maniera inesorabile.

Elio Vittorini - Conversazione in Sicilia - ed. 1953

Tuttavia, ciò che a noi sembra più rilevante non è tanto questo tipo di proposito, sebbene l’autore lo dichiari in più di un’occasione, di trasformare cioè la visione fotografica in una sorta di “cinema immobile“, quanto piuttosto il suo essere, di fatto, un processo anti-artistico, ossia di essere inadatta, senza subire forti mutazioni genetiche, alla costituzione di un’opera d’arte. Questa conditio sine qua non induce in qualche modo Elio Vittorini a ripensare lo statuto dell’immagine fotografica e il suo funzionamento, soprattutto alla luce delle relazioni che essa instaura con la parola, con largo anticipo su quanto farà la ricerca artistica degli anni ‘60.
Nella straripante produzione di saggi, appunti, commenti lasciati dallo scrittore siciliano non si trovano vere teorizzazioni in materia. Del resto, da un’artista fuori dagli schemi e dalle previsioni come lui non potevamo aspettarci nulla di diverso. Comunque, a nostro avviso, certe intenzioni possono essere lo stesso intuite, dibattute e finire per rivelarsi profetiche.

Elio Vittorini - Conversazione in Sicilia - ed. 1953

Nella Conversazione del ’53, ad esempio, la fotografia non assume un ruolo sussidiario, cioè non fa mai da contrappunto né da generica didascalia. Non denuncia alcuna dipendenza gerarchica nei confronti della scrittura, anzi enuncia, al di là delle convinzioni dell’epoca, prospettive e azioni assolutamente convergenti. Certo, fotografia e scrittura viaggiano, nel merito e nel metodo, su due piste distinte, ma ciononostante mantengono fra loro un dialogo aperto e continuativo, in vista di un fine comune.
L’apparato fotografico fa sì che l’opera proponga al lettore un secondo percorso di narrazione: da una parte egli può continuare a seguire le tappe e le situazioni raccontate in chiave simbolico-allusiva dal testo verbale; dall’altra, invece, può trovare numerose occasioni per verificarne l’esistenza effettiva.
Ma la modalità di lettura “aggiuntiva” non conta per come descrive lo spazio o per cosa vede negli eventi: la “sequenza documentaria” è troppo statica per funzionare da storia visualizzata; ma per come interpreta il concetto di tempo.

Elio Vittorini - Conversazione in Sicilia - ed. 1953

Scrittura e fotografia sono contenitori di esperienze: le immagini, però, a differenza delle parole che tendono a concettualizzarle attraverso i processi astraenti della lingua, invece le lasciano “grezze”, intatte. Vittorini definisce le immagini ritagli di quella “stoffa in pezza” da cui ha avuto origine il materiale della narrazione. Figure e parole si stratificano nella stessa realtà, come le ombre si congiungono ai corpi di cui sono le prosecuzioni.
Naturalmente la fusione tra oggetto e referente non provoca dispersioni: la scrittura simbolica non ne risente, anzi vede accrescere la sua potenza espressiva. Accade come se i pensieri e le emozioni si incarnassero e i fantasmi evocati nel silenzio della parola scritta tornassero a vivere. La nuova Conversazione, ora, si può sfogliare come un vecchio album di famiglia.

Elio Vittorini - Conversazione in Sicilia - ed. 1953

M’interessava solo che ogni fotografia avesse un suo contenuto materiale (che cioè riproducesse un certo ‘oggetto’), e procedevo alla scelta delle fotografie proprio come avrei potuto scegliere, presso i rigattieri, gli oggetti di cui ammobiliare una stanza, senza minimamente badare a provenienze, qualità tecniche e pretese di stile”. Come era nelle intenzioni del grande scrittore siciliano, la “collezione” di tali oggetti (scatti fotografici, mappe geografiche, cartoline postali, illustrazioni di quadri antichi e di pupi siciliani, e altri pezzi recuperati) si inscatola nelle colonne tipografiche della pagina scritta dove il tempo scivola via; si consuma leggendo; come se, a modo suo, volesse arrestarne la marcia inesorabile.
Giovanni Falaschi, acuto studioso di Elio Vittorini, ha suggerito che questo viaggio fotografico “può essere considerato il risultato di un percorso a ritroso del cammino mentale e sentimentale”. Ecco che allora nella parola, una volta illuminata dall’immagine, riecheggiano le memorie dei luoghi visitati, traspare il momento dell’incontro e del dialogo; la vita, le tante vite accadute e fattesi ricordo indelebile; ma, parallelamente, anche dal fondo dell’immagine riemergono, declinate al presente, l’archivio delle esperienze passate sollecitate dall’atto della conversazione. La fotografia, come un madeleine proustiana, innesca un lungo e complicato processo di scavo nella coscienza profonda, laddove i meccanismi solerti della memoria involontaria riportano a galla il tempo lontano che sembrava disperso.

Elio Vittorini - Conversazione in Sicilia - ed. 1953

Pagina dopo pagina, istante dopo istante, il narratore infila una a una nel libro bifronte le rapide apparizioni di un’indimenticabile avventura privata, ma che, al contempo, è destinata a essere condivisa dal mondo. Il volto dell’amata Sicilia, patria reale e ideale, casa dell’infanzia e terra del ritorno nell’età adulta, nascita, crescita, morte e resurrezione per l’umanità tutta, assume, nel riscontro fotografico, una fisionomia certa e inconfondibile, diventando, per tutti i suoi figli sia naturali che adottivi, l’immagine totale di ciò che hanno realmente vissuto o semplicemente provato a immaginare.
Vittorini, come Proust, preferisce, contro la logica lineare e unitaria dell’epica naturalista, attenersi ai ritmi altalenanti delle illuminazioni, inseguire le ripetizioni frammentarie e le “intermittenze del cuore“. Così facendo ci guida, all’interno di una rinnovata esperienza dell’io, alla scoperta di ciò che è rimasto troppo a lungo sospeso e celato. Esistere, per il viaggiatore-lettore del presente come per quello del futuro, significa soltanto ricordare: quello che si è stati e quello che si continuerà a essere ancora.

Pierfrancesco Frillici

  • L’Esistere inteso come ricordare (ciò che si è stati e ciò che si continuerà a essere) è più nella casuale riflessione del lettore, che in una causale volontà dell’autore: questa sembra essere una deduzione di un suo pensiero più che di un suo intento. Una deduzione frutto di una riflessione sul processo creativo che il lettore ha la coscienza di stare interpretando come mezzo di trasmissione di un pensiero filosofico. Ma non è certo per presunzione di sapienza che l’opera del Vittorini si debba tradurre in un concetto altresì riduttivo dell’esistenza…