Il capoluogo siciliano celebra il linguaggio performativo messo in campo da Franko B. e Marcello Faletra offre qualche riflessione sul tema del corpo, del sangue e della componente tragica che definisce la pratica dell’artista milanese.

È in corso a Palermo – Palazzo Sant’Elia – una rassegna delle opere di Franko B. (Milano, 1960) curata da Paola Nicita e Antonio Leone. Grandi foto di performance si alternano a grandi monocromi neri, dove un leggero sbalzo lineare delinea profili di figure. Love Letters è il titolo della rassegna. Lettere d’amore, cioè? Chi scrive queste lettere?  E a chi sono rivolte? È evidente che qui Franko B. usa tutto il campo allusivo del corpo – l’allusione in questo caso consiste nel far vedere una cosa per dirne un’altra. Franko B. fa riferimento alle passioni d’amore, ma il destinatario è il Sileno che ciascuno si porta dietro o è inconsapevolmente nascosto da qualche parte della nostra esistenza. L’essenza di un’immagine – fotografia, installazione o pittura che sia – nel suo caso ha in qualche modo un rapporto col suo rifiuto: il sangue come medium. Il sangue di Franko B. è transitivo: prelevato dal suo corpo arriva all’immagine, e dunque allo sguardo degli altri. Che significa il sangue come medium? Che è semplicemente un segno. E un segno è ciò che si ripete. Ora, un corpo può dire tutto ma testualmente non può ripetersi, mentre la macchia di sangue che cola sul corpo – come mostrano le foto delle performance di Franko B. – può ripetersi.
Come non pensare subito alla nozione lacaniana di aggressività, secondo cui il potere fantasmatico delle immagini governa la nostra esistenza. E lo specchio, è noto, è stato il veicolo fantasmatico del nostro corpo, dove avvertiamo che la nostra esistenza è percepita in forma parziale, frantumata.
Lo specchio è stato il rivelatore sociale della nostra esperienza tragica della soggettività. E le sue anamorfosi, così in voga nell’età barocca, ne sono state il rivelatore fotografico ante litteram.

Franko B. Love letters. Photo Benito Frazzetta
Franko B. Love letters. Photo Benito Frazzetta

IL TRAGICO CONTEMPORANEO

Ma non è così ancora oggi, anche se in forme diverse? Il tragico contemporaneo potrebbe riassumersi nella funzione dello specchio e nelle sue distopie, body-artist compresi. Prendere il corpo “alla lettera” significa situarne i conflitti, cioè il suo desiderio, che oscilla sballottato nella realtà drammatica della sua migrazione: la richiesta di piacere è mortificata dalla negazione della differenza – sessuale, transessuale, ecc. D’altra parte il nostro corpo è un codice. Ma di cosa?  Non certo un codice delle passioni come tentò di conoscere Cartesio. Piuttosto un codice di norme. Il corpo è stato sempre un corpo “assoggettato” alle norme, dunque senza un soggetto vero.
Nel 1960 le antropometrie di Yves Klein trascrivevano l’impronta del corpo su di una superficie. Il corpo, in quanto tale, si faceva medium e messaggio allo stesso tempo.
Se un corpo si può solo trasfigurare diventando un sintomo, anche simbolico, il sangue impiegato nelle performance di Franko B. agisce come un inchiostro, è un corpo di lettere e di segni che, benché indecifrabili testualmente, tuttavia significano, e in modo violento. Come lo squartamento di Marsia dà a vedere il tragico che unisce i corpi. È la messa in comune di questo tragico quotidiano. Ora queste lettere d’amore si vogliono pubbliche. L’estasi agonica dell’opera di Franko B. pone in tal senso una domanda: perché mi strappi da me stesso?  Qui il contenuto delle sue immagini contraddice la forma: la violenza inscritta nel corpo è messa in bella mostra, è incorniciata, resa fruibile attraverso la distanza della cornice. Il disgusto per certe immagini, e soprattutto per quelle immagini che somigliano a lastre endoscopiche, è che immergono lo sguardo nelle zone più invisibili del senso: il corpo come reliquario, il corpo come un ventre aperto e mostrato in tutta la sua crudeltà. D’altra parte l’immagine stessa della pelle di Franko B. è la superficie d’iscrizione di una sequenza di tatuaggi che narrano eventi, appartenenze, amori, passioni, crudeltà. E come diceva Paul Valery la superficie della pelle è la cosa più profonda che abbiamo.

Franko B., blu cross and red cross, 2004. Courtesy Galleria Pack, Milano
Franko B., blu cross and red cross, 2004. Courtesy Galleria Pack, Milano

DA MARSIA A FRANKO B.

Un nuovo Marsia? Forse. Ma chi è Marsia? Nel Simposio Platone fa dire ad Alcibiade che Marsia è Socrate stesso, perché somigliava a un Sileno. E, come Sileno, Marsia era un seguace di Bacco. Il flauto era il suo strumento musicale. Per questi attributi era l’opposto complementare della purezza aerea di Apollo. Trasparenza celestiale e oscurità tellurica segnano le figure mitologiche di questi due archetipi del passato. Ma il ricorso di molti artisti contemporanei al corpo come confine estremo, come ultima prova d’esistenza e come condensazione dei conflitti sociali oggi, fa riemergere questa conflittualità: da un lato il corpo della società istituita, regolata, formattata su modelli di consumo, dall’altro il corpo come inabissamento dell’esperienza, come androginia primordiale, il corpo come dimensione tragica della vita, cioè,  con le parole di Maffesoli, del “societale”, vale a dire di ciò che, pur esistendo, non ha la legittimazione dell’ufficialità. Il corpo tragico è il corpo nascosto, segreto, a dispetto di tutta la trans-apparenza a cui esso è sottoposto nell’universo digitale. La chiarezza apollinea del corpo digitale è l’opposto dell’oscurità tragica dello scorticamento delle passioni che abitano il corpo di Franko B.
Edgar Wind, commentando lo scorticamento di Marsia di Raffaello sulla scia di Dante, scrive: “Per ottenere l’amato alloro di Apollo, il poeta deve passare attraverso l’agonia di Marsia”.
Questo è il senso del tragico di ieri e di oggi.

Marcello Faletra

Evento correlato
Nome eventoFranko B. - Love Letters
Vernissage26/05/2017 ore 17
Duratadal 26/05/2017 al 09/07/2017
Autore Franko B.
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoPALAZZO SANT'ELIA
IndirizzoVia Maqueda 81 - Palermo - Sicilia
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Marcello Faletra
Critico d'arte, artista, saggista. Fin dagli Anni Settanta è stato attivo con iniziative culturali e di controinformazione col collettivo Radio Aut, creata da Peppino Impastato e Salvo Vitale e con la Comune di Terrasini fondata da Carlo Silvestro. Nel 1977 si trasferisce a Roma, dove partecipa attivamente ai movimenti di protesta. Negli Anni Ottanta e Novanta vive tra Napoli, Roma e Milano, dove svolge un’intensa attività artistica, partecipando a numerose mostre di pittura e fotografia. In seguito abbandona la pittura per dedicarsi con continuità alla filosofia e alle teorie dell’arte contemporanea. Numerosi saggi e articoli sono apparsi in riviste specializzate e in cataloghi di mostre e pubblicazioni collettanee. È stato animatore e redattore di Cyberzone, rivista di arte, filosofia e nuove tecnologie. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell'arte contemporanea" (Solfanelli) e "Graffiti. Poetiche della rivolta" (Postmedia Books). Attualmente insegna Estetica dei New Media e Fenomenologia dell'Immagine all'Accademia di Belle Arti di Palermo.