Un simposio apre il dibattito sulla XXII Triennale di Milano. L’intervista a Paola Antonelli

Un simposio apre il dibattito intorno alla prossima XXII Triennale di Milano. L’intervista a Paola Antonelli, curatrice del Dipartimento di architettura e design del MoMA di New York, direttrice Ricerca e Sviluppo dello stesso museo e a capo del team curatoriale della XXII Triennale

Broken Nature, a public symposium. Paola Antonelli, a capo del team curatoriale della XXII Triennale Milano. Foto Gianluca di Ioia. Courtesy La Triennale di Milano
Broken Nature, a public symposium. Paola Antonelli, a capo del team curatoriale della XXII Triennale Milano. Foto Gianluca di Ioia. Courtesy La Triennale di Milano

Qualche giorno fa la 163esima assemblea generale dell’organizzazione intergovernativa Bureau International des Expositions ha formalmente riconosciuto la XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano. La data della prossima edizione — dall’1 marzo all’1 settembre 2019, col titolo Broken Nature. Design Takes on Human Survival — è lontana, ma l’“impalcatura” è, concettualmente parlando, a buon punto. Lo sono altrettanto i temi e gli obiettivi che ruotano intorno al titolo, chiaro e di forte impatto mediatico. In un processo costruttivo di avvicinamento alla mostra, Paola Antonelli, curatrice del Dipartimento di architettura e design del MoMA di New York, direttrice Ricerca e Sviluppo dello stesso museo e a capo del team curatoriale della XXII Triennale, ha voluto organizzare un simposio aperto al pubblico — il primo di una serie, un’altra tappa dovrebbe essere New York — in cui cominciare a stimolare il dibattito intorno ai temi centrali di Broken Nature.

Broken Nature, a public symposium. Stefano Boeri, Presidente Triennale, Milano. Foto Gianluca di Ioia. Courtesy La Triennale di Milano
Broken Nature, a public symposium. Stefano Boeri, Presidente Triennale, Milano. Foto Gianluca di Ioia. Courtesy La Triennale di Milano

LE QUESTIONI SUL TAVOLO

Partendo da domande semplici ma, in particolar modo in questo periodo storico, più urgenti che mai come ad esempio: come possono designer, scienziati, politici e studiosi aiutare i cittadini ad affrontare in modo costruttivo i problemi più urgenti legati all’ambiente naturale e sociale? Oppure, come possono incoraggiare le persone a distogliere l’attenzione dalle preoccupazioni personali, private e immediate e far confluire le iniziative individuali in una prospettiva collettiva, sistemica e di lungo termine? E ancora, quali strategie possono mettere in atto i designer, gli architetti e gli scienziati per modificare in maniera tangibile il mondo che gli umani abitano e contribuiscono a formare?
Ha aperto il simposio, suddiviso nelle quattro sezioni “Design ricostituente”, “Pragmatismo magico”, “Sistemi complessi” e “Prospettive a lungo termine”, Stefano Boeri, neopresidente della Triennale che ha fatto riferimento alla technosphere, condizione della nostra epoca, ponendo la questione di cosa e come possiamo dare indietro alla sfera naturale di quello che le abbiamo rubato e di come ripensare la tecnologia e la natura. L’incontro ha visto la partecipazione di studiosi e ricercatori che operano in vari campi.

GLI INTERVENTI

Particolarmente interessante l’intervento di Sarah Ichioka, alla guida dello studio di consulenza Desire Lines per iniziative che riguardano l’impatto ambientale, culturale o sociale, che ha sottolineato il fatto che ad essere rotta non è solo la natura ma anche i nostri cuori, il nostro spirito, sostenendo che sia necessario pensare al design come approccio, come a un modo di vivere una nuova storia. Molto attuale l’intervento di Lorenzo Pezzani, ricercatore in architettura forense al Goldsmiths College presso la University of London  e co-fondatore della piattaforma WatchTheMed, che dal 2011 lavora a Forensic Oceanography, un progetto che indaga criticamente la militarizzazione dei confini del Mediterraneo, mostrando come l’architettura possa contribuire a non perpetrare le ingiustizie nel mondo. Su un’altra direzione, l’intervento di Maholo Uchida, curatrice dal 2002 del Miraikan (Mirai sta per futuro in giapponese), museo nazionale delle scienze emergenti e dell’innovazione di Tokyo secondo cui l’idea chiave dietro al concetto di broken, che può voler dire molte cose (rotto, spezzato, spaccato, guasto), è il confine (border). Confine tra natura e umano, natura e artificio, umano e tecnologia. Confine che, secondo la curatrice, si sta rompendo. La tecnologia robotica ne è un esempio. Il robot che non è contro l’essere umano ma vive con l’uomo.
Al di là dei vari interventi che hanno abbracciato diverse discipline, è emerso un dato importante: al centro di tutto c’è il cittadino. Le leggi, le regole, ha affermato Paola Antonelli, sono importanti, ma i cittadini lo sono altrettanto. E questa Triennale avrà proprio l’obiettivo di far riflettere i cittadini su questioni a lungo termine, di renderli consapevoli di appartenere a un sistema e sottolineare la necessità di nuove strategie di “riparazione”.

Broken Nature, a public symposium. Maholo Uchida. Foto Gianluca di Ioia. Courtesy La Triennale di Milano
Broken Nature, a public symposium. Maholo Uchida. Foto Gianluca di Ioia. Courtesy La Triennale di Milano

IL FUTURO DELLA TRIENNALE

Come sarà quindi la XXII Triennale? “Nella Triennale Broken Nature”, ci racconta Paola Antonelli, “tanti fili, retroscena e stili diversi si ritroveranno in armonia, non tanto perché sono simili l’uno all’altro ma perché sono tutti animati dallo stesso desiderio. Una specie di affinità elettiva, la stessa che ha riunito le persone che hanno partecipato al simposio.” Non sarà pertanto solo una mostra progettuale perché, prosegue “ci saranno anche molti oggetti. Il nostro obiettivo, il mio, del presidente e del team curatoriale, è far in modo che quando le persone verranno a visitare la Triennale se ne usciranno con delle idee pratiche di quello che possono fare nella loro vita. A volte progetti che possono sembrare all’apparenza molto visionari o non aver radici nella realtà, possono invece ispirare nel reale, in maniera molto pratica. E sceglieremo quelli capaci di farlo. Ci sono state molte mostre sul futuro, sulle visioni del futuro, sui futuri, sul design speculativo e critico e anch’io ho contribuito a questo gruppo di mostre. Ora però vorrei fare una mostra in cui i cittadini possano immaginarsi i progetti nella loro realtà. Che possano immedesimarsi, sia che si tratti di progetti che di oggetti. Mettiamo ad esempio il caso di prendere una sedia di Clara Porset rifatta dagli artigiani di Città del Messico. Le persone possono immedesimarsi. Vedendo la sedia, qualche fotografia degli artigiani che realizzano la sedia e una foto di Clara Porset la storia è fatta. Non è un messaggio cerebrale, ma a tutto campo.”

LA PIATTAFORMA

In vista dell’apertura della XXII Triennale è già attiva una piattaforma online www.brokennature.org, dove sarà archiviata anche la documentazione video del simposio. “È una cosa che faccio molto spesso quando curo le mostre”, ci racconta Antonelli. “Comincio anche un anno prima a documentare il processo curatoriale perché le persone sono interessate e serve a me e alla squadra per tenerci in riga. È molto utile. Ci sono già alcuni post e articoli che vanno dall’allevamento delle renne in Lapponia ai residui vetrificati lasciati dai test atomici a Trinity Island nel 1945. C’è anche una bibliografia che continuiamo ad alimentare. Metteremo di volta in volta anche tutti i progetti e gli oggetti che stiamo considerando per la mostra. Quelli che selezioneremo rimarranno, gli altri spariranno. Facciamo vedere come stiamo costruendo la mostra.” Di una cosa siamo certi: è sotto gli occhi di tutti che distruggiamo indifferenti la natura di giorno in giorno ma, dopo la XXII Triennale Milano, ripenseremo il concetto stesso di design?

– Daniele Perra

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia” “GQ.com”, "SOLAR". È consulente strategico per la comunicazione della FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE e docente di Contemporary Art e Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". Ha lavorato come Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Svezia, e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005). È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.