Torna a New York Performa, la biennale dedicata alla performing arts. E c’è un focus sull’Africa

Torna fino al 19 novembre nella Grande Mela, Performa, la Biennale ideata da RoseLee Goldberg dedicata alla performing arts. Tra gli artisti che ci hanno più colpito la sudafricana Zanele Muholi, che nel frattempo apre anche una mostra in galleria. Ecco le immagini.

Performa 17 ph-Francesca Magnani
Performa 17 ph-Francesca Magnani

Torna a New York Performa 17, la biennale dedicata alla performing arts che fino al 19 novembre invade piazze, strade, hub, luoghi per l’arte contemporanea e non della Big Apple. Organizzata dall’omonima organizzazione multidisciplinare d’arte non-profit, si propone di esplorare il ruolo fondamentale della performance dal vivo nella storia dell’arte del ventesimo secolo e di incoraggiare nuove forme di azione. La Biennale ad essa collegata illumina sul ruolo fondamentale della performance nella storia dell’arte così come sul suo significato nel mondo internazionale dell’arte contemporanea. Performa nasce nel 2004 dall’idea dell’influente storica dell’arte RoseLee Goldberg, autrice di Performance Art: from Futurism to the Present (pubblicato nel 1979 e nel 2000). Nel 2001 la Goldberg produce la prima performance live di Shirin Neshat, Logic of the Birds. Tanti gli appuntamenti in programma in questa edizione che ha avuto inoltre il merito di proseguire l’interessante progetto delle Performa Commissions, cominciato nell’ambito della quinta edizione della manifestazione.

PERFORMA COMMISSIONS

Jimmy Robert Imitation of life
Jimmy Robert Imitation of life

Le Commissions si rivolgono ad artisti visivi che non hanno mai avuto (o che hanno avuto occasionalmente) esperienza nelle arti performative. Questi artisti ricevono supporto finanziario e produttivo per sperimentare e realizzare opere innovative, in stretta collaborazione con il team curatoriale e di produzione di Performa (guidato come sempre dalla Goldberg, e composto da Adrienne Edwards, Charles Aubin con il contributo di Defne Ayas e Mark Beasle). Ad oggi sono state realizzare 65 commissioni, che hanno poi viaggiato in tutto il mondo. L’edizione 2017 ha “premiato”, con una ampia percentuale di artisti provenienti da varie zone dell’Africa (Marocco, Sud Africa, Etiopia, Kenya) Jimmy Roberts, William Kentridge, Barbara Kruger (che firma anche la comunicazione), Julie Mehretu e Jason Moran, Tarik Kiswanson, Kamang Wa Lehulere, Yto Barrada, Wangechi Mutu, Kelly Nipper, Tracey Rose. Tra questi c’è anche la sudafricana Zanele Muholi, nata nel 1972, che ha realizzato performance allo Stonewall Inn, allo Schomburg Center, da BAAD!, al Leslie Lohman Museum. Per chi se le fosse perse, l’artista ha inoltre inaugurato una mostra (che non fa parte del programma di Performa e che dura fino al 9 dicembre), alla galleria Yancey Richardson di Chelsea, che ha rappresentato anche nell’ambito della scorsa edizione di Paris Photo (dove era in mostra anche nello stand della galleria Stevenson del Sudafrica).

Barbara Kruger Untited (The Drop) 2017 Courtesy of Performa Photo by Paula Court
Barbara Kruger Untited (The Drop) 2017 Courtesy of Performa Photo by Paula Court

FOCUS SU ZANELE MUHOLI

Durante l’opening, una donna anziana, seduta in un angolo guardava la sfilata dei selfie con le opere e commentava: “dico spesso a Dio che non so che cosa ho fatto per meritarmi una figlia così!” A parlare è una sorta di madre d’elezione dell’artista, che ricorda la vera madre di Zanele, soggetto ricorrente dei suoi celebri autoritratti (quelli in cui adorna il proprio capo alla maniera Zulu, ma usando prop come spugne abrasive o altri oggetti di uso quotidiano). Tutti si avvicinavano a questa donna per stringerle la mano – a volte inchinandosi quasi a riceverne una benedizione, in una dimensione tra performance e affettuosa realtà. Muholi, definisce se stessa non artista, ma “attivista visiva”. È conosciuta per la sua serie in progress “Faces and phases“, in mostra a New York, iniziata nel 2006 come compendio visivo della comunità LGBTQI. Per lei la solidarietà è essenziale: nonostante il Sud Africa sia stato il primo paese in Africa a legalizzare matrimoni dello stesso sesso, l’omofobia rimane dilagante e le facce del titolo includono ritratti di donne che sono sopravvissute alla pratica dello stupro “correttivo”. Nel 2010 la ministra delle arti e della cultura del Sudafrica, Lulu Xingwana, denunciò una mostra di Muholi perché comprendeva immagini di coppie lesbiche in posizioni intime che Xingwana ritenne “immorali, offensive, contrarie alla costruzione della nazione”. Altre immagini presenti da Richardson fanno parte della serie “Somnyama Ngonyama”. In quasi ogni immagine, Muholi guarda la lente come uno specchio. Ha iniziato il progetto nel 2014 e continuerà fino a quando non ha trecentosessantacinque immagini. Una foto è stampata in grandissime dimensioni e affissa a muro come carta da parati. La foto ha fatto da sfondo alle performance di danza e canto che hanno fatto della serata una potente immersione nei gesti e rituali Zulu. Ecco le immagini.

Francesca Magnani

http://17.performa-arts.org/

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Francesca Magnani
Francesca Magnani scrive e fotografa a New York dal 1997. Dopo una laurea in Latino a Bologna e un corso di perfezionamento in Antropologia a Padova, è arrivata alla CUNY con una borsa Fulbright in Letteratura Comparata. Nella Big Apple ha passato svariate stagioni a stampare e lavorare nelle darkroom dell’ICP e al Print Space. Tra NYU e The New School, in quasi vent’anni ha insegnato italiano a mezza Downtown. Le sue storie e fotografie sono uscite su D Repubblica, Diario, MarieClaire, F, Natural Style, TimeOut NY, IL, Vogue, Flair, Yoga Journal, Here is New York. A Democracy of Pictures, E.L. Doctorow, All the Time in the World, Taschen - Trespass: A History of Uncommissioned Urban Art.