I Premi della Biennale di Venezia. La Germania vince tutti i Leoni d’Oro

Assegnati i Leoni della a57. Biennale di Venezia. La Germania esce trionfante da questa edizione, mentre artisti del Kosovo, del Cairo e del Brasile portano a casa dei bei risultati. Niente per l’Italia, che pure si era distinta con un’ottima performance.

57. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia 2017, Padiglione Germania, Anne Imhof, Faust. Photo Irene Fanizza
57. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia 2017, Padiglione Germania, Anne Imhof, Faust. Photo Irene Fanizza

Si chiude col rituale dei Leoni, al termine dei quattro giorni convulsi di vernice, anche questa 57. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Annunciati, nella sede istituzionale della Sala delle Colonne di Cà Giustinian, a pochi passi da Piazza San Marco, i vincitori di questa edizione, curata dopo decenni da una personalità francese: Cristine Macel.
Dopo i saluti e i ringraziamenti di rito a Carolee Schneemann, insignita lo scorso aprile del Leone d’Oro alla Carriera, il Presidente Paolo Baratta, insieme ai giurati – Francesca Alfano Miglietti, Manuel J. Borja-Villel, Amy Cheng, Ntone Edjabe, Mark Godfrey – e ad alcuni rappresentanti del Governo e del Parlamento italiano, ha dato il via alla cerimonia delle assegnazioni.

Il Leone D'Oro Franz Erhard Walther
Il Leone D’Oro Franz Erhard Walther

TUTTI I PREMI

Menzione speciale agli artisti Charles Atlas (Saint Louis, USA, 1949) e Petrit Halilaj (Skenderaj, Kosovo, 1986);  menzione speciale per le partecipazioni nazionali al Brasile, rappresentato da Cinthia Marcelle (Belo Horizonte, 1974); Leone d’Argento miglior artista emergente ad Hassan Khan (Cairo, 1975), raffinato ricercatore nel campo della sound art, che con la sua Composition for a Public Park allestita nel Giardino delle Vergini, ha creato per la giuria “un’esperienza coinvolgente che intreccia in modo splendido politica e poetica“. Voce, suono e orizzonte, uniti in un dispositivo percettivo a cielo aperto.
E ancora, Leone d’Oro miglior artista a Franz Erhard Walther (Fulda, Germania, 1939); Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale alla Germania, rappresentata da Anne Imhof (Geissen, Germania, 1978).

IL COLPO GROSSO DELLA GERMANIA

Premiato dunque il progetto radicale della Imhof – come previsto anche da Artribune, nella sua top 5 dei padiglioni ai Giardini – che ha scommesso sulla relazione tra corpo e spazio, mediata da sentimenti d’inquietudine e alienazione, dando vita a “un’installazione potente e inquietante che pone domande urgenti sul nostro tempo”. Così la giuria ha motivato la sua preferenza, puntando l’attenzione sul valore di un “scelta rigorosa di oggetti, corpi, immagini e suoni”, capace di generare “uno stato di ansia consapevole”.
Premiati rigore e radicalità anche nel caso del veterano Erhard Walther, con le sue strutture cromatiche accese, pensate per ridefinire, scandire e articolare lo spazio, attivando relazioni dinamiche tra persone, ambienti e geometrie: un lavoro “che mette insieme forme, colore, tessuti, scultura, performance e che stimola e attiva lo spettatore in un modo coinvolgente”.

57. Esposizione Internazionale d'Arte, Venezia 2017, Padiglione Italia, Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), photo credit Andrea Ferro
57. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia 2017, Padiglione Italia, Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), photo credit Andrea Ferro

ITALIA A BOCCA ASCIUTTA

Una premiazione monocolore, dunque, quantomeno per i due titoli più ambiti, senza badare ad equilibri politici e geografici: trionfo pieno della Germania, per altro meritato. Resta un po’ il dispiacere per l’assenza dell’Italia. Anche solo una menzione al padiglione curato da Cecilia Alemani, che con le opere di Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husni-Bei ha regalato momenti di altissima qualità e di profonda emozione, poteva starci davvero. Il primo padiglione, in tanti anni, a emergere con forza tra le presenze nazionali. Per molti il vincitore morale, di cui resterà traccia nella memoria, dopo una lunga serie di prove mediocri, irrisolte, se non fallimentari.

– Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • alex gianotti

    Padiglione Italia:

    Andreotta Calò = David Copperfield
    Roberto Guoghi = Frankenstein
    Risultato: solo grandi effetti speciali

  • L’italia padiglione migliore degli ultimi 10 anni ma voto 5, andava invitato solo Cuoghi, non perché gli altri due lavori non fossero interessanti ma perché serviva al suo intervento massimo respiro.

    • La coerenza con il laboratorio stile Frankestein di Cuoghi voleva che si dedicasse a Cuoghi tutto il Padiglione. Il video di Adelita appare troppo accessorio, come anche il tema….a parte i tarocchi di magico ho visto poco dentro al padiglione Italia. Calò crea, da oscure fondamenta, una sorta di arca di Noè….astronave….la fine del mondo. Quasi uno slancio narrativo in un lavoro spesso chiuso su se stesso e cupo.

  • Alberto Fiz

    Italia miglior Padiglione. Ottimo Cuoghi ma il lavoro più forte è quello di Calò.

    • Massimiliano Tonelli

      Sinceramente parlando tutti gli appuntamenti della Biennale, rimangono sempre sulle stesse parole,sulle stesse riflessioni, sembra un “Tormentone tetrale” per utilizzare un’espressione di Gaber. Io credo che la Biennale debe essere d’avvero qualsosa di più il padiglione della Germania sinceramente mi sembra un lavoro di Accademia giobanile di studenti che ancora fanno riflessioni tra spazio e corpo. Bene. Benissimo. Ma che vinca un Leone d’Oro. Mi sembra troppo. Mancano le referenze dell’arte. Mancano i grandi personaggi che si fanno scuotere sul serio e anche ci
      fanno scappare la voglia di gridare ¿Quanto costa? ¡Lo compro!…È tanto bello. Perchè sinceramente il baldacchino della germania non è poi tanto originale. Sembra una fredda rappresentazione del teatro del (defunto) Müller degli anni 70; e il Teatro de Soleil della Mnouchkine, e un poco Laboratorio (quando era studente a MIlano del Piccolo Teatro). Insomma, possibile che non ci siano giurati meno politicizzati e più artisti. L’arte si sta separando dalla società e sempre più la Binnale è vuota come del resto i ricdttacoli d’arte dei Musei d’arte Contemporanea. Veri e propri maniconi dove sempre dobbiamo essere d’accordo. C’è sempre un’alito di ootimismo nell’arte d’oogi, però nessuno parla credo che Gaber è morto, ma è più vivo che mai. Le sue riflessioni sugli umani viventi di questo giovane senza memoria e senza storia secolo XXIº è veramente lamentabile. Io sono artista, non vado alla Biennale per vedere che bel Padiglione: hai visto Antonella, (facendosi aria con un completino Versace, e poi parlando come da rotocalco) o altri che la visitano di fretta, intento rubare, isnpirarmi, rimanere d’avvero sbalordito…Ma con il terzo Paradiso demenziale di un vecchio d’ottantanni che non va più in la dei suoi vecchi specchi, la sua venere degli stracci, be allora vuol dire che abbiamo toccato fondo. Irlanda mi fa vedere ció che nella Comune di Fo, nella Compagnia del Tatro dell’Elfo, o nel famos teatro di Grotoskty, e di Kantor già c’era. Poi il Gippone che ritorna ancora alle Istallazioni degli anni 80 quando ero al D.A.M.S di Bologna. Ma i Comissari d’arte mai vanno nelle aule dei Prosessori d’arte. E poi Quanti Leoni d’oro ha vinto L’Italia? Anche se sinceramente parlando, la mostra del Bosch nel Ducale prima della Biennale mi ha inspirato e goduto di più che con tutti gli artisti dei Giardini e dell’Arsenale, la mostra Collarterale della Neshat potente lì ho visto qualcosa da imparare….Solo è un opin ione da un umile professore d’arte, poeta, artista e critico d’Arte Massimiliano Tonelli (Bilbao, vivo da 32 anni in Spagna)…..

  • cristiano gabrielli

    Mediocre, scenografico, ipocrita, scisso dal Reale, melodrammatico ed effettistico. Gli sciamani promessi realizzano il (pre)visto…e quindi abbondano i tarocchi (con la minuscola). Ma serviva davvero allora invitare i “ggiovani” tramite la critica “ggiovane” (new york/based please) per avere questa ortodossia e questa retorica? E la sperimentazione dove sta?

  • Angelov

    Il premio del Leone d’oro della Biennale non è paragonabile all’Oscar hollywoodiano; mentre alla premiazione degli Oscar gli americani non fanno che premiare se stessi, relegando in una categoria a parte e marginale per “Miglior film straniero” il resto del mondo, alla Biennale, istituzione dedita più alla Cultura che alla Propaganda, il premiare se stessi apparirebbe come espressione di un conflitto di interessi; onde per cui i premi vanno agli ospiti, mentre agli artisti di casa l’onore di aver umilmente partecipato e, come in questo caso, moralmente vinto…
    La competizione e la concorrenza vanno bene negli contesti sportivi e commerciali non culturali.

    Purtroppo si è persa la consapevolezza che l’Italia è stata, e rimane, da un punto di vista culturale, una Superpotenza.

  • Lo sprofondo di Calò è notevole, anche se usa un effetto da fratelli Melies, Cuoghi, non è il mio genere, troppo “raccontato” per essere geniale, troppo vampiresco, colpisce sotto la cintura, non sopra, ma ad alcuni piace anche così.
    La Germania, mette in scena una performance notevole, anche se fa il paio con “bestie in scena” di emma dante in salsa teutonica, preferisco di gran lungo la dante, anche perchè è un inn alla vita il suo, la performance tedesca, in puro spirito romantico, ad un bel panorama, i tedeschi continuano a preferire l’obitorio.

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