Una mostra a Roma, al pianterreno della Galleria Nazionale, apre le celebrazioni attese l’anno prossimo: mezzo secolo è passato dalle rivolte del ’68. Si prova a tracciare il perimetro di una scena storica, con qualità di opere ed equilibrio compositivo. Eppure qualcosa manca. Il rumore del cambiamento e della contestazione, innanzitutto.

Ce n’est qu’un debut, continuons le combat“. Un coro appassionato e unanime tagliava l’aria, all’alba di una decisiva primavera parigina, cinquant’anni fa. 3 maggio 1968, scontri fra gli studenti della Sorbona e la polizia. Nei giorni successivi ancora tensioni, disordini e la folla a sfilare per strada, fra barricate diurne e battaglie notturne, occupazioni e sgomberi, molti feriti e una serie di rivendicazioni, presto condivise da studenti, operai, sindacati, intellettuali. Una grande rivolta destinata a essere incipit e detonatore: molte cose cambiarono, da allora. E come per tutti i cambiamenti radicali fu una storia controversa, irrisolta, sfaccettata.
È solo un inizio, continuiamo la lotta“, urlavano. E la lotta continuò, per mesi. Il Sessantotto divenne l’emblema della grande frattura: contro una classe borghese conservatrice, miope, bigotta; contro la mortificazione dei diritti delle donne e la cultura maschilista diffusa; contro il consumismo nascente e il dominio del mercato, l’autoritarismo delle classi dirigenti e lo sfruttamento dei lavoratori. Ed erano i giovani a prendere spazio, ruolo, parola, ritagliandosi per la prima volta una propria dimensione sociale e identitaria.

È solo un inizio. 1968 - La Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, installation view
È solo un inizio. 1968 – La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, installation view

RIFLETTENDO SUL SENSO DELLA LOTTA. UN NUOVO INIZIO?

Il 2018 sarà l’anno delle celebrazioni: mezzo secolo esatto da quell’ondata di ribellione, di consapevolezza e di liberazione, con tutte le contraddizioni, le ingenuità e le derive del caso. Tantissimi saranno gli eventi chiamati a ripercorrere quel capitolo fondamentale della storia contemporanea. Ad aprire le danze, con qualche mese di anticipo, è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna: in questa coda del 2017 si iniziano a scaldare i motori del ricordo e quelli della riflessione.
Suggestivo il titolo della mostra, curata da Ester Coen, che riprende l’originario motto: “È solo un inizio. 1968”. E in questo primo scorcio di secolo, tra l’insorgere di nuovi fascismi e populismi, la difficile situazione economica, la perdita definitiva di riferimenti forti, l’avanzata di paure, fanatismi e superstizioni, quel mitico slogan suona come un auspicio, la predizione di una svolta. E la domanda affiora: cosa significa, oggi, confrontarsi con l’eco della battaglia? Si può ancora essere dissidenti? Ha ancora senso discutere di rivoluzione, pensando a tutte le rivoluzioni mancate, ai fallimenti, alle utopie sospese, alle nostalgie lastricate di macerie e ai finti ribellismi del presente? Dov’è – se c’è ‒ la chiave per un altro inizio, e che ne è stato dello storico strappo sessantottino?

È solo un inizio. 1968 - La Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, installation view
È solo un inizio. 1968 – La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, installation view

PRESENZE E ASSENZE

A tutte queste domande la pur bella mostra della Galleria Nazionale non offre molti spunti. Una mostra elegante, ben costruita, che riesce a compattare con equilibrio l’ampia carrellata di nomi internazionali, nello spazio limitato della sala al pianterreno. Allestimento di qualità, gestito da mani esperte, con alcuni momenti di energia alta – vedi il dialogo silenzioso e dinamico tra l’Italia rovesciata di Luciano Fabro e la Palla di gomma (caduta da due metri) di De Dominicis ‒, e alcune scoperte preziose, come le fotografie di Carla Cerati scattate dentro ospedali psichiatrici, in un accostamento felice con i freak di Diane Arbus. E poi la linea parallela tra l’enorme tela rosso sangue di Mario Schifano (Festa cinese) e il Ritratto di Mao con bandiera rossa di Franco Angeli, con un efficace contrappunto plastico nel lembo di poliuretano espanso color carminio, parte dell’installazione di Gilberto Zorio; oppure il tema del corpo, sintetizzato dalle performance audaci di Vito Acconci, da una splendida sequenza fotografica di Luigi Ontani, ma anche dalle sperimentazioni coreutiche di un maestro come Merce Cunningham.

Luciano Fabro, Italia rovesciata, 1969. MASI, Lugano. Deposito da collezione privata; foto courtesy MASI, Lugano
Luciano Fabro, Italia rovesciata, 1969. MASI, Lugano. Deposito da collezione privata; foto courtesy MASI, Lugano

A dominare però è un orientamento preciso, fra concettualismo, poverismo, minimalismo americano. Mario Merz, Maurizio Mochetti, Pistoletto, Kosuth, Kounellis, Buren, Joan Jonas, Donald Judd, Bruce Nauman, Carle Andre, Anselmo, Dan Flavin, Richard Long… Forme rigorose e processi vivi, natura, astrazione, oggetti simbolici, riflessioni su spazio, tempo, linguaggio. Non tutte opere targate 1968, ma prodotte anche dopo, in qualche caso spingendosi fino agli Anni Settanta. È il perimetro di una scena, il tentativo di tracciare un ritratto composito, in evoluzione.
Ma se – come titolo e presentazione suggerirebbero – è il taglio storico a guidare, ed è la vena politica a dover emergere con forza, le mancanze spiccano e i criteri a volte sfuggono. Al contrario del bel catalogo in forma di newspaper, in cui sfilano, fra testi e interviste, autori come Giuliano Ferrara, Mario Perniola, Toni Negri, Luciana Castellina, Rossana Rossanda, Franco Piperno, Giacomo Marramao, la mostra lascia sul margine la questione del fermento e della contestazione, insieme a tutto ciò che odorava di sovversione, di underground, di indipendenza dal mainstream, di statement civico e di impegno sociale, di scelte ideologiche e di contaminazioni spinte, di scontro tra le classi e le generazioni. Che ne è allora dell’indagine sul rapporto fra artisti, intellettuali e questione politica? Quanto rinnovamento ci fu e quanto conformismo?

Cala Cerati, foto dalla serie Ospedale psichiatrico di Gorizia “Morire di classe”, 1968. Courtesy Donata Pizzi. Ph. ©Elena Ceratti
Cala Cerati, foto dalla serie Ospedale psichiatrico di Gorizia “Morire di classe”, 1968. Courtesy Donata Pizzi. Ph. ©Elena Ceratti

L’immagine che ne viene è prevalentemente quella di una linea borghese, di cui la critica ufficiale e il mercato hanno incarnato i destini: dall’Arte Povera, tra le pagine più autorevoli scritte in seno al sistema italiano, fino all’Arte Concettuale, la stessa che un bel saggio di Alexander Alberro (tradotto nel 2016 da John & Levi) ha raccontato attraverso la sua liaison con le strategie pubblicitarie di fine Anni Sessanta. Rcerca sì, ma tra salotti, mercati, dealer e tecniche di comunicazione.
E da questa istantanea della scena italiana, vecchia 50 anni, resta ancora fuori l’importante avventura pittorica di alcuni autori – su tutti i grandi nomi della Pittura Analitica – che proprio a cavallo tra i due decenni rivendicavano una volontà d’esistenza, non piegandosi alle correnti dominanti: performance, video, installazioni. La pittura non era affatto morta e alcuni artisti si fecero carico di questa testimonianza. Un’altra forma di resistenza. La storia avrebbe dato loro ragione.

Franco Angeli, Ritratto di Mao con Bandiera Rossa, 1968. Collezione Mara Chiaretti. Ph. ©Giorgio Benni
Franco Angeli, Ritratto di Mao con Bandiera Rossa, 1968. Collezione Mara Chiaretti. Ph. ©Giorgio Benni

SPIRITO DEL TEMPO

Una mostra che esprime dunque un taglio personale, com’è anche normale che sia: un curatore sceglie, in base a un interesse e una visione, e lo fa misurandosi con lo spazio a disposizione. Tutto bene, se non fosse per quel tema, quel titolo, quella volontà di rappresentazione storica che emerge dalle premesse.
E se è pur vero che tutta la grande arte di ricerca conserva un’anima politica, anche quando di politica non si occupa – a partire dagli eccellenti autori in mostra, spesso innovatori di codici e di forme ‒ bisogna pure fare i conti con la specificità del periodo: la faccenda allora si faceva estrovertita, vibrante, ideologica, tumultuosa. Basti pensare – solo per citarne alcuni tra i più noti – a Nanni Balestrini, Pablo Echaurren, Gianni Pettena, Fabio Mauri, Emilio IsgròGastone Novelli (che prese parte attiva al maggio del ’68, chiudendo la sua sala in Biennale per protesta), ma anche, spostandosi oltreconfine, a Joseph Beuys, Ana Mendieta, Suzanne LacyArchigram, o in ambito teatrale a Eugenio Barba col suo Odin Teatret (nato nel ’64), al Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina, al Cricot 2 di Tadeusz Kantor.

Pier Paolo Calzolari, Il mio letto così come deve essere, 1968. Fondo Calzolari Trust. Ph. ©Fondo Calzolari Trust
Pier Paolo Calzolari, Il mio letto così come deve essere, 1968. Fondo Calzolari Trust. Ph. ©Fondo Calzolari Trust

Posto che la compagine selezionata è comunque imprescindibile per segnare i contorni di un’epoca, posto che l’operazione era in sé complessa e che mai il risultato avrebbe potuto essere esaustivo, ci si chiede: quale impronta del Sessantotto resta, alla fine del tour fra le chiare stanze del Museo? Quale sapore, quale rumore? Era davvero solo questa la scena da evidenziare o c’erano altre linee, magari meno ufficiali, da poter riprendere? E quanti interrogativi si ripropongono, fra storia e attualità?
Altri appuntamenti sul tema seguiranno (o sono in corso, come la mostra curata da Marco Meneguzzo a Milano), con altre prospettive. Resta il rischio di aver aperto il ciclo con un’immagine rassicurante, fin troppo armonica, istituzionale, senza grandi tradimenti, guizzi, rotture, tensioni. E senza l’eco di quei giorni irruenti, così come li restituirono la cronaca, i media e certi grandi fotografi, uno su tutti Tano D’Amico: una scrittura laterale che per molti artisti fu comunque nutrimento, riferimento. Spirito del tempo, nello spazio di una sovversione necessaria.

Helga Marsala

Evento correlato
Nome eventoÈ solo un inizio. 1968
Vernissage02/10/2017 ore 18,30
Duratadal 02/10/2017 al 14/01/2018
AutoriFranco Angeli, Richard Long, Sol LeWitt, Jannis Kounellis, Alighiero Boetti, Gilberto Zorio, Mario Schifano, Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Pier Paolo Calzolari, Giovanni Anselmo, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Marisa Merz, Carl Andre, Joseph Kosuth , Gino De Dominicis, Yayoi Kusama, Luciano Fabro, Maurizio Mochetti, Joan Jonas, Emilio Prini, Dan Flavin, Gordon Matta-Clark, Allan Kaprow, Vito Acconci, Valie Export, Walter De Maria, Bruce Nauman, Donald Judd, Diane Arbus, Merce Cunningham, Eva Hesse
CuratoreEster Coen
Generiarte moderna e contemporanea, serata - evento, collettiva
Spazio espositivoLA GALLERIA NAZIONALE
IndirizzoViale delle Belle Arti 131 — 00197 - Roma - Lazio
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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Da gennaio 2018 è Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana.
  • maurizio cont

    me lo sono chiesto anch’io, alcuni giorni fa, come sia possibile l’assenza di gastone novelli in una esposizione sul ’68, è come una mostra sulla pop art senza citare andy warhol. Per porre rimedio suggerirei di inserire al più presto una sua opera, un’opera del 1968 (anno della sua prematura scomparsa) dal titolo, in questo caso proverbiale, “un obelisco per la memoria”

    maurizio cont

  • Alberto Esse

    questa mostra è totalmente un fake. la negazione stessa dell’arte del ’68 argomento complesso ma non non studiabile. Per ricordare a qualcuno quale è stato il nucleo centrale dell’arte del 68 forse è utile rileggersi ad es. il manifesto di Foglio Volante:
    “NO ALL’ARTE DEL POTERE
    SI’ ALL’ARTE DI GUERRIGLIA

    basta con la cultura di classe
    basta con la cultura asservita al capitale
    basta con i gruppi di potere
    basta con l’ottimismo della civiltà dei consumi
    basta con i condizionamenti di mercato
    basta con la critica a priori
    basta con le riviste di parte
    basta con le mostre corridoio
    basta con il pubblico borghese
    basta con i falsi rivoluzionari travestiti
    basta con gli artisti capitalisti di partito
    basta con i cortigiani e i loro leccapiedi
    basta con la capitalizzazione delle forme
    basta con le truffe travestite da espressione
    basta con l’individualismo
    basta con la libera professione
    basta con gli artisti veggenti
    basta con le barriere tra i linguaggi
    basta con la schematizzazione dell’esperienza
    basta con l’arte come destino
    basta con 1’ARTE
    perciò
    FOGLIO VOLANTE
    COME ARTE DI GUERRIGLIA ARTICOLATA NELLA CONTESTAZIONE DEL POTERE

    CULTURALE E DI TUTTE LE SUE MANIFESTAZIONI – NELL’INFORMAZIONE DELL’AZIONE CONDOTTA E DEL SUO SIGNIFICATO RIVOLTA ALLE MASSE STUDENTESCHE ED OPERAIE – NELLA REALIZZAZIONE DI ALTERNATIVE CONCRETE ED IMMEDIATAMENTE ATTUABILI

    COME operazione artistica che sia allo stesso tempo una forma di conoscenza e di rinnovamento della realtà che ci circonda
    COME rinnovamento del linguaggio e delle forme tradizionali ormai logore e cristallizzate e quindi non più adatte a comunicare una realtà in continuo progresso ed evoluzione
    COME azione estetica rivoluzionaria popolare
    COME saldatura tra azione politica ed azione estetica
    COME trasformazione della poesia in azione e dell’azione in poesia
    COME azione di riconciliazione dell’uomo con la natura e con se stesso
    COME rottura della marcia indietro nel futuro
    COME proposta di una dimensione estetica per un uomo nuovo in un mondo nuovo dove si ricon-ciglino piacere e libertà, istinto e morale
    COME superamento dell’Opera d’Arte e dell’Artista nel senso del gesto e del comportamento creativo esteso a tutti
    COME foglio volante
    COME arte povera fatta con materiali poveri e portatrice solo di se stessa
    COME che FARE alternativo ai prodotti pseudo-artistici e mercificati della società dei consumi
    COME controinformazione spontanea non trasformabile in denaro o strumento di potere
    ECC. ECC.