Ecco i tre artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia

È notizia di pochi minuti fa: Cecilia Alemani, curatrice del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2017, ha fatto la sua scelta. In Laguna vedremo tre artisti: Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey. Qui trovate qualche valutazione a caldo, e un piccolo promemoria.

Cecilia Alemani - photo Marco De Scalzi
Cecilia Alemani - photo Marco De Scalzi

GLI ARTISTI DEL PADIGLIONE ITALIA
Finalmente! Sarà semplicistico, ma è con questo avverbio va salutato l’annuncio dato dal MiBACT – il ministero della Cultura, per dirla alla socialista maniera – in merito agli artisti che rappresenteranno l’Italia ala Biennale di Venezia 2017. Finalmente, perché è stata fatta una scelta, quella che ogni due anni fanno tutti i Paesi del mondo, o quasi: scelgono un curatore che sceglie un artista. E invece noi siamo stati per anni impastoiati in collettive più o meno ragionate che, alla fine, nulla restituivano ai visitatori.
Ora invece gli artisti sono tre – e ci sta, considerato lo spazio enorme del nostro padiglione in Laguna: Cecilia Alemani, la curatrice incaricata dal ministero, ha scelto Giorgio Andreotta Calò (già ad aprile vi dicevamo che sarebbe stato invitato…, non è affatto una sorpresa)  Roberto Cuoghi (zero sorprese anche qui) e Adelita Husni-Bey (qui una scelta un po’ più inaspettata e anche per questo molto interessante, per un’artista che sta facendo un percorso peculiare, serio e rigoroso negli ultimi anni).
Ci va bene? Non ci va bene? Sì, no, perché… La discussione è giusto che inizi – d’altronde, siamo tutti allenatori di calcio, direttori di biennali, esperti di diritto costituzionale, di immunologia, di presidenziali americane e via dicendo – ma almeno abbiamo qualcosa su cui discutere. Una scelta chiara e definita, e tre “obiettivi” immediatamente riconoscibili e valutabili.

Cecilia Alemani - photo Marco De Scalzi
Cecilia Alemani – photo Marco De Scalzi

LE RAGIONI DELLA SCELTA
I dettagli, recita il comunicato stampa, saranno forniti nei prossimi mesi. Ma intanto possiamo evidenziare alcuni dati, che la stessa Alemani ha sottolineato nella dichiarazione che accompagna la pubblicizzazione degli artisti invitati. In primis la scelta – ancora: criticabile, va da sé, ma una scelta – di selezionare tre artisti nati tra la metà degli Anni Settanta e la metà del decennio successivo; tre artisti che “sono emersi sulla scena artistica nazionale e internazionale nello scorcio di questo nuovo secolo”. Poi il loro carattere che potremmo definire glocal, una parola stridente ma che ben sintetizza il pensiero sotteso alla scelta della curatrice, quando dichiara che “le loro opere e i loro linguaggi sono globali ma intimamente legati alla cultura del nostro Paese”. E non è un caso che due su tre risiedano all’estero.
E naturalmente c’è la questione del “numero ridotto di artisti rispetto al passato”, opzione adottata “per allineare il Padiglione Italia agli altri padiglioni nazionali presenti in Biennale” (già immaginiamo l’ermeneutica spicciola su quell’infelice “allineare”: “Ma come”, si dirà, “l’Italia a casa sua si deve uniformare a quello che fanno gli altri?!”. La risposta è semplice: “Sì, perché se quasi tutti fanno così, e da anni, un motivo ci sarà…”).
Un lapalissiano corollario alla tesi del numero ridotto di artisti invitati è che, ribadisce Alemani, “il mio progetto non cerca di rappresentare uno sguardo completo su tutta l’arte italiana: piuttosto vuole guardare in profondità al lavoro di tre artisti – voci originali che si sono distinte e imposte negli ultimi anni – dando loro spazio, tempo e risorse per presentare un grande progetto ambizioso che costituisca un’occasione imperdibile nella loro carriera e che possa presentare al pubblico un’opportunità di immergersi nella mente e nel mondo degli artisti”. Che poi, suvvia, anche le collettive sono frutto di una scelta, e non rappresentano l’arte italiana tutta. Sono semplicemente foglie di fico. O interi alberi, per restare in metafora e pensando al Padiglione che s’inventò Sgarbi: dove erano invitati tutti, quindi nessuno, nella fastosa celebrazione della morte della critica – che vuol dire scelta, e torniamo all’inizio.

Adelita Husni-Bey - photo Andrea Artemisio
Adelita Husni-Bey – photo Andrea Artemisio

CHI SONO GLI ARTISTI SELEZIONATI
Una solida formazione nel campo della sociologia ha consentito ad Adelita Husni-Bey – italo-libica classe 1985 e residente a New York – di affrontare senza remore alcuni capitoli della storia recente, traslitterandoli in interventi artistici che richiedono un buon coinvolgimento intellettivo e percettivo da parte del pubblico. “Da sempre interessata a tematiche quali l’utopia e l’educazione, gli esperimenti sociali e la pedagogia anarchica, Adelita Husni-Bey ha spesso coinvolto nella propria pratica artistica realtà impegnate nel sociale, avviando con loro progetti di collaborazione declinati in diversi media (seppur con una predilezione per il linguaggio del video”, ha scritto di lei Vincenzo de Bellis sul catalogo della mostra Ennesima, tenutasi lo scorso anno alla Triennale di Milano (tutti e tre gli artisti invitati da Alemani erano presenti alla mostra meneghina e lo stesso de Bellis era nella shortlist per curare il Padiglione). Ne è un esempio il progetto A Holiday from Rules – Postcards from the Desert Island (2010-11), in collaborazione con l’École Vitruve di Parigi, un workshop di tre settimane in cui un gruppo di bambini dai 7 ai 10 anni, iscritti alla scuola parigina, invitati a costruire un mondo possibile, hanno innescato una serie di domande capaci di destabilizzare gli adulti. “Che siano la storia del nostro più recente passato, o i meccanismi operanti nelle società capitaliste, o i tentativi dell’umanità, delle persone, di creare modelli alternativi, l’artista rivendica la possibilità di essere parte attiva di questi processi, mettendoli scandalosamente in discussione o contribuendo a generarli, istigando immaginari sociali nuovi, micro-utopie”, chiosano gli autori di Terrazza, ovvero Laura Barreca, Luca Lo Pinto, Andrea Lissoni e Costanza Paissan.

Giorgio Andreotta Calò - photo Nuvola Ravera
Giorgio Andreotta Calò – photo Nuvola Ravera

La dialettica innescata fra spazio e gesto artistico è invece la componente essenziale della pratica di Giorgio Andreotta Calò, veneziano nato nel 1979 e residente ad Amsterdam. A partire dalla scultura – strumento cardine su cui si innesta il suo fare creativo – le tracce lasciate dai suoi interventi modificano lo spazio che li ospita e, al tempo stesso, traggono da esso l’energia necessaria per alludere ad altro, a una dimensione interiore e spesso melanconica: “Il suo è un agire in solitaria che, dilatato nel tempo e nello spazio di luoghi sempre diversi, gli consente di toccare in profondità la dimensione introspettiva, in special modo melanconia e solitudine”, ha scritto di lui Marinella Paderni. Senza dimenticare gli esiti performativi e fotografici della sua opera, la scultura resta alla base del dialogo messo in atto con il contesto fisico e il tempo: “Il gesto scultoreo, per Andreotta Calò, è la conclusione di un processo di trasformazione che ha origine dall’azione della natura: la cristallizzazione dello scorrere del tempo e dell’evoluzione dello spazio”, scrive dunque Vincenzo de Bellis.
È una poetica metamorfica per antonomasia quella messa in campo da Roberto Cuoghi, modenese classe 1973 (il più “vecchio” del trio che vedremo in Laguna). Fin dalla scelta, agli esordi della sua carriera, di far assumere al proprio corpo le sembianze del padre, in una dialettica sottile tra identità ed estetica, l’artista ha dato forma a una ricerca che rintraccia nei nodi tematici della memoria e del tempo il suo leitmotiv. Il medesimo approccio liquido e sperimentale si riflette anche nella scelta delle tecniche e dei linguaggi usati: scultura, installazione, suono, disegno e fotografia assumono contorni sempre nuovi, capaci di dare sostanza a universi in cui ciò che è reale sfuma senza sosta nel regno dell’immaginazione, e viceversa. Il sé diventa altro-da-sé in un andirivieni visivo e concettuale, dove il qui e ora dei materiali selezionati da Cuoghi cede il passo all’evocazione di mondi fisicamente e temporalmente distanti. Šuillakku, la personale allestita nel 2008 al Castello di Rivoli, con la curatela di Marcella Beccaria, rappresenta una summa del mutevole approccio di Cuoghi al momento creativo. Costruita attorno al tramonto della civiltà assira, la mostra esplicita lo sforzo di identificazione compiuto ancora una volta dall’artista nei confronti del suo soggetto. Il risultato è un’immersione sonora e sensoriale in un mondo passato che trova, nell’immaginario di Cuoghi, una legittimità inedita, fatta di superstizioni, demoni e vita vissuta.

Roberto Cuoghi
Roberto Cuoghi

POST SCRIPTUM
Il breve comunicato prevede anche un’entusiastica dichiarazione di Federica Galloni, Direttore Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del MiBACT e Commissario del Padiglione Italia. Dove si dice, in buona sostanza, che questa volta s’è fatto prima del solito, “oltre un anno prima rispetto all’inaugurazione della Biennale, al fine di consentire a curatore e artisti di lavorare con tempi non serrati”. Bene, anzi: finalmente!
Ma si può fare meglio, molto meglio: rendendo ancora più trasparente la procedura di selezione del curatore, ancora più spediti i tempi, ancora più consistente l’apporto del ministero. Aspettiamo fiduciosi, e lo diciamo senza ironia.

Marco Enrico Giacomelli e Arianna Testino

http://www.labiennale.org/it/arte/index.html

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Possono piacere o non piacere, ma sono artisti molto dotati. Buon lavoro ed inboccallupo!
    PS: e adesso vediamo le chiacchiere di rancorosi e dietrologi…

    • Th Ado

      A me non piacciono i critici che pretendono di avere un’opinione ma poi firmano qualsiasi mostra che alla quale gli capiti di partecipare. Niente di illegale na credibilitá zero

      • E cioé?

        • Th Ado

          Beh è come dire che va tutto bene purchè si possa lavorare. Mi sembra abbastanza chiaro.
          Ma poi zitto per favore oppure niente midtravce con chi ti capita e mettiti a scrivere un libro serio se sei capace.

          • Th Ado

            Mostracce non midtravce

          • Ah ah ah! Non solo hai visto tutte le mie mostre, ma sei pure simpatico! Grande Th Ado. Ti terrò presente nel caso avessi bisogno di un pagliaccio!

          • Th Ado

            Non ti serve il pagliaccio, fai gia bene da solo :)
            Si non le ho viste tutte ma bastano poche per rimanere inchiodati agli occhi di chi ti guarda :)

          • Pure battutaro! Bravo, hai talento!

          • Th Ado

            Nessun talento. Tu si , usalo bene :)

    • Angelo Riviello

      Hai la coda di paglia? Bravo!

  • Luca

    Belli e piemontesi-lombardo-veneti finalmente un padiglione senza terroni. Forza ragazzi !!!

    • Angelo Riviello

      Fan di Cesare Lombroso? Complimenti!

  • Rasoio

    Immancabile scuderia De Carlo più due nullitá occasionali.

    • Rasoio

      Cuoghi continuerá a buoni livelli ma senza picchi e gli altri due spariranno

  • giakobino

    Nel mio quartiere non c’è nessuno che abbia due cognomi: ma questi da dove vengono?

  • Che tristezza, va beh ma un minimo di novità, cose non ritrite proprio non si riesci.

    Alla fine è stato più coraggioso Trione con un allestimento pessimo ma con uno sguardo più fresco,

    Ovviamente non sappiamo le opere, proviamo ad essere ottimisti e speriamo che almeno questi vecchi artisti giovani siano coraggiosi…

    https://uploads.disquscdn.com/images/e01c04212345de8c82a7d7bc4ab31363f01c1b5e1d521011ecc90782082591b6.jpg

    • paolocarniti

      Qualcosa di fresco c’è Adelita Husni-Bey, gli altri due sono un ripescaggio, avevano iniziato bene ma poi son collassati su se stessi, via tentano un rilancio, incrociamo le dita

      • Stefano

        Questa A-H-Bey sarà giovane ma mi pare molto “pompata” considerando i lavoretti scolastici che fa, come sempre resta il mistero su quali parametri hanno motivato questa selezione, trasparenza 0

  • Chebae

    Prendiamo atto che Cecilia Alemani di è accontentata delle solite sorgenti di informazione e non ha avuto il coraggio di cercare fuori dalle luci di scena. Per una che dice di essersi interessata a Bataille scelte banali da burocrate.

  • Bene. Anche questa volta non siamo riusciti a esprimere un solo nome come fanno la maggior parte dei padiglioni nazionali. Paura? Mediocrità? Ma se c’è mediocrità c’è un problema. Bene. La curatrice ha scelto tre generazioni, vicine anche alla Galleria Zero e alla Dakis collection (fil rouge con Gioni e Cattelan). Niente di male. Bisogna capire se il Padiglione Italia alla Biennale deve fotografare gli ultimi due anni della scena italiana o se deve essere il “The Best of” del curatore di turno (il the best of del SUO armadio). Io credo la prima. Ma ammettiamo che non sia così o che possa essere una via di mezzo. Giorgio Andreottà Calò vanta già una partecipazione alla Biennale con un lavoro che rendeva fastidiosamente didascaliche pratiche anni 60 alla Richard Long (giorgio che racconta in filo diffusione il suo viaggio tra amsterdam e venezia a piedi….). Poi da almeno 5-6 anni propone la stessa opere, quasi sempre opere materiche, corrose. Quasi reperti archeologici, anche lui “Giovane Indiana Jones” costretto ad una retorica passatista per essere accettato da un mondo/collezionismo per vecchi. Sindrome pericolosissima che rende lui e tanti epigoni dei “giovani vecchi”. Roberto Cuoghi resiste dagli anni 90 per via delle pubbliche relazione di Dakis/Gioni/Cattelan…e ha proposto alla biennale del 2013, curata da Gioni marito della Cecilia Alemani, un lavoro che potrebbe essere di Giorgio Andreottà Calò (un catafalco materico sullo stratificare del tempo….come le clessidre corrose di Calò….). Ma dopo il 2013 francamente il lavoro di Cuoghi sembra inabissato…Arriviamo alla giovane ragazza che è cresciuta tra UK, Italia e Libano….già solo per questo potrebbe mettere nel padiglione qualsiasi cosa e andrebbe benissimo. Ma lei invece lavora sulle etichette sociali. Sui comportamenti televisivi , su i comportamenti dei politici e di altre categorie…e su quanto questo sia importante e influenzi il mondo (concetti che ho letto in libri degli anni 50 post liberazione da parte degli angloamericani). Ma li rappresenta, ossia rappresenta come le rappresentazioni siano incidenti….anche all’ultimo premio maxxi ha creato un teatrino dove inscenare il tipico talk show, il tipico X, il tipico Y. Non so. Due artisti più maturi, in ombra e similari e una giovane che non convince. Per la vittoria del premio quadriennale under 35 è apparsa estremamente ingessata, quasi didattica e didascalica nella sua collaborazione con un liceo della capitale. Insomma non si capisce, forse l’unica strada con questa short list sarebbe stata scegliere un solo artista. Almeno si poteva tentare qualcosa di immersivo

    • Ormai da una decina di anni, ma già dopo il 2001, esiste una crisi della rappresentazione e di linguaggio. Ossia le pratiche pop, global e relazionali dei nipotini di andy warhol negli anni 90, oggi sono diventate Facebook, google, tesla, apple ecc ecc. Gli artisti “selezionati” per il padiglione della biennale di venezia, sono oggi sostanzialmente arredatori di lusso. Ikea evoluta. Raramente un oggetto precipita e discende da modi e atteggiamenti forti. Quindi Cecilia Alemani avrebbe dovuto lasciare il padiglione vuoto. Non so come dire. In alternativa si poteva pensare di ripartire da zero (vedi petizione) o perseguire strade più complesse dove l’idea di museo, artista e opera vengono messe pericolosamente in discussione. Michele Mariano parla di alter-punk. Ma cosa c’è di più punk di andare in giro con un cellulare a fare foto video, che poi condividiamo? Provate a pensare se negli anni 60 le persone fossero andate in giro a fare foto, che poi stampavano e portavano di casa in casa a tutti….cosa c’è di più punk??? La realtà ha già assimilato, e sta processando, queste riflessioni. L’arte invece appare una riserva indiana, un fortino, che difende opere deboli, mosce e indifendibili. Sembra paradossale. In questa fase storica il mondo dell’arte vive di speculazione economica e sovvenzioni pubbliche e private. Gli artisti sono i più deboli, come operai unskilled, non specializzati pronti per essere sostituiti. Per capire meglio quello che sto dicendo invito a “Oltre il giardino”: http://lucarossilab.it/oltre-il-giardino/

  • Voci originali?????????????????? Questa bassa qualità è quasi positiva, ossia spinge le persone più brillanti ad occuparsi di altro nella vita. Cuoghi inabissato negli ultimi anni, Caló propone la clessidra da 6 anni, un lavoro che poteva fare suo nonno; Adelita scopiazza pratiche viste e riviste……..ma meglio loro del Padiglione Artribune: Tosatti, Stampone e Bulgini :) vi voglio bene

  • Pingback: Andreotta Calò, Cuoghi, Husni-Bey, ecco di opere | Artribune()

  • Alberto Esse

    Con le scelte per il padiglione Italia la Biennale conferma la sua maturata inutilità. I nomi scelti non sono rappresentativi/significativi (se non in negativo) né della storia del contemporaneo né della situazione attuale, o degli ultimi due anni dell’arte visiva italiana né sono espressione di individualità così innovative e geniali da costituire motivo di interesse e di documentazione.
    In questo senso la Biennale si pone come l’ennesima mostra dell’ennesima galleria o istituzione museale non guidata da un carattere documentario o valoriale ma solo da scelte autoreferenziali, quando non familistico, tutte interne al panorama informe dell’attuale sistema dell’arte di mercato a base finanziaria e governativa (la ciliegina dei complimenti di Franceschini). Inutile,ma è ovvio da anni, la Biennale. Non sbagliata o criticabile che già sarebbe qualcosa ma inutile come inutili sono la curatrice e gli artisti Giorgio Andreotta Calò e Roberto Cuoghi. Più complesso è il discorso che riguarda Adelita Husni-bey. Riguardo al metodo curatoriale si tratta della solita furbata di inserire anche qualcosa di politically correct come una esponente dell’arte di relazione e di impegno (difinizioni limitative ma che servono a delineare almeno approssimativamente un area di azione dell’arte contemporanea) per potere dire “vedete come siamo democratici ed aperti, non rifiutiamo nessuno”. Penoso. Venendo al merito, non mi sento di esprimere un giudizio di valore su Adelita , con conoscendo sufficientemente il suo lavoro, ma il tipo di arte, oggi abbastanza in voga, praticata da Adelita, può essere di interesse e di valore SOLO se applicata ai processi di sviluppo sociale in att. Solo se praticata in stretto contatto con questi in ambiti sociali e espositivi FUORI , sia concettualmente che fisicamente DAGLI GLI SPAZI TRADIZIONALI DELL’ARTE DI SISTEMA ATTUALE, come espressione di un arte altra e che definisco di RESISTENZA. Troppo spesso accade invece che gli esponenti di questo “genere” del contemporaneo abbiano come obbiettivo, non di inserire l’arte nei processi sociali di lotta in essere ma di utilizzare queste modalità per arrivare al sistema dell’arte finanziario attuale che al di là dei contenuti apparentemente avanzati del loro lavoro rimane l’obbiettivo reale del loro operare. All’interno di biennali come le attuali, o di sedi espositive “di prestigio” dal Maxxi alla Tate Modern Gallery o altre più modeste queste manifestazioni artistiche perdono completamente di valore e di senso diventando spesso come in questo caso una copertura per operazioni curatoriali deteriori. Si dirà: ma questa è la realtà della dell’arte contemporanea “postmoderna” una palude in cui sguazzano centinaia di migliaia di artisti, quasi sempre provenienti da scuole d’arte, un guazzabuglio globalizzato ed informe in cui è impossibile individuare un filo rosso di sviluppo e fare scelte valoriali. Non è così, esiste un'”arte fuori dall’arte” e una arte di resistenza non di sistema che non si adagia in questa palude, ma soprattutto, come ha detto qualcuno compito della filosofia (e dell’arte, aggiungo io) non è solo quello di registrare la realtà ma di cambiarla.

    • giorgio

      condivido in pieno le tue riflessioni, anche artisti inizialmente motivati si perdono in questa palude e alla fine arrivano solo come decorazioni politically correct alla tappezzeria dei grandi musei. una pena, specie se come nel caso di Adelita Husny-Bei, ci sarebbe anche uno spirito non approfittatorio. Per Cuoghi e A. Calò, sono d’accordo che esprimono l’arte italiana come la si vorrebbe, quindi vanno benissimo per la biennale delle gallerie…

  • Marco Enrico Giacomelli

    È la legge dei grandi numeri: qualcuno sarà sempre scontento, per i motivi più vari, e giustificherà il proprio scontento con le argomentazioni più varie. Poi ci sono i professionisti dello scontento, ma si chiamano rosiconi, ed è un altro paio di maniche. Se posso esprimere un pensiero, più che un consiglio: aspettiamo 6 mesi, andiamo a vedere, e poi ne parliamo con cognizione di causa. (PS: la questione “non è rappresentativo/a degli ultimi due anni” è fuori luogo: questo criterio non lo adotta più nessuno, né nella mostra internazionale né nei padiglioni. Nel 2015 gli USA hanno portato Joan Jonas e UK Sarah Lucas. Forse eravate distratti.)

    • Sì, ok. Ma in Italia abbiamo artisti “mosci” per usare le parole di Luca Beatrice. Insomma non c’è ciccia, non c’è qualità, come devo dire? Rosiconi per cosa? Per fare clessidre di piombo sapendo di vivere su strategie di speculazione? Mi sembra solo deprimente. Sono artisti che conosciamo, proposti e riproposti, “raccomandati”, cosa potranno fare fra sei mesi?

      • Gino

        Beh citando Beatrice rendi più evidente quali siano i tuoi riferimenti culturali, mi complimento.

        • In questo caso aveva e ha ragione…hai capito benissimo Gino

    • Aggiungo anche che dovremo evitare di guardare sempre quello che fanno USA e UK. Sarebbe bello che il Padiglione esprimesse quello che di meglio è successo negli ultimi due anni. Questo anche in termini di riscoperte. Ma in Italia non vedo soluzioni. L’unica cosa che mi viene da dire è questa: https://www.change.org/p/cecilia-alemani-padiglione-italia-2017-presso-la-biennale-di-venezia-2017?recruiter=477519206&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_for_starters_page&utm_term=des-lg-no_src-no_msg

    • Maskt

      Giacomelli mi sembrano due esempi sbagliati. Il padiglione di Sara Lucas era pessimo con opere stupide . Piú di qualcuno disse che gli YBA venuti fuori negli anni 90 fossero ormai roba vecchia e Joan Jonas presentava una cosa stucchevole con bambine con la parrucca e gli gnomi in una Biennale orientata verso tematiche sociali e politiche. Questo per dire che quando giudichiamo un padiglione della Biennale utilizziamo comunque criteri di rapppresentativitá : è questa l’arte che meglio ci racconta il clima culturale di un paese? È questa l’arte che serve a questo paese? Perchè , a parte la presenza in mostre cosidette importanti, questi artisti piuttosto che altri, meno conosciuti? Davvero premi e protezioni di gallerie o critici influenti devono essere considerati come argomenti a favore piuttosto che a sfavore ? E se gli artisti migliori fossero inevitabilmente estromessi da premi e gallerie? Insomma la questione della rappresentativitá si pone invece SEMPRE. Che mi importa di uno che copis De Dominicis e mette nel
      Museo un dio assiro? Qual’è l’attualitá della mitologia assira in italia oggi? Perché atteggiamenti di regressione
      Narcisista sono spacciati prr invenzione , per immaginazione? Chi se ne frega di uno che non ha superato il proprio stadio edipico e che si traveste come il proprio padre? Chi se ne frega di un disadattato che visita le cittá chiuso al buio del cofano di una macchina guardando la luce che entra da una fessura? Che mi frega di uno che è incapace di fare anche una semplice scultura e da solo un banale calco di un palo consunto
      Strologandi del tempo e del vuoto? Non mi pare che questi siano artisti unteressanti e rappresentativi di alcunchè . Certo, vediamo che faranno ma dai presupposti possiamo ben dire che in italia chi ha cervello ga altre cose per la testa ma chi ha scelto questi tre vive a New York in una bolla di lusso, impegnata a fare per gli adobbi per la High Lane , una strada per turisti, lontana dai priblemi reali, lontana dalle questioni essenziali, lontana dalla crisi, lontana dai rischi del pensiero.

      • Ursula

        Mi vien da ridere… Roberto Cuoghi è il migliore artista che abbiamo in Italia, fattene una ragione. Saluti

        • Maskt

          Mi spiace , sono convinto che faccia delle scemenze. Ricambio i saluti

          • Gino

            Perlomeno alle “scemenze” di Roberto Cuoghi possiamo associare una faccia e un nome e cognome invece alle tue scemenze e volgarità non possiamo associare un volto e un nome, probabilmente il tuo è un nome da imbecille e il tuo un volto da accanito onanista convinto che il mondo cattivo e corrotto non riconosca il suo valore di artista.

          • Maskt

            Si hai letto bene : ho scritto” scemenze” e “disadattati” , ma ho motivato miei interventi e le mie opinioni, dopo aver visto i lavori di questi artisti. Mentre tu mi dai dell’onanista e dell’artista frustrato non conoscendomi. Tra l’altro neanche io conosco te dato che anche tu sei anonimo! E infatti non parlo di te e delle tue abitudini delle quali non so nulla. Ma si vede che come altri qui, alla critica non rispondi con argomenti ad essa collegati ma ripeti la solita litania sull’artista frustrato sull’invidioso eccetera , il che sinceramente fa ormai ridere: guarda che è una scena ormai tante volte ripetuta. Se infatti ti leggi gli interventi precedenti oltre al mio , oltre a quello di whitehouse, ci sono almeno altri due interventi critici e non campati in aria.Indubbiamente uso le maniere pesanti ma le mie non sono offese gratuite ma diagnosi , descrizioni di una tipologia para artistica occupata nel proprio narcisismo, innoqua e ininfluente , lontana dal mondo reale. Sono seriamente convinto che questi artisti siano interessanti più da un punto di vista psicanalitico piuttosto che artistico e lo dico senza intenzione di offendere.

          • Gino

            Ma neanche io intendo offenderti dandoti del volgare onanistia seriale, se vuoi posso anche argomentare la mia “critica” nei tuoi confronti.
            Ti do del volgare perché le tue non sono critiche ma solo illazioni e dell’onanista perché evidentemente provi piacere a cantartela e suonartela da solo inventando paradigmi critici inesistenti in quanto solo illazioni come sopra da cui il tuo essere volgare, come vedi il tuo è un tipico caso di cane che si mangia la coda o se preferisci di onanista che si nutre del proprio seme. Penso che dovresti essere felice perché ho speso del tempo per scrivere queste cose, del tempo che dedico a te, è un atto di affetto importante, dedicare del tempo a qualcuno che non si conosce. Lo faccio perché avverto nelle tue parole scritte una grande rabbia e mi spiace che tu sia così arrabbiato.

          • Maskt

            Sono contento che mi stai dimostrando affetto ma non ho capito bene che c’entra il seme :)
            Comunque la tua argomentazione non regge e manca di seme. Dov’é che rispondi sul dettaglio di quanto ho detto? Continui a dire che sino volgare onanista e che me la canto da solo ma non entri in merito a quanto io e altri hanno scritto. Mi verrebbe da dire che hai dei problemi seri ma non ti conosco ma mi sembri un tipo volgare :)))

          • Gino

            Direi che sei ossessionato dagli eventuali seri problemi psichici degli altri, gli vedi ovunque o meglio credi di vederli perché in questo modo giustifichi la tua visione distorta delle cose. Purtroppo ora il tempo che potevo dedicarti è terminato anche perché è chiaro che continueresti a ripetere le medesime cose e io anche.

          • maskt

            Prima ero onanista e ora anche distorto, ma continui a non motivare quanto dici.
            Se non terminavi probabilmente avresti continuato a dirmi che sono questo e quest’altro e così via. Sarebbe stato più semplice se tu avessi controbattuto nel dettaglio a quello che ho detto riguardo agli artisti :)
            Perchè non lo fai?Sì forse hai davvero qualche problema. O forse sei coinvolto direttamente, non so in che modo.
            Per quanto riguarda gli artisti citati, Cuoghi e Andreotta Calò, non ho scritto da nessuna parte che avrebbero “seri problemi psichici”, ho semplicemente detto che secondo me rientrano in una tipologia caratteriale che la psicanalisi può spiegare bene , ma con questo non intendo dire che sono minati da qualche patologia :) dato che rientrano in una casistica diffusa , molto presente in ambiente artistico ma anche in altri.

          • Maskt

            Sono contento che mi stai dimostrando affetto ma non ho capito bene che c’entra il seme :)
            Comunque la tua argomentazione non regge e manca di seme. Dov’é che rispondi sul dettaglio di quanto ho detto? Continui a dire che sino volgare onanista e che me la canto da solo ma non entri in merito a quanto io e altri hanno scritto. Mi verrebbe da dire che hai dei problemi seri ma non ti conosco ma mi sembri un tipo volgare :)))

          • gessi

            Maskt, sono abbastanza d’accordo con la tua disamina. Ma sia chiaro, QUAL è si scrive senza apostrofo; INNOCUO si scrive così. D’altro canto si parte già male con il Giacomelli che usa termini inglesi a cazzo. Buona giornata.

          • ruot/azione

            hairagionemascrivodifrettaalcellularee sonounpo’presbite :)
            Buona giornata,

      • Marco Enrico Giacomelli

        Gli esempi non sono sbagliati: si diceva che gli artisti scelti per il padiglione italiano non erano rappresentativi degli ultimi due anni della “nostra” arte e ho dimostrato che, ad esempio, USA e UK non adottano questo criterio, invitando artisti che sono attivi da ben più tempo. Punto. Su tutto il resto vi lascio amabilmente discutere, questo spazio è fatto apposto. Buona serata

        • Maskt

          Caro Giacomelli , in nessuna parte del mio intervento ho scritto le parole “due anni”, ma ho parlato di “rappresentativitá” in un senso che non fosse legato ad un arco temporale troppo determinato. Ponevo quindi una questione legata alla qualità delle opere e delle scelte : che ci sia una logica dei grandi numeri e che inevitabilmente ci siano degli scontenti non significa nulla , perché mai dovrei accontentarmi di ció che comunque tanto casuale non é? Quindi obbietto.

          • Marco Enrico Giacomelli

            Ci sono almeno due commenti che citano la questione dei “due anni”. Non rispondevo a lei, essendo un nuovo thread. Buona domenica

      • Gino

        Che ci frega a noi altri del tuo volgare sproloquio?

        • Maskt

          Beh non sei obbligato a leggere. E poi volgare perché? Ho detto che questi artisti sono due disadattati , due casi da psicanalisi . Certe volte è stato un pregio . Per questi due non mi pare dato che sono semplicemente scollegati dalla realtá e dalle questioni essenziali, mi sembrano imprigionati in un mondo infantile e narcisistico. Non intendevo offenderli o essere volgare .

        • Olga

          Ma quale volgare sproloquio? Ma si rende conto che significato e significante nel panorama contemporaneo stanno scomparendo? Mah. Per non parlare della tecnica.

      • Olga

        Lei è un grande. Almeno per me.

  • Bravi sforza Italia che goal

  • Alberto Esse

    Non so se Giacomelli si riferisse al mio intervento ma io ho posto la rappresentatività degli ultimi duee anni solo come terzo criterio di quattro di scelta. Giacomelli ha smontato solo uno dei quattro criteri posti. A questo punto si pone la domanda : qual’è il criterio che ha sotteso la scelta fatta?
    Non deve esistere un criterio di scelta?
    Da qui la categoria di inutilità.
    Infine mi sembra fuoviante ridurre alla categoria del rosiconamento qualsiasi manifestazione di pensiero critico.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Caro Alberto,
      ogni volta che c’è un premio, un padiglione, una mostra, qualcuno è scontento. Come dicevo, è la legge dei grandi numeri. Sono tutti contenti (si fa per dire) solo nelle dittature. Quindi viva gli scontenti.

      • Alberto Esse

        Caro Marco
        Scontento e critica sono due cose molto diverse forse sarebbe utile non confonderle. Il concetto di scontento presuppone l’esistenzanza di una aspettativa andata delusa. E che aspettativa ci sarebbe da queste biennali e da queste curatele? Personalmente sono ben altre le cose in Italia e nel mondo che mi fanno contento o scontento. E credo lo stesso valga anche per te.

        • Marco Enrico Giacomelli

          Caro Alberto,
          la differenza fra i due concetti mi è chiara e ti ringrazio per averlo sottolineato. Tuttavia confermo il mio punto di vista: si tratta, nella maggior parte dei casi, di scontento. Umanissimo scontento.

      • Lino Baldini

        Il curatore ideale che accontenta tutti è quello che lascia il padiglione Italia vuoto. Invitando a lavorare nei giorni dell’inaugurazione un’azienda che opera nella disinfestazione ambientale!

        • Sarebbe una bella scelta lasciare vuoto il padiglione… in un paese in cui tutti cercano di tirare giù gli altri alla mediocrità per rassicurare la propria mediocrità

  • samuel

    L’ unica osservazione che posso fare io e’ che l’ Italia ha vissuto trasformazioni socio-economiche e politiche, molto drastiche in questi anni e hanno avuto risvolti drammatici sulla popolazione, nel lavoro, nella teledipendenza, nella mancanza di espressione dei giornalisti, nel precariato giovanile, oggettivamente l’ attuale presidente del consiglio, e’ il terzo presidente non eletto dal popolo a governare, sono fatti storici e importanti, c’ e’ la tendenza a evidenziare artisti che si presentano come “internazionali” con temi “internazionali”, (ovvero che evitano il loro presente?) mentre e’ molto piu’ probabile che il resto del mondo si chieda semplicemente: “Che cazzo succede in Italia?”. Noi non gli rispondiamo mai, ed e’ per questo che a livello internazionale, amicizie a parte, contiamo pochino.

  • gessi

    Maskt, sono abbastanza d’accordo con la tua disamina. Ma sia chiaro,
    QUAL è si scrive senza apostrofo; INNOCUO si scrive così. D’altro canto
    si parte già male con il Giacomelli che usa termini inglesi a cazzo.
    Buona giornata.

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  • Angelo Riviello

    Scusate il ritardo…Qualcuno mi sa dire, dove vivono questi artisti? in Italia? Dove? In quale contesto? Ve lo chiedo (e me lo chiedo) seriamente. Saranno anche bravi (e indubbiamente lo sono, per essere stati scelti ad un così arduo compito, da una professionista brava come Cecilia Alemani), ma non riesco a capire di cosa ci vogliono parlare (mi perdonerà la curatrice)…Sicuramente si tratta di una mia carenza (sapete, le lunghe “meditazioni” portano, a volte, inevitabilmente all’astrazione)…Ah, ma a proposito…esiste ancora una nazione che corrisponde al nome di Italia?

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  • Angelo Riviello

    No comment!