Plagi alla Biennale di Venezia? Ecco le opere al centro delle polemiche

La Biennale di Venezia è appena iniziata, ma le polemiche già montano. Ci sono alcune opere, infatti, che sono state accusate di plagio. Altre, invece, hanno un’aria un po’ troppo “familiare”. E poi c’è Damien Hirst, che fa caso a sé…

Cody Choi
Cody Choi

In campo artistico, si sa, la linea di confine tra citazione, ispirazione e plagio è spesso sottile. La questione è particolarmente complessa in tempi come i nostri: il mondo dell’arte, superato lo tsunami del postmoderno, ha infatti dovuto fare i conti con un utilizzo sempre più intenso, e spesso selvaggio, di pratiche come il remix e il mashup. Senza considerare l’appropriazionismo vero e proprio, che mette il “furto” dell’opera altrui al centro della pratica artistica. In un mondo dove le immagini circolano in maniera frenetica sul web e sui social network, spesso senza didascalia, diventa inoltre sempre più difficile dimostrare la paternità di un’idea o di un’immagine, e in generale far valere i propri diritti d’autore.

PADIGLIONI DÉJÀ-VU

Alla Biennale Arte di Venezia, che ha aperto al pubblico nei giorni scorsi, più di un’opera è stata additata di plagio. A partire dal Padiglione Danimarca, dove il progetto di Kirstine Roepstorff, Influenza. Theatre of Glowing Darkness, ha ricordato a molti un altro padiglione nazionale: quello slovacco del 2009 realizzato da Roman Ondák. E se è vero che il lavoro danese si compone di più parti, non tutte somiglianti a quello di Ondák, è impossibile negare la sensazione di déjà-vu che si prova nell’attraversare la parte dell’installazione in cui la natura dei giardini si insinua nella struttura del Padiglione, rendendo fluido il passaggio tra interno ed esterno. Loop, l’installazione slovacca del 2009, faceva infatti proprio questo: confondeva lo spettatore facendogli dimenticare il confine tra arte e natura, spingendolo ad attraversare la mostra rischiando di non notarla affatto.
Un altro caso da segnalare è quello che riguarda l’installazione di Cody Choi all’esterno del Padiglione Corea. Venetian Rhapsody, la selva di insegne al neon che fa assomigliare l’edificio a un casinò di Las Vegas, contiene un elemento che sembra preso di peso dall’opera di un altro artista. Nella parte bassa del pavone che sovrasta l’entrata, le mani gialle che mimano la scritta “Welcome” somigliano in maniera impressionante a quelle piazzate dall’artista italiano Patrick Tuttofuoco all’ingresso dell’HangarBiccocca di Milano nel 2015. Guardare le foto per credere.
Ed è ancora un artista italiano il protagonista del terzo caso sospetto. L’installazione di Vajiko Chachkhiani al Padiglione Georgia, la ricostruzione di un piccolo ambiente domestico all’interno del quale l’artista fa scendere la pioggia, ricorda moltissimo un’opera di Manuel Felisi esposta a Milano nel 2010. Anche in questo caso, l’installazione era l’interno di una casa, lentamente eroso dall’acqua che scendeva incessante dal soffitto.

Damien Hirst
Damien Hirst

DAMIEN HIRST SOTTO ATTACCO

Qualche perplessità è stata sollevata anche sulle fotografie del belga Dirk Braeckman, esposte nel Padiglione Belgio: una suggestiva serie di scatti in bianco e nero in cui più di un osservatore ha ritrovato l’estetica e i soggetti del britannico Craigie Horsfield. Ma ovviamente chi ha raccolto più insinuazioni e accuse è sempre lui, Damien Hirst, che pur non essendo esposto in Biennale, ha calamitato l’attenzione del pubblico come nessun altro grazie alla monumentale Treasures from the Wreck of the Unbelievable, esposta a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana. L’artista inglese è stato infatti attaccato su ben due fronti: per la sua copia dorata di un famoso busto nigeriano (copia assolutamente dichiarata, ma in questo caso l’accusa riguarda lo sfruttamento, da parte di un bianco, di un’icona della cultura africana) e per la somiglianza di alcuni dei lavori in mostra con le opere di un decano della scultura subacquea come Jason Decaires Taylor, che espone al Grenada Pavilion, peraltro situato a pochi passi da Palazzo Grassi. Per non parlare dei “prestiti” tratti da una celebrità (almeno nel Regno Unito) nel campo degli effetti speciali dei B-movie; ma del rapporto fra Hirst e Ray Harryhausen ci parlerà più diffusamente Marco Giusti in un articolo che pubblicheremo domani.

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  • gianni vanni

    un articolo demenziale per completi idioti…