Performance e provocazione. Alla Tenuta dello Scompiglio

Un racconto in prima persona delle due azioni performative di Carlos Motta ed Eddie Peake. Nell’ambito dell’intensa rassegna Sui Generis, in scena nel lucchese.

Carlos Motta, Requiem, Libera me featuring Ernesto Tomasini, photo Alice Mollica, courtesy l'artista e Associazione Culturale dello Scompiglio
Carlos Motta, Requiem, Libera me featuring Ernesto Tomasini, photo Alice Mollica, courtesy l'artista e Associazione Culturale dello Scompiglio

UNA RASSEGNA SUI GENERIS
Raggiungo la Tenuta dello Scompiglio per assistere a due performance della rassegna Sui Generis a cura di Eugenio Viola e Angel Moya Garcia. Ho poche informazioni, ma so che sono tra le più intense e conturbanti di tutto il cartellone. Sui Generis riflette sull’identità e sul genere ponendo al centro il tema dell’uguaglianza, sebbene attraverso l’evidenza e la messa a nudo del contrasto e delle diversità. Tutta la rassegna si compone di doppi appuntamenti scelti proprio per la distanza nella costruzione e nella tipologia d’azione. È così anche per i lavori di Carlos Motta ed Eddie Peake, due interventi performativi entrambi di impronta teatrale ma con caratteristiche del tutto opposte.

IL REQUIEM DI CARLOS MOTTA
Le due azioni si svolgono in momenti e luoghi differenti, quella di Carlos Motta si svolge sul calar della sera nella Cappella della Tenuta, che si raggiunge camminando nel verde costeggiando le mura, in una sorta di processione silente preparatoria all’azione. La performance di Motta, Requiem, si suddivide in due momenti: Libera Me e Mondo invertito. Nella prima parte, protagonista straordinario è Ernesto Tomasini la cui voce si estende per ben quattro ottave e ci trasporta nel Requiem di Gabriel Faurè, quel Lìbera me contenuto nella seconda parte del componimento. Il cantante riesce a eseguire magistralmente entrambe le voci protagoniste, il baritono e il soprano, costruendo una lirica delicata, senza dolore, a tratti irriverente, soltanto accentuata dai movimenti calzatamente queer. È con una risata strafottente e sfacciata che egli esce di scena lasciando spazio alla seconda parte di Requiem, Mondo invertito.

Carlos Motta, Requiem, Mondo Invertito, performance, photo  Eugenio Viola, courtesy l'artista e Associazione Culturale dello  Scompiglio
Carlos Motta, Requiem, Mondo Invertito, performance, photo Eugenio Viola, courtesy l’artista e Associazione Culturale dello Scompiglio

DALL’EROTISMO A CARAVAGGIO
Carlos Motta nudo, bendato e con lunghe corde legate ai polsi, viene spinto e tirato all’interno della Cappella da due uomini, Stefano Laforgia e Andrea Ropes, esperti legatori in abbigliamento marcatamente BDSM. Le loro movenze da un lato imprimono all’azione un sapore decisamente erotico, ma dall’altro rimandano alla scelta di Caravaggio, nell’opera Crocefissione di San Pietro, di rappresentare i carnefici nelle vesti di gente comune. I due uomini eseguono una sorta di “ricamo” legando e annodando piedi e caviglie dell’artista secondo le antiche tecniche di bondage giapponese, lo Shibari o Kinbaku, che, oltre a una pratica di costruzione erotica, può essere anche un’azione meditativa condivisa. Motta viene appeso per i piedi con le braccia tese verso i due legatori, che per circa quindici minuti ne strattonano gli arti misurando così la capacità del corpo di opporsi a una forza soverchiante. È tuttavia l’affresco alle spalle dei protagonisti a rivelare la teatralità e la verità di Requiem. Infatti l’opera del Seicento lucchese, attribuita a Paolo Guidotti (1560-1629), è suddivisa in due momenti: la Vergine festeggiata in cielo da angeli svolazzanti e un frate cappuccino che tiene in mano il Bambino. Il primo si riallaccia all’abito di Tomasini, con il collo fastoso avvolto di luminose piume nere, come fossero cadute sul collo del performer dallo sbattere d’ali degli angeli; il corpo nudo di Motta, invece, rimanda immediatamente al fanciullino dipinto, ovvero al corpo di Cristo. La base teorica di questa performance sono gli studi della teologa argentina Marcella Althaus-Reid, impegnata nei movimenti di liberazione femminista e LGBT, nonché tra le iniziatrici della “Teologia Queer”, il cui focus è il rapporto con Dio, l’identità di genere e la sessualità.

Eddie Peake, Mandami Una Foto Di Te Che Stai Succhiando Il Cazzo Di Qualcuno Per Favore Per Favore Per Favore, performance, photo Alice Mollica, courtesy l'artista e Associazione Culturale dello Scompiglio
Eddie Peake, Mandami Una Foto Di Te Che Stai Succhiando Il Cazzo Di Qualcuno Per Favore Per Favore Per Favore, performance, photo Alice Mollica, courtesy l’artista e Associazione Culturale dello Scompiglio

EDDIE PEAKE, TRA SESSO E IRONIA
D’altra natura è la performance di Eddie Peake, Mandami Una Foto Di Te Che Stai Succhiando Il Cazzo Di Qualcuno Per Favore Per Favore Per Favore, realizzata nello SPE-Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta.  Il bianco asettico del luogo è riempito dal suono sintetico di due musicisti e dal movimento dei corpi di tre danzatori.  L’artista, in questo caso, è regista e coreografo dell’azione. Il titolo è ironico e sfrontato, come lo sono i movimenti dei tre danzatori nudi, due donne e un uomo, che sfidano il pubblico con sguardi provocatori e mimando amplessi erotici. Tutta l’azione è un rimando al rapporto sessuale, non soltanto tra danzatori, ma anche con il pubblico stesso. La scelta di rivolgersi alla grande arte della danza mi colpisce e la trovo una scelta azzeccata, inserendosi appieno nel dibattito contemporaneo sulla performance: se poeticamente e politicamente si oltrepassano le identità di genere, allora, concretamente, un’azione performativa può essere totalizzante, ovvero in grado di abbracciare tutte le forme d’arte, dalla musica, alla danza al teatro, senza genere, semplicemente live art assoluta.
È in questo che la performance rivela la sua natura e la sua importanza, essendo l’unica forma d’arte in grado di comunicare, in maniera diretta, problematiche sociali e politiche. Riprendo qui una frase che cito spesso, condivisa con Regina Josè Galindo e che racconto quando parlo del mio lavoro e della verità nell’opera: “L’arte non può cambiare il mondo ma le singole persone sì” e la performance è in grado di farlo.

Giovanni Gaggia

http://www.delloscompiglio.org/it/cultura/assemblaggi-provvisori/2016/sui-generis.html

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