Il caso di Piazza Fontana di Nicola Carrino a Taranto. Tra incuria e abbandono

Spazzatura, scritte con la bomboletta spray sui singoli moduli dell’opera, animali morti, acqua putrida, assenza di didascalie adeguate: Piazza Fontana a Taranto, progetto dell’artista Nicola Carrino inaugurato nel 1992, è abbandonata a se stessa. Urge un restauro e un dialogo con la città per la sua comprensione e valorizzazione

Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo
Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo

Intorno a mezzanotte, lunedì 13 agosto 2018. Piazza Fontana, Taranto. Per chi transita in auto, lo stato di abbandono in cui versa questo spazio di connessione progettuale e “scultoreo” tra la città vecchia e la nuova appare come una delle tante rotatorie, magari un po’ più eccentrica, di una qualsiasi periferia italiana, nata per decongestionare il traffico. Transitando a piedi sulla piazza, si scorge un drappello di ragazzi che fumano in un angolo appartato. Ogni tanto passa qualcuno, dirigendosi verso la città vecchia, con una noncuranza abissale verso quello spazio complesso di transito, e di possibile sosta, ma soprattutto di stratificazioni tra i brandelli del passato della città e il “futuro” dell’acciaio, che poi l’ha distrutta inesorabilmente. A un certo punto arriva una ragazza, forse ha caldo e riempie una bottiglia dal rubinetto consunto e sporco della fontana per dissetarsi. Anche lei, come tutti gli altri passanti, non si guarda attorno, ignora completamente quello spazio ormai trasparente, eppure tangibile, della sua città. Il pavimento della piazza è sudicio e l’odore che si respira, nauseante.

Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo
Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo

L’ABBANDONO DI UNA PIAZZA IGNORATA

Conoscevo lo stato di abbandono a cui è destinata da anni (troppi anni!) questa grande opera paradigmatica per la storia della scultura e dell’urbanistica italiana, ma non l’avevo mai vista ridotta così. Sono incredulo. Anzi, scioccato. I moduli delle sculture “minimal” in acciaio si muovono con rigore pieno nello spazio della piazza, costruendo un nuovo spazio di visione e relazione, che guarda al mare e al quartiere storico della città, e che consente – attraverso una serie di altri elementi in marmo – di sostare, di fermarsi a guardare. Una sezione del gruppo modulare in acciaio cinge ciò che rimane della fontana ottocentesca, inaugurata nel 1861 (ma c’era una fontana preesistente abbattuta l’anno prima), poi distrutta nel 1883 da un’alluvione. I resti furono conservati e sono quelli recuperati proprio da Carrino nel 1990.

Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo
Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo

“IO SONO TARANTINO”. LA VISIONE DELL’ORDINE DORICO

Piazza Fontana di Nicola Carrino a Taranto è ridotta così: una fogna (proprio così, una fogna!) en plein air, con la spazzatura nelle vasche, moduli d’acciaio ammaccati, scritte spray un po’ ovunque e senza alcuna didascalia adeguata che possa spiegare il senso di quel lavoro – che nelle intenzioni dell’artista, nato a Taranto nel 1932 e morto a Roma quest’anno, non era solo una scultura, ma un progetto urbanistico vero e proprio, ideato nella sua interezza nell’ambito di un programma di pensiero sofisticato e quindi ben definito – inaugurato nel 1992.
Carrino era incazzato per questa situazione. Anni fa, intervistandolo per l’edizione pugliese de La Repubblica proprio a proposito di Taranto e della fontana, mi raccontò che “[Piazza Fontana] è stato un lavoro molto importante per me, erano anni in cui insegnavo a Bari e quindi ebbi modo di vivere con più continuità nella mia città d’origine. Io sono tarantino. La luce, la spiritualità, la visione dell’ordine dorico, un ordine architettonico asciutto: sono tutti aspetti che hanno inciso molto nel mio lavoro”.
Qualcuno avrà gettato la spazzatura in quella piazza. E sono i primi responsabili di questo scempio. Ma anche l’amministrazione comunale ha una sua responsabilità, visto che non interviene per un recupero serio di quest’importante lavoro.
Per un artista consapevole, anche da un punto di vista teorico (tra gli altri, vanno letti i suoi contributi testuali pubblicati nel volume Forma urbana della scultura, edito nel 2011 nella collana Quaderni della Fondazione Ado Furlan), un’opera d’arte pubblica è anzitutto una responsabilità attiva nei confronti dello spazio sociale, del piano di calpestio del vivere quotidiano dei cittadini. In questo caso, si tratta proprio della sua gente, visto che Carrino era nato nella città vecchia e in questa città aveva mosso i suoi primissimi passi nell’arte, prontamente documentati da un suo compagno di strada (fraterno, come più volte mi ha precisato lo stesso Carrino, di una fraternità autentica e duratura, oltre il tempo e la morte stessa del critico) in una serie di interventi critici e recensioni, Franco Sossi, l’unico critico d’arte pugliese che ha avuto un respiro nazionale tra gli anni Sessanta e i Settanta, grazie al suo impegno teorico, stimato da Giulio Carlo Argan e non solo, sulla nuova scultura italiana in relazione allo spazio, alla luce e alla forma (e tra l’altro a Sossi andrebbe dedicata la giusta attenzione con urgenza).
“La scultura non ha solo il diritto di abitare gli spazi urbani, ma ha il dovere di essere abitabile, di rispondere cioè ad un uso se non proprio ad una funzione possibile”, sosteneva l’artista, garantendo inoltre che “Scultura è operazione del mutare, strumento indispensabile del continuo occupare e dimensionare lo spazio”. Piazza Fontana è l’espressione tangibile di queste riflessioni, già avviate nei primi anni Sessanta, quando Carrino è tra i fondatori – con Ninì Santoro, Giuseppe Uncini, Nato Frascà, Gastone Biggi e Achille Pace – del Gruppo 1.

Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo
Taranto, Piazza Fontana di Nicola Carrino. Ph. Ezia Mitolo

UN PO’ DI STORIA

In quello straordinario archivio on line che è il Fondo Francesco Moschini-AAM (Architettura Arte Moderna, Roma), è possibile sfogliare una pubblicazione edita nel 1992 in occasione dell’inaugurazione di Piazza Fontana.
Moschini – studioso di architettura che ha sempre guardato con precisa attenzione e analisi anche alle esperienze più complesse delle arti visive – definisce immediatamente quest’opera “una delle più avanzate elaborazioni per nuove strategie di intervento di riqualificazione urbana”. Nel suo testo, Carrino sostiene che “si è trattato quindi di riattivare un luogo della memoria cittadina intervenendo con un elemento scultoreo significante per la contemporaneità (l’acciaio a Taranto) e integrando con esso i reperti architettonici dell’antica fontana ottocentesca. Il progetto definisce l’aspetto formale e funzionale della nuova fontana risultante dall’aggregazione dei reperti di quella preesistente, ottocentesca, integrati con la nuova scultura in acciaio, e quindi l’assetto planimetrico della piazza su cui poggia ed in cui si disegna la nuova vasca”.
L’intervento scultoreo “razionalizzante” – sostenuto dall’Assessorato alla programmazione economica e progetti speciali del Comune di Taranto – rientrava in una più generale opera di intervento sulla città vecchia. I trentasei moduli in acciaio ridefiniscono così lo spazio, d’altronde per Carrino la scultura stessa è spazio di pensiero e d’azione. C’è quindi un’attitudine che definisce un nuovo canone, non poteva essere altrimenti per uno scultore colto come Carrino, legato all’antico come al presente, grazie anche all’utilizzo di uno specifico “ordine” architettonico e ai materiali all’epoca (nei Sessanta e Settanta) innovativi.

LA PROPOSTA

“La scultura non è produzione di oggetti, ma comunicazione di pensiero. In questo l’oggetto è indispensabile” (N.C.). In questa comunicazione di pensiero va rintracciato il futuro di Piazza Fontana. La spazialità unitaria di questo progetto, l’utilizzo di volumetrie studiate e la coscienza della forma nella sua autosufficienza sono ambiti di intervento che andrebbero condivisi con chi costantemente vive gli spazi circostanti la piazza. Il campo urbano in cui è intervenuto Carrino merita oggi non soltanto un intervento repentino di restauro e consolidamento, di pulizia e valorizzazione (a Taranto ci sono drammi ben più gravi, lo so benissimo), che può avvenire in parallelo rispetto a un ciclo di talk e riflessioni che possano partire proprio da quel progetto.
E allora perché non avviare un primo omaggio all’artista proprio in quello spazio? Non una commemorazione, sia chiaro. Sarebbe patetico, ovviamente.
Perché non adottare quella arena del contemporaneo per avviare una riflessione seria sul suo lavoro, sulla scultura e le sue possibilità odierne, e – naturalmente – sul rapporto tra la relazione e lo sviluppo del dialogo tra l’opera e lo spazio pubblico?
Facciamo rivivere questa piazza nella sua intrinseca natura: quella urbana e quindi pubblica, collettiva, coinvolgendo scuole (Carrino teneva moltissimo alla didattica ed era convinto che tutto dovesse partire da lì, dalla “scuola”), realtà associative, singoli operatori.
Taranto è una città da un lato pulsante (sono diversi i progetti, anche quelli associativi, che rivitalizzano parte della città vecchia, per esempio), dall’altro destinata all’oblio per i maledetti fatti di cronaca che tutti noi conosciamo e che riguardano il quotidiano di migliaia (sì, migliaia!) di persone. Ogni santo giorno.
Forse Taranto potrebbe rinascere anche da qui, da questa Piazza Fontana che molti tarantini ignorano o odiano, probabilmente perché non sono mai stati coinvolti per comprendere insieme la natura di quel luogo “trasformato”.
Le belle mostre di Carrino ordinate negli ultimi anni in diversi spazi (penso alle due personali, molto curate, da Studio Invernizzi a Milano, che si sta impegnando per sostenere il suo lavoro, alla sua personale di qualche anno fa al Macro di Roma e – per restare in Puglia – alle importanti opere conservate a Martina Franca dalla lungimirante e brusca Lidia Carrieri nella sua Fondazione Noesi) hanno definitivamente consacrato l’artista come maestro della scultura italiana e internazionale.
Carrino ha compreso – tra i primi, in un contesto che invece continuava a perseverare sull’informale – che la scultura è modulabile, attraverso elementi autonomi che possono essere assemblati o smembrati con l’intervento attivo dello spettatore.
Partiamo quindi da qui, quindi da tutti noi, dall’impegno che ognuno potrà dedicare concretamente a questa prima rinascita.

– Lorenzo Madaro

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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 2010 è critico d’arte dell’edizione pugliese di Repubblica. Scrive anche per “La Repubblica”, “La Repubblica - Roma”, Alfabeta2 e altre riviste di settore. Tra le mostre recenti curate, Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (con A. Lacarpia, Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità. Per Artribune cura la rubrica Futuro remoto.