Ha vissuto in una dimensione geograficamente periferica – Lecce, dagli Anni Settanta fino al marzo scorso – ma Natalino Tondo, con cui riprende la rubrica “Futuro remoto”, ha operato sempre con uno sguardo lungimirante e aggiornato. Nel suo percorso solitario e sofisticato, non ha mai rinunciato al confronto dialettico con le tangenze delle esperienze internazionali, anche grazie a intense letture e ai ripetuti viaggi degli Anni Settanta e Ottanta.

Nel voler ripercorrere il multiforme e sofisticato percorso nell’arte di Natalino Tondo (Salice Salentino, 1938 ‒ Lecce, 2017), bisogna avviare la riflessione dai suoi studi, presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, dedicati all’Action Painting e a Pollock, che rivelano un aggiornato pensiero sul fare pittura, in una terra all’epoca proiettata più sul post espressionismo, mediato dalla scuola napoletana, che sulla contemporaneità. “Di Pollock mi interessa, particolarmente, la nuova funzione della luce implicita nell’uso del colore all’alluminio (o alla valenza della totalità corporea che richiede un discorso a parte di natura fruitiva e psicologica). Da allora”, precisa Tondo in un suo testo autobiografico di alcuni anni fa, “la mia ricerca tende a recuperare un tipo di immagine nuova puntando esclusivamente sul valore oggettivo e strutturale della luce”.
Nella seconda metà degli Anni Sessanta, dopo gli studi, la sua indagine si fa più matura e autonoma, con il ciclo Tensioni strutturate (siamo intorno al 1967). Tondo propone opere concepite collocando tubi di plastica di diverse dimensioni – presi in prestito dalla tecnologia industriale, su cui allora, in Italia e non solo, vi era un fervente dibattito critico e ideologico – che, modulando lo spazio, avviano una speculazione teorica su un tema che sarà costante anche in tutto il suo lavoro più maturo. La tela è pertanto un supporto da esplorare, una metafora di uno spazio vuoto da riconcepire e ricostruire mediante una meditata progettualità, rigorosa nelle sue configurazioni più caratterizzanti.
Nello stesso 1967, presso la galleria romana di Fiamma Vigo, presenta i suoi lavori recenti, su cui poi rifletterà – anche negli ultimi anni della sua vita – sulle pagine dei suoi appunti metodologici: “Il bisogno di dare maggiore concretezza alla luce e la necessità di sfuggire allo spazio virtuale della superficie mi portano a servirmi di materiali tecnologici: tubi di materia plastica. Rimane inalterato, anzi si precisa, il senso di tensione del quadro, nello stesso tempo la struttura acquista maggiore essenzialità; ogni elemento è in funzione della sua massima resa tensionale nella totalità della struttura”.
Costituisce così strutture in grado di essere ricomposte, come veri e propri moduli dell’industria tecnologica, alternati a geometrie e a superfici cromatiche, come rileva anche Franco Sossi – l’unico critico d’arte pugliese che in quegli anni operava, con un approccio militante, con un respiro nazionale e attento alle emergenze del presente (un nome, quello di Sossi, che andrebbe studiato e fatto conoscere alle nuove generazioni, quasi del tutto ignare del suo impegno) – nel suo Luce spazio strutture, volume licenziato nel 1967 in cui lo studioso traccia le esperienze contemporanee di numerosi artisti, da Nicola Carrino a Enzo Mari, da Riccardo Guarneri a Enrico Castellani e Nato Frascà. Emerge un collegiale approccio di radice aniconica, legato in particolare alla struttura della forma geometrica, declinata con ideologie e soluzioni visuali e processuali plurali dissimili. Anche Tondo entra in questo clima, vive in una periferia della contemporaneità ma è dinamico, viaggia e studia molto. Osserva con interesse, dialoga con il suo presente attraverso uno spirito critico e consapevole, come emerge anche da un nucleo di carte del 1969, che rivelano quanto l’approccio legato alla struttura della forma tenga conto di tecniche e supporti differenti. In Interazione plastica – proposta agli inizi del 1970 negli spazi della galleria d’arte Carolina di Portici, accanto alle opere di Renato Barisani, Franco Gelli, Mario Persico e di altri nomi della scena artistica meridionale di quegli anni, tra cui un giovanissimo Mimmo Paladino –, dimostra attenzione per l’utilizzo di materiali industriali e per l’allontanamento della composizione dalla bidimensionalità del “quadro”, che a questo punto diventa installazione e invade, non solo concettualmente, lo spazio fisico. Le sue strisce di plastica dipinta con vernice industriale costruiscono uno spazio plastico idealmente infinito, che costruisce e definisce ulteriori porzioni di spazi, immaginati concettualmente.

Natalino Tondo, Rilevamenti salentini, 1972-74, fotografia
Natalino Tondo, Rilevamenti salentini, 1972-74, fotografia

RILEVAMENTI SALENTINI E OLTRE

Successivamente, siamo nei primi Anni Settanta, Natalino Tondo avvia una considerazione legata all’antropologia e alle ricerche sociali con il ciclo Rilevamenti salentini: l’ausilio della fotografia gli consente di individuare spazi di cambiamento, mutazioni in atto in una civiltà contadina, legata con ancestrale forza a un Salento primigenio, allora in procinto di affacciarsi alla modernità, ancora però lontana dai più recenti flussi turistici nella comunicazione di massa. Il suo continua a essere uno “spazio di conoscenza”, come egli stesso ha affermato in uno dei suoi statement (Tondo, nel corso degli Anni Ottanta e in quelli successivi, ha scritto molto, come si rintraccia dai materiali conservati dai figli Emanuela e Daniele). Recuperando i particolari di un determinato spazio salentino, isolandoli dal contesto paesaggistico, l’artista concentra l’attenzione su tracce, anche poco visibili, definendo questa sua esplorazione come “oggettiva”, perché frutto di “conoscenza tramite l’esperienza diretta”; anche se si tratta di un processo conoscitivo “lontano da ogni pretesa totalizzante”, frutto però di un riconoscimento “della complessità della realtà”. Il passo successivo è, naturalmente, la conoscenza dello spazio della rappresentazione dell’arte, così nei primissimi Anni Ottanta è lo spazio della Pala Montefeltro di Piero della Francesca a essere sotto osservazione, con una speculazione che è, ancora una volta, anzitutto teorica, isolando dettagli, riflettendo sui significati intriseci dell’opera. Tondo infatti, nel corso della sua esperienza, ha sempre accompagnato il suo lavoro attivo di produzione con una costante e analitica scrittura, oltre che con progetti di piccolo formato che spesso aiutano a comprendere le fasi di gestazione di alcuni singoli cicli.

Natalino Tondo, Ipotesi di spazio, 1967-69, plastica
Natalino Tondo, Ipotesi di spazio, 1967-69, plastica

SPAZIO N-DIMENSIONALE E PAGINE DI SPAZIO

La modularità dello spazio aniconico negli Anni Ottanta troverà ulteriori sviluppi nel più complesso ciclo Spazio n-dimensionale, con grandi tele di formato rettangolare, eseguite con pittura acrilica. Fasce parallele rette o linee curve si sviluppano in tutte le direzioni, sottraendosi allo spazio euclideo. Le linee, quindi, in piena emancipazione, seguono direzioni differenti e il loro sviluppo cromatico subisce rinnovamenti costanti, mentre in altri casi rimane uniforme.
Successivamente, nelle Pagine di spazio, concepite nei primi Anni Novanta, lo spazio è dato da pigmenti di vari colori spruzzati con numerose stratificazioni sulla tela, conferendo all’opera una spazialità indefinita, anzi “infinita”, come suggerisce lo stesso artista. Le fasce nere, che nascono da rapporti matematici, in queste opere rappresentano lo spazio finito; mentre il resto dello spazio è da intendere come “spazio della coscienza, infinito del nostro essere”. Sono esperienze di pittura analitica, che egli elabora, ancora una volta, nella piena autonomia della sua operatività.
La ricerca di Tondo si compone anche di altri momenti, altrettanto significativi, riguardanti la spazialità della scultura e dell’installazione – anche negli Anni Sessanta, decennio in cui si è concentrato sul rapporto concreto e tangibile con lo spazio – e le ricerche sulle galassie negli Anni Ottanta (con Criptico), Novanta e parzialmente nei primi Anni Zero, sempre in linea con una primigenia analisi dello spazio, inteso in tutte le infinite declinazioni e che nelle sue ultime opere, datate 2015, rivelano una sintesi ancora una volta legata al segno e a un colore che però, irrimediabilmente, si dissolve, scompaginandosi sul supporto cartaceo.
Oggi c’è l’urgenza di una catalogazione delle sue opere, per consentire uno studio più approfondito sulla sua indagine densa di tangenze e sorprese, in vista – magari – di una prima mostra retrospettiva e di un catalogo monografico sistematico.

Lorenzo Madaro

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AutoreNatalino Tondo
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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 2010 è critico d’arte dell’edizione pugliese di Repubblica. Scrive anche per “La Repubblica”, “La Repubblica - Roma”, Alfabeta2 e altre riviste di settore. Tra le mostre recenti curate, Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (con A. Lacarpia, Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità. Per Artribune cura la rubrica Futuro remoto.