Apparenze e teoria. Giulio Paolini a Milano

Galleria Fumagalli, Milano ‒ fino al 14 aprile 2018. Un percorso in dieci tappe rende omaggio a uno degli artisti di punta del gruppo dell’Arte Povera. E fra i massimi esponenti italiani del concettuale.

Giulio Paolini (Genova, 1940; vive a Torino) ha le idee chiare sull’enigma dell’arte. Definisce l’artista “qualcuno che si aggira nel vuoto, senza poter rinunciare a descriverlo”. Qualcuno che non propone, che non lascia traccia, ma resta in attesa delle immagini, e tutt’al più apre il sipario in favore di un’esperienza maieutica. Per l’artista genovese, a cui nel 2016-17 il Centre for Italian Modern Art di New York ha dedicato un focus di ricerche e allestimenti, aveva ragione Heiddegger: “Il formare avviene nel modo del circoscrivere, come un includere e un escludere rispetto al limite”. Secondo Paolini, insomma, l’arte non serve a esprimere le proprie idee; è complementare, non consequenziale all’artista. L’espressione individuale è azzerata, l’opera è pura testimonianza di se stessa.

LA MOSTRA

Ragionamento complesso? Molto, nella sua poesia. Del resto, la mostra allestita presso la Galleria Fumagalli, curata da Angela Madesani e Annamaria Maggi, è intitolata Teoria delle apparenze non solo in omaggio all’omonima opera in mostra del 1972, ma soprattutto per richiamare l’attenzione a uno dei temi chiave del pensiero e dell’opera paoliniana: il nesso tra ciò che appare e ciò che è all’inizio dell’esperienza, cioè la verità. Dieci opere realizzate dal 1969 al 2015, selezionate scrupolosamente e con la supervisione dell’artista, storicizzano un percorso creativo lungo 57 anni in dieci momenti che si riecheggiano in un gioco di riflessi, ripetizioni ed evocazioni.

Giulio Paolini, Studio per “Da lontano”, 2015. Photo Pierangelo Parimbelli

Giulio Paolini, Studio per “Da lontano”, 2015. Photo Pierangelo Parimbelli

LE OPERE

Da Quam raptim ad sublimia (1969), striscione ispirato a una stanza dei Musei Vaticani, che rovescia il linguaggio della lotta politica del tempo (in quello stesso anno Paolini partecipò all’intervento collettivo Campo Urbano a Como), a Studio per “Da lontano” (2015), collage preparatorio dell’intervento per il Museo Cappella Sansevero a Napoli. Un decalogo di maniacale trasparenza etimologica e antiesegetica: sontuoso nella sua archetipicità, stratificato se osservato in retrospettiva. Perché, nelle parole dello stesso autore, e in una scrittura che ha la stessa forza evocativa della visione che racconta, “l’artista è un archeologo che non scopre nulla, bensì scopre che nulla è già stato perché tutto è ancora sempre uguale a se stesso”.

Margherita Zanoletti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Margherita Zanoletti

Margherita Zanoletti

Con Francesca di Blasio ha pubblicato la prima traduzione italiana di “We are Going” dell’autrice e artista aborigena australiana Oodgeroo Noonuccal; con Pierpaolo Antonello e Matilde Nardelli ha co-curato “Bruno Munari: the Lightness of Art”. Dal 2004 idea e collabora…

Scopri di più