Al Louvre “clonano” i due Schiavi di Michelangelo per prestarli ad altri musei

Un gruppo di specialisti sta lavorando nei laboratori del Louvre alla clonazione dei due Schiavi di Michelangelo, tra le opere più note del museo. Lo scopo? Duplicarle per farle viaggiare in giro per il mondo senza privare il Louvre di due opere fondamentali…

Musée du Louvre, Galerie Michel Ange, Les Esclaves
Musée du Louvre, Galerie Michel Ange, Les Esclaves

Non basta aver ceduto in cessione il marchio Louvre al museo di Abu Dhabi per una cifra presumibilmente stratosferica. Né aver chiuso il museo per permettere a due star dello showbiz internazionale, come Beyoncé e il marito Jay-Z, di girare nelle sale il video del singolo Apeshit estratto dall’album Everything Is Love e addirittura inaugurare un inedito percorso espositivo sulle tracce dei due cantanti. Cinismo finanziario o perfetta strategia di marketing, in barba alle critiche di chi accusa la direzione di una gestione più attenta agli aspetti economici che alla ricerca, numeri e profitti sembrano dar ragione al museo. E il Louvre, tornato negli ultimi anni sul podio dei musei più visitati del mondo, ne ha sempre una per continuare a far parlare di sé.

LA CLONAZIONE DI MICHELANGELO

L’ultima notizia in ordine di tempo riguarda due delle opere più famose e preziose della collezione museale: lo Schiavo ribelle e lo Schiavo morente di Michelangelo Buonarroti (Caprese, 1475 – Roma, 1564). Un gruppo di specialisti sta lavorando alacremente per “clonare” le due statue. L’obiettivo è quello di duplicare le opere per permettere loro di viaggiare in giro per il mondo senza privare la collezione di due opere fondamentali. Non è la prima volta che questo avviene. Il Louvre, come vi abbiamo raccontato in questo video, possiede uno dei più laboratori più all’avanguardia del mondo in cui vengono custoditi i calchi di statue e stampe e dove vengono prodotte delle copie perfette dei capolavori del passato. Fino ad oggi, questo tipo di operazioni aveva prevalentemente motivazioni di studio e di ricerca. Mai si era pensato di “clonare” le opere per finalità prettamente economiche. E, considerata la vastità della collezione del Louvre, le potenzialità sono enormi.

GLI SCHIAVI DI MICHELANGELO

I due “schiavi” del Louvre risalgono al secondo progetto per la tomba di Giulio II. Un progetto monumentale che prevedeva un corredo scultoreo decisamente ricco. Tra le prime opere completate ci sono appunto i due Prigioni, ribattezzati “Schiavi” solo nell’Ottocento, destinate alla parte inferiore del monumento funebre, oggi al Louvre. Un gruppo di sei sculture, di cui le uniche finite sono quelle conservate a Parigi; le altre quattro, chiaramente non finite ma non per questo meno affascinanti, sono conservate nella Galleria dell’Accademia a Firenze. Nel 1546 Michelangelo donò le due opere del Louvre a Roberto Strozzi, per averlo accolto generosamente nella sua casa romana durante un lungo periodo di malattia. Quando Strozzi fu esiliato a Lione, per la sua opposizione a Cosimo I de’ Medici, condusse con sé le due statue che da allora sono sempre rimaste sul territorio francese.

LA TECNICA ALL’AVANGUARDIA

Un lavoro lungo e certosino che avviene grazie all’utilizzo di Artec, un dispositivo di circa 20.000 euro, capace di realizzare ogni volta tra 600 e 1000 immagini ad altissima definizione. Questi dati vengono quindi elaborati dal software che calcola il posizionamento di migliaia di punti. Alla fine, questo permetterà di riprodurre il lavoro in 3D. “Siamo in prima linea in questo settore“, afferma Roeï Amit, che dirige il laboratorio del Louvre. “Il British Museum ha solo 200 oggetti riprodotti in 3D digitale e la qualità è inferiore”. Un’operazione che consentirà di creare “cloni” anche e soprattutto per fini commerciali. Grazie a questo tipo di tecnologia a partire da settembre 2018 sarà esposta al Museo di Baghdad una copia del Codice di Hammurabi, opera di straordinario valore storico, artistico, letterario e giuridico oggi conservata al Louvre.

–       Mariacristina Ferraioli

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AutoreMichelangelo Buonarroti
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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia e Icon Design. Sta conseguendo un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano ed è docente a contratto presso diverse istituzioni tra cui l’Accademia di Belle Arti di Brera.