Continuiamo con le recensioni di questa Biennale di Venezia appena inaugurata. Dopo le riflessioni di Ludovico Pratesi e Renato Barilli, ora è il turno di Luca Beatrice. Che fa innanzitutto critica e autocritica sul Padiglione Italia.

Oh, ma da quando sei arrivato? Cosa hai visto? Ti è piaciuta la Biennale? E il Padiglione Italia?”. Tre giorni di domande martellanti, ossessive, sempre le stesse ogni anno. “Mi leggerai domani sul Giornale”. “No, io il Giornale non lo compro…”. “Infatti per quelli come te posto i miei pezzi su Facebook”.
E poi al quarto giorno, giovedì, via con il primo treno perché Venezia è pesante, cara, faticosa. Un parco a tema per Bloody Tourist, come cantavano i 10cc. Anche quelli dell’arte, uguali agli altri, mal vestiti. E invecchiati. Mi mettono l’ansia: sarò anch’io come loro… No, dai.

57. Esposizione Internazionale d'Arte, Venezia 2017, Padiglione Italia, Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), photo credit Andrea Ferro
57. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia 2017, Padiglione Italia, Giorgio Andreotta Calò, Senza titolo (La fine del mondo), photo credit Andrea Ferro

FINALMENTE UN PADIGLIONE ITALIA DECENTE

Eppure l’ho amata molto, Venezia, nel 2009, quando il ministro Bondi mi incaricò (Dio lo protegga) di curare, insieme alla mia omonima Buscaroli, il Padiglione Italia. L’ho amata perché se c’è una cosa figa è affacciarsi dal terrazzo di Ca’ Giustinian e godere per gli altri che si rodono di invidia. Mi sentii, allora, metà Marchese del Grillo metà José Mourinho.
Per anni mi hanno rotto le palle con sta storia del mio Pad. It. (e gli altri dopo di me ci sono cascati anche loro, Sgarbi non lo conto, ma il mite e noioso Pietromarchi, il vivace e furbissimo Trione sì) che proprio mi sono convinto: ho (abbiamo) fatto mostre di merda. E non lo dico per far contenta Alessandra Mammì, che dal 2009 non ha mai smesso di tormentarmi. No, lo dico perché Cecilia Alemani è stata più brava di noi. Ha avuto ragione, puntando non sulla collettiva a tema, ma scegliendo tre artisti tre (potevano essere due o quattro, cambiava poco), lavorando sul progetto, sostenendolo, entrandoci dentro e provando a misurarsi con i più forti competitor stranieri.
Se su Roberto Cuoghi siamo tutti d’accordo, un lavoro bellissimo seppur sepolcrale, se dei temi di Adelita Husni-Bey non me ne frega niente ma è di buon impatto, se Giorgio Andreotta Calò somiglia parecchio a tante altre installazioni (ad esempio Per Barclay) ma dal punto scenografico ti mette alle corde, l’idea di non perdere tempo dietro astrusi tentativi di insieme che tragicamente ricordano il centrocampo dell’Inter, l’idea di scegliere e prendersene la responsabilità è giusta. Corretta. Certo, la cazzata l’ha detta a suo tempo quando voleva spostare l’orologio al 2007, col Padiglione Giannelli mainstream e corretto: poi fortunatamente ha cambiato strada, ottenendo il plauso.
Merito suo tanto, demerito nostro anche, il Padiglione Italia poteva e doveva beccarsi un premio, ma ha trovato sulla strada una grande Germania che l’ha battuta come agli scorsi europei. Perché in Europa i crucchi contano tanto e l’arte la sanno fare. Mi piacciono sempre perché sono orgogliosamente continentali, se ne fottono del multiculturalismo e riflettono su se stessi, con coraggio e devastazione interiore.

Paolo Baratta. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia
Paolo Baratta. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia

L’ARTISTA AL CENTRO E PAOLO BARATTA

Poi c’è stata l’interessante coincidenza tra la vittoria di Macron e l’apertura della Biennale targata Macel. Una persona seria, che (ma l’ho già detto) ha rimesso al centro l’artista, prima ancora dell’opera, con un lavoro di assoluta onestà culturale. Dopo i pipponi di Enwezor, una mostra così (con belle e utili didascalie chiarificatrici) mi ha ridato il buon umore: ho scoperto diverse cose interessanti, artisti che conoscevo poco o affatto, ho incontrato Riccardo Guarneri che è un uomo simpatico e un ottimo pittore e lo andrò presto a trovare a Firenze. Sono così soddisfatto che non andrò a Kassel, perché di quel tipo di arte senza opera non mi frega più niente, anzi mi fa schifo. Così risparmio soldi e intossicazioni da Bratwurst.
Però credetemi: la Biennale di Venezia è Paolo Baratta. Il Doge, il maestro di cerimonia, lo stratega. È talmente forte Baratta che se la potrebbe persino fare da solo, la mostra. So che gli piacciono i miei articoli, e poi ci siamo simpatici fin da quell’inquietante 2009, che se avesse potuto Bondi lo avrebbe strozzato e invece mi ha accolto persino con affetto.
E ora basta, che ho la testa a Cardiff*, all’inseguimento della storia.

Luca Beatrice

*A Cardiff si svolgerà la finale di Champions League, con la Juventus – squadra del cuore di Beatrice – in campo.

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Luca Beatrice
Nato juventino a Torino nel 1961. Docente in Storia dell'arte all'Accademia Albertina di Torino. Presidente del Circolo dei lettori di Torino. Scrive orgogliosamente sulle pagine de Il Giornale. Critico d'arte, ha pubblicato diversi libri: tra i più recenti, "Nati sotto il Biscione" (Rizzoli 2015), "Robot" (24ore cultura, 2016), "Per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino. Vita e opere di Lucio Dalla" (Baldini Castoldi, 2017). Tra le ultime mostre di cui è curatore, "Andy Warhol" (Palazzo Ducale, Genova), "Edward Hopper" (Vittoriano, Roma), "Crossroads" (Mauto, Torino), "Dai '60 ai '60" (Museo del Risorgimento, Torino).