Il falso documentario di Damien Hirst sbarca su Netflix. Le reazioni del pubblico

Un lungometraggio di 90 minuti racconta il dietro le quinte della monumentale mostra di Damien Hirst a Venezia, da poco conclusa. Il documentario è bellissimo, ma la storia totalmente inventata. Ecco le reazioni sui social.

Damien Hirst, reasures from the Wreck of the Unbelievable
Damien Hirst, reasures from the Wreck of the Unbelievable

È stata senza dubbio la mostra dell’anno, in positivo e in negativo. Treasures from the Wreck of the Unbelievable, lo show monumentale portato a Venezia da Damien Hirst (1965) ha attirato folle di visitatori da tutto il mondo e diviso la critica in una battaglia tra fan e detrattori che non si vedeva da tempo (i detrattori, anche feroci, sono stati molto più numerosi, a dire il vero). La scala del progetto, lo sfoggio di possibilità (65 milioni di dollari e 10 anni di lavorazione) e la potenza dell’impianto narrativo sono stati impossibili da ignorare.

360MILA VISITATORI IN 8 MESI

Ora che la mostra si è conclusa, con la cifra record di 360mila visitatori all’attivo, il film omonimo che accompagnava l’esposizione delle sculture è stato pubblicato su Netflix ed è visibile a tutti. Al pubblico dell’arte, quindi, ma anche a quello, inconsapevole, che magari non conosce Hirst e pensa semplicemente di godersi un bel documentario (è questa la categoria sotto la quale il film è inserito). Il lungometraggio, diretto da Sam Hobkinson, racconta la storia immaginaria del ritrovamento dei resti della nave Apistos, appartenuta al leggendario Cif Amotan II e naufragata nei primi secoli dopo Cristo al largo della costa orientale dell’Africa. Si tratta però di un mockumentary, ossia di un finto documentario realizzato in perfetto stile National Geographic ma totalmente inventato. La pellicola è un perfetto dispositivo spettacolare e incolla gli occhi allo schermo con una storia coinvolgente e credibile, che accende l’immaginazione e fa leva sulla sospensione dell’incredulità che questo genere cinematografico inevitabilmente produce. Si tratta, insomma, non solo di un corollario della mostra, ma di un tassello fondamentale di essa, dispiegando compiutamente l’impianto narrativo che giustifica tutto il materiale che da aprile a dicembre ha riempito le sale di Palazzo Grassi e Punta della Dogana.

LE REAZIONI SUI SOCIAL E LA NUOVA MOSTRA

Ma l’ambiguità di fondo che Hirst ha volontariamente lasciato attorno al suo progetto – prima con la mostra e poi, più efficacemente, con il film – mantenendosi sempre al confine tra il plausibile e l’incredibile, sembra essere proprio l’elemento più irritante per il pubblico, che reagisce alla scoperta della natura immaginaria della vicenda come si fa con una sonora presa in giro. Basta dare un’occhiata ai tweet comparsi nei giorni scorsi, subito dopo la pubblicazione del documentario su Netflix. “Non ci cascate, non è un documentario”, scrive qualcuno. “Voglio indietro i miei 90 minuti”, insiste qualcun’altro. E c’è anche ci ci va più pesante, come si può vedere dalla selezione di reazioni che vi proponiamo in calce. Nel frattempo, l’artista più amato e odiato del mondo sta preparando una nuova mostra, curata dall’italiano Mario Codognato: dalla fine di marzo, le stanze storiche della palladiana Houghton Hall a Norfolk saranno riempite da una serie nuova di zecca di spot-paintings, i celebri quadri con i pallini colorati.

– Valentina Tanni

https://www.netflix.com/title/80217857

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AutoreDamien Hirst
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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • http://armellin.blogspot.com/ stefano armellin

    Chi é Hirst ?

  • http://doattime.blogspot.it/ doattime

    L’ennesima dimostrazione della genialità di questo inglese, che ha saputo nonostante tutte le più ottimistiche previsioni, superare anche questo momento di debolezza con un incredibile progetto parallelo alla biennale di venezia di forte impatto. Il documentario è gradevole ma poteva durare un mezz’oretta , effettivamente si perde un poco in inutili narrazioni paesaggistiche.