Ascoltare il deserto. Intervista a Maria Rebecca Ballestra

Impegnata da anni in una ricerca che mette la creatività al servizio delle esigenze ambientali, l’artista ligure ha dato il via a un nuovo progetto, biennale e itinerante. Protagonista, ancora una volta, la natura.

Sossusvlei, Namib Desert 2015 - credits Maria Rebecca Ballestra
Sossusvlei, Namib Desert 2015 - credits Maria Rebecca Ballestra

Il dialogo tra arte e ambiente è un terreno sul quale da decenni prende forma l’indagine di intere generazioni creative. Complici gli equilibri sempre più fragili di un ecosistema compromesso, il linguaggio artistico contribuisce a dar voce alle dinamiche naturali, offrendo spunti di riflessione sorprendenti. Su questo sfondo si muove la ricerca di Maria Rebecca Ballestra (Ventimiglia, 1974). Viaggiatrice instancabile, l’artista ha dato vita a un nuovo progetto di “ascolto”, nei confronti di un interlocutore d’eccezione. I dettagli in questa intervista.

Hai annunciato l’avvio del tuo nuovo progetto, Echoes of the Void. Ci racconti brevemente le sue origini?
L’anno scorso sono stata selezionata per una residenza d’artista nel deserto del Sonora in Arizona, e da lì è nata l’idea di realizzare un progetto biennale sui luoghi poco antropizzati, in particolare i deserti (incluso Artico e Antartide). In un’epoca, definita non a caso Antropocene, in cui più della metà della popolazione mondiale vive nella città, ho sentito il desiderio di indagare i delicati equilibri dei luoghi in cui la presenza umana è marginale, se non addirittura assente. Mi interessa realizzare un progetto in cui l’essere umano sia decentrato rispetto al paesaggio, per riflettere e ridiscutere il significato del nostro posizionamento sulla Terra.

Sossusvlei, Namib Desert 2015 - credits Maria Rebecca Ballestra
Sossusvlei, Namib Desert 2015 – credits Maria Rebecca Ballestra

Si tratta di un lavoro che ti terrà impegnata per due anni. Quali saranno i luoghi toccati dal tuo itinerario e quali ragioni ne hanno determinato la scelta?
Echoes of the Void è un progetto in 13 tappe che prenderà in esame alcuni tra i più grandi deserti del mondo, investigando diversi livelli di significato in chiave geologica, ambientale, culturale, spirituale, e politica. Tre sono le tappe del progetto già realizzate, il Sonora Desert, grazie alla residenza artistica Signal Fire, che mi ha permesso di confrontarmi con il tema del “selvaggio”, il Deserto del Namib in Namibia, considerato il deserto più antico al mondo, e il deserto de l’Agriate in Corsica, grazie al sostegno del FRAC (Fonds Régional d’Art Contemporain), il cui nome è di per sé un paradosso in quanto derivante da un errore storico di definizione di un territorio. Due le prossime tappe in programma, il deserto Rub’ al-Khali detto anche Il Quarto Vuoto, dal 3 al 13 dicembre, in collaborazione con il Maraya Art Center, e il deserto Patagonico, in collaborazione con Barda del Desierto. Le tappe successive e in corso di definizione saranno il deserto del Gobi, il Sahara, il Gran Bacino, il deserto del Chihuahuan, il Kalahari, il Gran deserto Victoria, l’Artide e l’Antartide. Ogni deserto mi permetterà di approfondire un macro-tema come “l’intelligenza dell’adattamento”, “territorio e identità”, “la tradizione orale”, “il nomadismo”, “il confine”, e molti altri.

Come evocato dal titolo, lo spazio vuoto ha un’eco ben chiara, frutto della stretta relazione tra geografia, dinamiche sociali e contesto culturale. Da artista, quali strumenti userai per dare voce a questo tipo di “vuoto”?
Vorrei utilizzare prevalentemente strumenti tecnologici (video e audio) e performativi per realizzare delle opere “effimere”; vorrei che del progetto rimanessero soprattutto delle “tracce” più che delle “opere”. Come evoca il titolo stesso del progetto, degli “echi” dei paesaggi. Mi avvicino ai deserti come a qualche cosa di sacro e di ancestrale.

Signal Fire Residence Program - Deserto del Sonora, Arizona (USA) 2015 - credits Maria Rebecca Ballestra
Signal Fire Residence Program – Deserto del Sonora, Arizona (USA) 2015 – credits Maria Rebecca Ballestra

Quale sarà la forma finale di Echoes of the Void? Sai già come e dove la presenterai?
Il progetto è patrocinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, vorrei che si concludesse con una mostra in questa città. Verrà realizzato un catalogo bilingue dell’intero progetto, oltre a una pubblicazione di contributi trans-disciplinari con saggi di giornalisti, scienziati, curatori, antropologi, e saggisti.

I tuoi interventi mettono sempre in relazione l’atto creativo e le tematiche ambientali. Sullo sfondo dei fragilissimi equilibri ecologici che dominano il presente, in che modo l’arte può contribuire, secondo te, alla causa ambientalista?
In un momento di profonda crisi, non solo ambientale, gli artisti possono offrire, attraverso la loro creatività e capacità immaginativa, nuovi orizzonti di pensiero. Posso mettere a disposizione della collettività nuovi modelli di sviluppo, immaginando “futuri possibili”. In ogni momento storico di stagnazione, e ancora di più oggi in cui si aggiungono delle urgenze improrogabili come quella ambientale, abbiamo l’opportunità di ripensare profondamente i parametri della nostra civiltà, possiamo ridiscuterli, re-immaginarli, e in ciò gli artisti possono contribuire con la loro visione creativa. Per questo motivo molti dei miei progetti sono collaborativi e partecipativi. Credo profondamente che la nostra epoca offra all’arte un ruolo importante nella società, se questa è in grado di uscire dei confini, spesso troppo rigidi e pre-definiti del “sistema dell’arte”.

A breve l’Università Ca’ Foscari di Venezia ospiterà la prima edizione del Festival per la Terra, di cui sei ideatrice e organizzatrice. Quali sono gli obiettivi della rassegna e come sarà strutturata?
Dal 16 al 18 novembre il Festival per la Terra accoglierà presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia ospiti internazionali provenienti dal mondo accademico e non, che rifletteranno su nuovi modelli possibili per vivere in maniera sostenibile la nostra Terra. Lo scopo del Festival per la Terra è di proporre al grande pubblico possibilità di trasformazioni, riflessioni e modalità alternative per riformulare le questioni ambientali. Nei tre giorni del Festival per la Terra studiosi autorevoli e pluri-premiati, ricercatori, creativi e attivisti ambientali presenteranno e discuteranno le loro ricerche e risultati, idee e approcci innovativi per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’urgenza di preservare la bio-diversità del nostro pianeta e migliorare la nostra fragile convivenza su di esso.

Sossusvlei, Namib Desert 2015 - credits Maria Rebecca Ballestra
Sossusvlei, Namib Desert 2015 – credits Maria Rebecca Ballestra

Quale sarà il programma e chi saranno gli ospiti?
Seminari e tavole rotonde saranno ospitati nella sede centrale dell’Università Ca’ Foscari (Dorsoduro 3246) e di Ca’ Dolfin (Dorsoduro 3859/A). All’interno di questi incontri si apriranno spazi per il dibattito e la riflessione con ospiti internazionali quali il Premio Pulitzer Kenneth Weiss, il Premio Goldman Ykal Ang’elei, Clive Adams (Direttore del Center for Contemporary Art and Natural World), Sabina Airoldi (Tethys Research Institute), Carlo Barbante (Ca’ Foscari e Istituto per la Dinamica dei Processi ambientali del CNR), Hans Peter Egler (CEO, Global Infrastructure Basel), Freddy Paul Grunert (Curatore, ZKM), Justin Jin (CEO, Axia Materials), Fiona Mc Donald (Indiana University), Telmo Pievani (Università di Padova), Chiara Tonelli (Università Roma Tre), Judy Ling Wong (Presidente Onorario, Black Environment Network).

Il Festival include anche una residenza artistica sull’Isola della Certosa, nella Laguna nord di Venezia. Si tratta di un luogo particolarmente delicato, su cui tu stessa sei intervenuta con il progetto Journey into Fragility. Quale impatto avrà questa residenza e in base a quali criteri sono stati scelti gli artisti coinvolti?
Sono stati scelti tre artisti di fama internazionale che stanno lavorando con un focus particolare sulle problematiche ambientali, sulla base di ricerche trans-disciplinari. Gli artisti Alan Sonfist (USA), Marina Velez (Regno Unito) e Giuseppe La Spada (Italia) stanno dando il via a un’operazione artistica che sarà successivamente presentata a Venezia. Grazie al sostegno della società Vento di Venezia, che gestisce l’isola, gli artisti trascorreranno 10 giorni sull’Isola della Certosa per, alla fine della residenza, proporre dei progetti ispirati e pensati per l’Isola. È stata scelta l’Isola della Certosa come luogo per la residenza artistica del Festival per la Terra, perché questa rappresenta un modello di riqualificazione territoriale, ri-funzionalizzazione strategica e sviluppo sostenibile, oltre a essere l’area verde più grande di Venezia.

Arianna Testino

www.echoesofthevoid.com
www.festivalfortheearth.com
www.rebeccaballestra.com