Sulla forma della scultura. Intervista a Luca Monterastelli

L’artista romagnolo ha debuttato oltreconfine, presentando in Belgio la sua scultura. Che affonda le radici in una materia dalla lunga storia. Ecco tutti i dettagli di una carriera in evoluzione.

Luca Monterastelli, Something About Love, 2017. Courtesy Lia Rumma Gallery, Milano-Napoli
Luca Monterastelli, Something About Love, 2017. Courtesy Lia Rumma Gallery, Milano-Napoli

In scena, fino al 12 marzo, alla Deweer Gallery di Otegem – ospite della sua prima mostra personale all’estero – Luca Monterastelli (Forlimpopoli, 1983) dispiega il suo immaginario legato alla “distruzione del mondo fine a se stessa”, attraverso la scultura in cemento. È l’occasione per un dialogo condiviso sulla sua ricerca.

How To Make a Hero è il titolo della tua personale. Com’è strutturata la mostra e com’è nata?
Il tutto nasce da un processo un po’ differente dal solito. Ho immaginato un gruppo sociale minimo, una comunità inscritta in una propria ideologia. E con questa i propri modi di celebrarla, i propri modi di creare una narrazione, una mitologia, da qui il titolo How To Make a Hero. Ho poi immaginato che qualcosa spezzi questa fede, ho cercato quella reazione rabbiosa che si prova di fronte a un inganno svelato. Ho immaginato il decadimento verso un punto freddo, la rabbia per quei monumenti che idolatravano, la distruzione di un mondo fine a se stessa. Le opere sono la conseguenza di questa proiezione.

Come ti sei rapportato con gli spazi della galleria?
Lo spazio mi ha subito suggerito qualcosa sul tipo di mostra che avrei fatto, questo è il vantaggio di una connotazione abbastanza presente. Come ti dicevo, la struttura espositiva nasce da questa sorta di impianto narrativo che mi ero prefigurato. È ovvio che quando parlo di narrazione non intendo un susseguirsi di eventi lineari, ma quanto la naturale predisposizione umana a trovare associazioni tra le cose. Per costruirci un mondo creiamo delle relazioni tra gli elementi che lo popolano; ho studiato questo automatismo per fare diventare lo spazio una dimensione parallela, altrove rispetto a noi, ma soggetta alle stesse leggi. Il meccanismo non è una novità, è piuttosto simile al realismo ottocentesco, ma credo che possa aprire dei buoni sviluppi dentro i quali far evolvere la mia ricerca.

Luca Monterastelli, Forging Fears. Fast Lines, Stripes Again and Whatever, 2017
Luca Monterastelli, Forging Fears. Fast Lines, Stripes Again and Whatever, 2017. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano-Napoli

Il cemento – il materiale con cui lavori più spesso – si presta a un discorso sulla forma della scultura, sulle sue radici statutarie e sul legame intrinseco con l’architettura.
Consideriamo tutta quella sovrastruttura che permette una vita sociale come un unico insieme: come dici tu, il cemento è la costante degli ultimi duecento anni. Ha inaugurato e accompagnato il modernismo fino al suo tracollo, sopravvivendogli e arrivando fino a noi. Ogni momento dell’uomo ha avuto il suo materiale, ma questo è quello che preferisco perché non ha nessuna nobiltà; è un materiale stupido, dozzinale. Per questo mi affascina. Ho sempre prediletto quei materiali in cui i connotati sono così immediati e scontati da non assumere una rilevanza percettibile nel lavoro finale, in modo che possa sempre spingere su quei particolari che una data sovrastruttura non potrebbe tollerare. È una gara al collasso.

Sei partito da lavori piccoli, gettate di cemento circoscritte, per poi riflettere sulla forma in maniera sempre più dialettica e complessa, perfezionando al contempo anche le tue capacità tecniche. Come nasce una tua scultura?
È un materiale semplice, ma bisogna saperlo trattare. Prima di ogni lavoro bisogna pensare a pesi, armature e casseri, e prevedere il modo in cui la malta andrà a comportarsi; comunque non è difficile, e il vantaggio è di mantenere sempre una certa immediatezza. Tuttavia i problemi aumentano con le dimensioni: integrare la parte strutturale a quella estetica è un punto fondamentale. Mi affido al puro calcolo mentale. Niente disegno. D’altronde, come diceva Moore, poche linee su un foglio non possono che identificare contorni poi impossibili da ritrovare una volta che si traducono nelle tre dimensioni. Comunque sia, la regola che mi do è quella di non affezionarmi mai troppo a un gesto, quella del perfezionarsi è una cosa che trovo lontana dalla mia ricerca.

Naturalmente la forma dipende dal materiale e in tal senso hai sperimentato anche la ceramica nel corso di un progetto al Museo Carlo Zauli di Faenza. Lì un altro scultore, Giacinto Cerone, ha portato alle estreme conseguenze la sua riflessione sulla scultura, mortificando la materia, sprigionando nuova energia sulla forma della scultura stessa.
Credo che quando si parla di scultura si dia un’eccessiva attenzione ai materiali, la materia è materia. Ed è inevitabile. Quindi preferisco partire da considerazioni in cui questi parametri sono già esauditi. Ceramica, cemento, gesso o legno, non ha mai fatto molta differenza nell’economia del mio lavoro. È per questo che riesco a essere piuttosto libero a ogni variazione: con la ceramica è valso lo stesso principio. Non attribuisco alcuna aurea sacrale all’oggetto finale: l’idea era di annegarlo nel gesso fin da subito, e così è stato.

I materiali però hanno una vita nella storia delle immagini. Per il cemento, guardando allo scenario storico italiano, viene in mente un riferimento primario, Giuseppe Uncini.
Sì, Uncini è stato una potenza, ma lo sento lontano. Forse perché l’ho sempre visto più come pittore; sembra che il cemento, all’interno della sua ricerca, subisca una graduale trasformazione dalla presenza materica Anni Cinquanta fino a diventare una velatura leggerissima.

Luca Monterastelli, How To Make a Hero. Exhibition view at Deweer Gallery, Otegem 2017. Courtesy Lia Rumma Gallery, Milano-Napoli
Luca Monterastelli, How To Make a Hero. Exhibition view at Deweer Gallery, Otegem 2017. Courtesy Lia Rumma Gallery, Milano-Napoli

Lo scorso anno, nella sezione THEN/ now a miart, ti sei confrontato con il lavoro di Pietro Consagra, un altro artista che ha contribuito molto a traghettare l’immaginario della scultura in Italia su un fronte aniconico legato alla struttura della forma.
Voglio essere onesto: quando mi hanno proposto questo dialogo, conoscevo Consagra da un punto di vista scolastico. Quando ho visitato l’archivio mi si è aperta una quantità incredibile di materiale e di lavori che ignoravo, questo tipo di esperienze sono sempre positive perché ti permettono di andare davvero a conoscere tutto il percorso di un artista. Poi il mio lavoro è proseguito autonomamente, ma la conoscenza è stata fondamentale per un’integrazione perfetta in fase di allestimento.

Quali sono i riferimenti della tua formazione nell’arte?
L’Arte Povera, certamente l’Arte Povera; non se ne può prescindere molto. Avvicinandosi negli anni mi sono nutrito della capacità di riscrivere l’universo simbolico contemporaneo di alcuni artisti, Koons per esempio, oppure della forza di altri di cambiare la visione, il display, e dunque la grammatica dello spazio espositivo, tra questi Haim Steinbach su tutti. Mi ha sempre colpito il metodo di concezione utilizzato da Mike Nelson, e sempre adoro la forza di Ruby. Poi mi dimentico sempre di troppe cose, sicuro che sto tralasciando momenti che sono stati fondamentali per la mia storia visiva.

Di recente mi hai detto che lavori molto in studio a Forlimpopoli, ti concentri per intere settimane in solitaria.
È più per comodità che altro, ho imparato a concentrarmi ovunque, indipendentemente dal luogo. Forse i tre anni successivi all’accademia, che sono stati un po’ nomadi, mi hanno insegnato questa attitudine. Comunque non subisco mai troppo il posto in cui mi trovo.

E la riflessione recente in cosa consiste?
Cerco di frenarmi, ho sempre la sensazione, ed è sempre una sensazione confermata poi, di mettere troppa carne al fuoco. Sono fatto così, non posso farne a meno. Passeggio in città e subisco il fascino di tutte quelle cose che gli umani fanno per influenzare il proprio comportamento. Sembra che non l’immediato, ma lo scorrere delle generazioni, riesca ad avere comunque un fine estetico che prevale su tutto; basta guardare a come gli abitanti hanno reso meno spietate le periferie più vecchie e a come quelle nuove ruggiscano ancora di orrore.

Il pensiero viene prima o dopo la forma?
Insieme? Mettiamola così: il pensiero razionalizza ciò che le mani fanno, ma le mani sono mosse dal cervello. Chi si occupa di connessioni nervose potrebbe dirci meglio.

Luca Monterastelli
Luca Monterastelli

Sei molto curioso, cosa leggi solitamente?
Poca saggistica. Se non sono obbligato dalla mia ricerca, evito qualsiasi testo critico legato all’arte. Mi piacciono le carte degli artisti, soprattutto quando si parla del lavoro prendendo ad esempio altro. Per il resto sono abbastanza scontato: quando ho tempo mi butto su un classico, niente sorprese.

Il rapporto tra lo spazio fisico e il pensiero è da tempo alla base del tuo lavoro. Quali saranno i prossimi progetti legati alla tua ricerca?
Sì, quel momento di trasformazione di un’idea in qualcosa di fisico mi ha sempre affascinato. Credo che ci sia una violenza incredibile nello strappare qualcosa dal mondo mentale e nel rinchiuderlo in una porzione di materia. Ora sono in una fase di preparazione delle prossime mostre, che saranno a dir poco impegnative, sia per dimensioni sia per aspettative. Ma ho già alcune idee che sto provando da tempo e su cui credo sia ora di cominciare a lavorare. In particolare sto individuando un rapporto erotico tra metallo e cemento che potrebbe creare una buona base grammaticale per degli sviluppi futuri.

Si discute spesso della tenuta dell’arte italiana contemporanea all’estero.
Non voglio ripetere i problemi che già sappiamo tutti. Gli artisti bravi, in Italia, ci sono. Così come abbiamo a disposizione un numero di attori capaci di coprire ogni ruolo del sistema in maniera adeguata. Quello che manca, ed è una lacuna che danneggia soprattutto gli artisti, è l’impegno istituzionale. È vero, dunque, che si fa più fatica, ma è anche vero che i luoghi che possiamo permetterci di invidiare sono davvero pochi. Forse dovremmo dedicarci meno al catastrofismo e più al rassodamento di quello che abbiamo, o forse dovremo smettere di preoccuparci dell’arte come una cosa che abbia a che fare con la nazionalità.

E un giovane artista come te come percepisce il rapporto con la figura del curatore?
Se il curatore è bravo, bene. Alla fine è una figura che aiuta l’artista a proteggere il lavoro, soprattutto ora, visto le dimensioni che il sistema sta assumendo. Poi è cruciale confrontarsi con qualcuno di esterno alla pratica artistica ma con un ruolo comunque tangente. Un bravo curatore deve essere un compagno di strada. Quando si crea questo scambio continuo che rafforza il rapporto personale, allora anche il lavoro ne guadagna.

Hai studiato a Brera. Cosa consiglieresti oggi a chi intende avviare un percorso formativo nell’arte?
Non ho mai avuto grosse pretese dalla scuola. L’accademia è solo una sfaccettatura della formazione artistica, ti può dare molto, ma non si può pretendere che ti prenda per mano e ti formi come se l’artista fosse un mestiere, perché non è un mestiere. Sarò banale ma, alla fine, la cosa più importante rimane girare, vedere le mostre, viverle. A qualcuno che sta uscendo ora dall’accademia, direi di cercare di entrare in quei programmi che sono stati vitali per la crescita del mio lavoro dopo l’accademia. Quindi residenze e borse di studio; per me la Francia è stata fondamentale in questo senso.
Questo direi se mai mi imbarcassi nell’avventura dell’insegnamento, ed è una cosa che mi piacerebbe fare prima o poi; penso che sia un dovere di chiunque abbia avuto un minimo di successo nel fare quello che voleva aiutare gli altri nella stessa impresa. Poi il fatto che il metodo di selezione dei professori di cattedra in accademia sia giunto all’idiozia più pura, è una di quelle cose che rovina un po’ i buoni propositi.

Un progetto in stand-by che vorresti realizzare nell’immediato futuro?
Ho questa idea fissa che mi stuzzica da un poco: le pietre italiane. Tutto è iniziato con questo blocco di pietra leccese, la pietra della tua terra, che ho iniziato a scolpire due o tre anni fa.
A un certo punto, nella storia dell’uomo, la pietra locale è diventata la base della costruzione delle città. Purtroppo sono oramai raramente incluse nell’architettura contemporanea e ciò ha portato alla chiusura di molte eccellenze locali. Comunque sto cominciando a comporre una mia materioteca per iniziare, l’estate scorsa ho visitato qualche cava di pietra della Maiella, in Abruzzo, e sono tornato con campioni incredibili. È un percorso lungo, ma che sento valga la pena fare.

Lorenzo Madaro

Otegem // fino al 12 marzo 2017
Luca Monterastelli, How To Make a Hero
DEWEER GALLERY
www.deweergallery.be

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AutoreLuca Monterastelli
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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 2010 è critico d’arte dell’edizione pugliese di Repubblica. Scrive anche per “La Repubblica”, “La Repubblica - Roma”, Alfabeta2 e altre riviste di settore. Tra le mostre recenti curate, Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (con A. Lacarpia, Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità. Per Artribune cura la rubrica Futuro remoto.