Le geografie emozionali di Chiara Mu

Chiara Mu, romana classe 1974, ha creato una mostra “per un solo visionario visitatore per volta”. Ha plasmato lo spazio e il tempo per ricavare una nicchia site specific, per accomodarsi e fare insieme i compiti, anzi gli “esercizi di visione” che coinvolgono elementi architettonici presenti nello spazio e installazioni. Mappare i luoghi, pregni delle esperienze, dei racconti, delle voci di chi ci ha preceduto permette di realizzare una vera e propria “radiografia emozionale” che prova a rispondere alla domanda: “Può un spazio performare o possiamo noi performare lo spazio?”.

Chiara Mu – From Here to Eternity - AlbumArte, Roma 2015 - photo Massimiliano Carboni
Chiara Mu – From Here to Eternity - AlbumArte, Roma 2015 - photo Massimiliano Carboni

Cominciamo dall’inizio e cioè dalla campagna di crowdfunding che ha contribuito a finanziare la mostra presso AlbumArte: in che modo le ricompense immateriali che offrivi si relazionano con quello che proponi in questo spazio?
L’idea è nata per finanziare una parte delle spese di post-produzione della mostra e mi è sembrato concettualmente importante poter offrire al mio donatore qualcosa che rispondesse alla dinamica esperienziale ed estetica presente in From Here to Eternity. Ho dunque offerto esercizi di visione da fare insieme, in una stretta relazione a due, in giro per la città di Roma e non solo. L’intento era porre al centro di questo momento di condivisione una mutua, reciproca esposizione del sé.

Credi che questo sia fondamentale per la dinamica performativa relazionale?
Sì, credo abbia il preciso compito di aprire l’opera a chi vi partecipa nel suo divenire, permettendone una crescita e una organica modificazione.

Chiara Mu – From Here to Eternity - AlbumArte, Roma 2015 - photo Massimiliano Carboni
Chiara Mu – From Here to Eternity – AlbumArte, Roma 2015 – photo Massimiliano Carboni

Vagare, camminare, muoversi nello spazio sono azioni che tornano in molti tuoi lavori e azioni. Credi che il movimento aiuti corpo e mente a entrare in una relazione più autentica?
Muoversi, attivare una tattilità attraverso la creazione di un percorso, corrisponde al mio desiderio di fruire intensamente installazioni e performance, “farci casa dentro”, come dico spesso. Da visitatrice di opere altrui, sono incontenibile: tocco, giro, mi siedo, osservo, permeo lo spazio in ogni modo a me concesso. Nel mio lavoro cerco di garantire la stessa libertà, a patto che sia funzionale a ciò che l’opera vuole raccontare. Articolare un transito, concepire un andare è una forma di appropriazione necessaria per stabilire un rapporto intimo con il luogo che ci accoglie e che ci respira.
Mario Perniola ne Il Sex appeal dell’inorganico scrive: “È l’installazione che sente il visitatore, lo accoglie, lo tasta, lo palpa, si protende verso di lui, lo fa entrare in se stessa, lo penetra, lo possiede, lo inonda. Non si va più alle mostre per vedere e godere l’arte, ma per essere veduti e goduti dall’arte”.

Chi visita la mostra deve accettare di trovarsi a tu per tu con te, al calare del buio, con la tua mano come guida… È una piccola sfida all’ansia di controllo che oggi imprigiona un po’ tutti?
Offrire la mia mano per portare in giro chi viene a visitare lo spazio è il mio modo per definire da subito una condizione intima, un tempo a due che diventa una micropausa emozionale nel contesto quotidiano. Non si tratta di una sfida ma di un accogliere, un accompagnamento che predispone alla ricerca di ciò che mi interessa far vedere. La radiografia “emozionale” del luogo inizia proprio dal concepire se stessi come estensione sensibile, aperta al tatto. Il corpo è già architettura organica e durante la mostra è chiesto spesso di accordare la propria postura a quella dello spazio per scoprirne altre visioni.

Chiara Mu – From Here to Eternity - AlbumArte, Roma 2015 - photo Massimiliano Carboni
Chiara Mu – From Here to Eternity – AlbumArte, Roma 2015 – photo Massimiliano Carboni

Poco prima dell’inaugurazione hai avviato un dibattito con una domanda molto provocatoria nei confronti del mercato dell’arte e del possesso di un’opera in senso stretto, chiedendo: “È possibile collezionare tempo e spazio?”. Come ti sei risposto?
La risposta che mi sono data attiene alla considerazione che dovrebbe essere il mercato a seguire il corso di come la ricerca artistica contemporanea orienta oggi la proposta e la fruizione di opere effimere, e non il contrario. Non vedo infatti alcuna difficoltà nel corrispondere un pagamento a quegli artisti che propongono interventi performativi e installativi a oltranza, in cui il tempo di attuazione dell’opera viene esteso quanto necessario per consentirne un’adeguata esperienza.
Dal mio punto di vista, se un’istituzione pubblica o un collezionista privato decidesse di acquistare una mia opera (prodotta in chiave site specific, come a me è consono), ciò che acquisterebbe sarebbe in realtà il tempo di fruizione dello stessa; sarei infatti disponibile a definire e performare uno spazio in esclusiva per mesi, anni di seguito, attenendomi a tutte le specifiche del caso. Sarei orgogliosa di far parte – in carne ed ossa – di una collezione, alla stessa stregua di come avviene per un quadro o una scultura! Continuo infatti a credere che vendere la documentazione di un’opera effimera – che sia video, immagini o altre tracce – non corrisponda davvero a vendere l’opera in sé, che si attua e riattua solo nella sua esecuzione, nella sua messa in essere, ogni volta diversa in base al contesto e al momento.

Chiara Ciolfi

Roma // fino al 1° aprile 2015
Chiara Mu – From Here to Eternity
a cura di Maria Rosa Sossai
ALBUMARTE
Via Flaminia 122
06 3243882
[email protected]

www.albumarte.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/41234/chiara-mu-from-here-to-eternity/

CONDIVIDI
Chiara Ciolfi
Chiara Ciolfi (Roma, 1987) è laureanda in Storia dell’Arte presso l’Università di Roma La Sapienza. Si interessa di arte contemporanea in tutte le sue forme, con un accento particolare sull’editoria e le riviste di settore. Ha collaborato con Exibart dal 2008 al 2011 fino all’avvento dell’ “era Artribune”. Attualmente sta costruendo il suo percorso tra stage e collaborazioni con fondazioni orientate alla ricerca (Nomas Foundation) e gallerie collaudate (Gagosian Gallery), con il sogno di farne un lavoro vero.