Gianfranco Ferroni, pittore di pensiero. A Seravezza

Palazzo Mediceo, Seravezza – fino al 16 settembre 2018. Nel cinquantenario del ’68 un’antologica riscopre Gianfranco Ferroni, uno dei più appartati ma anche acuti artisti italiani contemporanei, fautore di una pittura di coscienza e di pensiero.

Gianfranco Ferroni, Lettino, 1984, collezione privata
Gianfranco Ferroni, Lettino, 1984, collezione privata

A cura di Nadia Marchioni, l’antologica di Seravezza riscopre Gianfranco Ferroni (Livorno, 1927 – Bergamo, 2001), fautore di una pittura di coscienza e di pensiero. In circa cento opere, le stagioni di una carriera artistica dai profondi risvolti intellettuali, e sempre fortemente coerente.

GLI ANNI CINQUANTA E L’EVOLUZIONE POP

A dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, prendeva lentamente forma l’Italia del consumismo di massa, dello spopolamento delle campagne a favore delle città, ma che continuava a nascondere nel fondo una serie di contraddizioni che il futuro saprà solo acuire. Da qui prende avvio la pittura di Ferroni, esponente a Milano del Realismo Esistenziale con Banchieri, Cerreti, Guerreschi; osserva l’Italia dell’epoca, dalle città del “miracolo economico” alle masse contadine siciliane. E proprio un viaggio in Sicilia, nel 1956 fu occasione di ripensamento nella sua carriera pittorica; conquistato dalla potenza barocca di luce e colori dell’isola, Ferroni si avvicinò all’Espressionismo, mantenendosi però concettualmente vicino alla realtà degli ultimi, delle vedove, dei contadini senza terra, degli operai schiacciati dal nascente potere del comparto industriale. Emblematico, poi, il trittico Città (1960-61), che racconta l’ambiente urbano da un duplice punto di vista: quello delle luci, delle strade sfavillanti di vetrine, dei moderni palazzi, cantato anche da Gaber in una famosa canzone; e quello, più nascosto, appena suggerito dalla pensosa prospettiva a volo d’uccello, di un ambiente sterminato e alienanti, come di lì a poco avrebbe scritto Calvino in Marcovaldo.
Attento osservatore dell’arte a lui contemporanea, a partire dal 1963 Ferroni frequentò la Pop Art, declinandola però in una chiave del tutto personale, ovvero inserendola stilisticamente nel contesto di scuola europea della natura morta, e utilizzandola come mezzo espressivo d’impegno politico; ne scaturiscono affascinanti dipinti, luminosi e sottilmente angoscianti, al limite del metafisico, legato al sostegno di una causa, da quella palestinese a quelle dei Nativi Americani e degli afroamericani, oppure alla condanna della società dei consumi.

Gianfranco Ferroni, Rifiuti, 1964, collezione privata
Gianfranco Ferroni, Rifiuti, 1964, collezione privata

LA BIENNALE DEL ’68 E L’EVOLUZIONE VERSO L’INTIMITÀ

Quelle tele rivolte verso le pareti furono la voce più forte contro il sistema e un tangibile segno di solidarietà verso i giovani caricati dalla polizia. Nel clima di scontro che non aveva risparmiato nemmeno la Biennale, 19 dei 22 artisti italiani presenti coprirono le loro opere in segno di protesta, salvo normalizzare la situazione pochi giorni dopo. Ferroni preferì invece esporre le sue tele al verso. La mostra di Seravezza rievoca quell’episodio esponendo quelle tele nella medesima maniera, e corredando la sezione con immagini d’epoca dell’Archivio Ugo Mulas. Ma le speranze del ’68 andarono ben presto deluso, e Ferroni ruppe clamorosamente con l’ideologia e l’arte ritirandosi in Versilia. Da questo periodo “di riflessione”, attorno al 1974, nacque una nuova fase della pittura della realtà, incentrata sull’indagine introspettiva dello spazio, attraverso ambienti legati a memorie e vicende personali; lo studio, la camera da letto, e i piccoli frammenti di realtà che vi si trovano rappresentati con delicato senso di meraviglia. Si tratta di spazi, come la camera di De Maistre, aperti sull’universo, e che chiudono il cerchio con la ricerca esistenzialista degli anni Cinquanta.
La ricerca di Ferroni attrasse giovani artisti come Luino, Mannocci, Bartolini, e nacque il gruppo della Metacosa, che in parte si riallaccia alla Metafisica di de Chirico; Ferroni fu l’involontario caposcuola di un’esperienza pittorica legata al senso di attesa e meraviglia, con tele luminose protese nel tentativo di svelare il mirum di montaliana memoria.

LA FASCINAZIONE PER LA LUCE

Instancabile indagatore, anche dopo la fine della Metacosa nei primi Anni Ottanta, Ferroni dedicò imperterrito gli ultimi anni della sua carriera a fermare sulla tela un mondo rarefatto di pochi, insignificanti oggetti, immersi in una luce che scioglie qualsiasi corporeità. E in questa condizione di silenziosa intimità, si rispecchia quell’equilibrio formale e interiore raggiunto dall’artista dopo quasi mezzo secolo di sperimentazione e osservazione della realtà. Queste ultime opere rivelano la placida attesa di un significato non soltanto della realtà, ma dell’esistenza umana, che da ateo non poteva aspettarsi in Dio. Ma la sacralità di quella luce lascia comunque aperta la speranza a un pur improbabile miracolo.

Niccolò Lucarelli

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.