Una selezione di dipinti dell’artista milanese sbarca alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini. Aprendo uno spiraglio sul crepuscolo del Rinascimento.

Ancora oggi i dipinti di Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1526-1593), esattamente come nella seconda metà del Cinquecento, suscitano curiosità e meraviglia in chi li osserva, producendo un interesse per il bizzarro, l’anormale, l’altro senso. L’attrazione per questi temi non è dunque un’esclusiva della cultura tardo-rinascimentale, già i dadaisti e i surrealisti si accorsero del pittore nei primi decenni del Novecento.
Arcimboldo spinge lo spettatore a guardare l’opera d’arte in modo diverso, richiede uno sforzo che è tuttavia compensato dalla scoperta, accompagnata dall’ironia e dal gioco, che farà chi osserva con attenzione. Un gioco intellettualistico sull’essenza stessa della natura e della sua rappresentazione. I suoi dipinti, in effetti, travalicano l’inganno insito nella stessa arte, che tradizionalmente imita la natura o ne sviluppa una contraffazione. L’arte, secondo il pensiero di Giovanni Paolo Lomazzo, amico di Arcimboldo, pittore e scrittore d’arte milanese, oltre che natura è anche “idea imaginata”, un’elaborazione fantastica del nostro intelletto, con la quale, sul finire del Rinascimento, viene riconosciuta una maggiore autonomia e libertà espressiva all’artista. Esattamente quello che si riscontra nell’estetica del paradosso della poesia manierista, caratterizzata da artificiosi virtuosismi, deformazioni linguistiche e gusto dell’eccesso.
Questa breve premessa teorica spiega in parte il successo delle straordinarie composizioni di Arcimboldo, il quale riesce a creare immagini e forme di forte impatto attraverso l’accumulazione di diverse entità. Celebri sono i suoi cicli delle Quattro stagioni e degli Elementi della natura, dove i busti dipinti di profilo sono un groviglio ben organizzato di fiori, frutti o animali. Al di là della libertà, dell’estro e delle valenze simboliche, quello che colpisce è anche l’effettiva adesione al reale nella descrizione precisa di questi dettagli: basti pensare che nella rappresentazione antropomorfa dell’elemento naturale dell’Acqua (1566, Vienna, Kunsthistorisches Museum) sono state individuate sessantuno diverse specie di animali marini e anfibi.

Giuseppe Arcimboldo, Il Giurista, 1566, Stoccolma, Nationalmuseum
Giuseppe Arcimboldo, Il Giurista, 1566, Stoccolma, Nationalmuseum

LA MOSTRA

La mostra – composta da un centinaio tra dipinti, opere d’arte e manufatti provenienti da diversi musei nazionali e internazionali – è divisa in sei sezioni che sviluppano la parabola artistica di Arcimboldo attraverso la complessa cultura lombarda e quella boema di Rodolfo II, alla cui corte l’artista risiedette per alcuni anni. Si delinea innanzitutto la formazione del pittore, avvenuta nella Milano di metà secolo, vale a dire nell’ambito del lascito che Leonardo da Vinci innescò nella cultura lombarda con i suoi studi naturalistici e il suo interesse per le caricature. Arcimboldo, in linea con una tradizione di privilegiato interesse verso il dato reale, fornì ad esempio alcuni disegni zoologici e botanici, veri studi scientifici, al naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi, che li utilizzò nei suoi lavori di catalogazione. La vena satirica di quella tradizione è invece evidente in dipinti come Il Giurista (1566, Stoccolma, Nationalmuseum), una caricatura del personaggio creata assemblando a dovere libri, documenti e, soprattutto, spingendosi così fino al grottesco, un pollo arrosto, un piccione spennato e un pesce tagliato in due pezzi.
Milano fu in quegli anni un fondamentale centro di produzione di beni di lusso, le cosiddette arti applicate, e Arcimboldo vi realizzò da subito importanti commissioni, fornendo, ad esempio, i cartoni per alcune vetrate del Duomo. All’età di trentasei anni l’artista si trasferì nelle corti asburgiche di Vienna e poi di Praga, dove lasciò un segno indelebile. Lì fu pittore, ritrattista, progettò apparati effimeri per le feste della corte e realizzò molte delle sue bizzarre composizioni pittoriche. Praga, città in cui nel 1576 Rodolfo II decise di spostare la sua sede, diventò un centro dove confluirono artisti e studiosi di varie discipline e di diverse provenienze, sviluppando campi di indagine multidirezionali. Un particolare clima, che diventerà presto sintomatico del tempo, a metà tra osservazione scientifica della natura e la sua esaltazione fantastica nelle Wunderkammer, le camere delle meraviglie dove si raccoglievano “naturalia”, reperti anomali ed esotici della natura, e “artificialia”, opere in cui l’artista piegava un elemento naturale al suo estro. Questa apparente dicotomia creava una sorta di compendio dello scibile, l’universo in microcosmo, tra “stranezze” della natura e le novità del Nuovo Mondo, senza una discontinuità tra ricerca e tradizione, scienza e fantasia, dove tutte le discipline sembrano interagire, aprendo indubbiamente le porte alla crisi delle certezze dell’età rinascimentale.

Lavinia Fontana, Ritratto di Antonietta Gonzalez, 1595 ca., Musée du Chateau de Blois
Lavinia Fontana, Ritratto di Antonietta Gonzalez, 1595 ca., Musée du Chateau de Blois

SATIRA E SIMBOLI

Questa visione dell’epoca è ulteriormente testimoniata dalla presenza dei ritratti (uno di mano della pittrice Lavinia Fontana) di alcuni componenti della famiglia Gonzales, celebri nelle coeve corti europee, dove erano considerati alla stregua di “naturalia” viventi. I componenti, affetti da ipertricosi, avevano il corpo completamente ricoperto da peli (“toto corpore pelosi”, così descritti nella Monstrorum Historia dell’Aldrovandi), e suscitavano un’enorme curiosità. Allo stesso modo di un dipinto di Arcimboldo, l’interesse per questi ritratti ci aiuta a capire meglio il contesto, gettando uno sguardo sulla visione del mondo e la moralità dell’epoca.
Chiudono la mostra una serie di opere del tempo che insistono su aspetti satirici e simbolici, come le “teste reversibili”, di cui L’Ortolano (1566, Cremona, Museo Civico Ala Ponzone) di Arcimboldo è uno degli esempi più riusciti e noti. Capovolgendo il dipinto, che rappresenta una ciotola di rape e altre verdure, si scopre il viso di un uomo, qui presentato come L’Ortolano/Priapo, con un’allusione poco confutabile alla divinità greca simbolo dell’istinto sessuale, ma anche della fecondità della natura.

Calogero Pirrera

Evento correlato
Nome eventoArcimboldo
Vernissage19/10/2017 ore 18.30 su invito
Duratadal 19/10/2017 al 11/02/2018
Autore Arcimboldo
Generearte antica
Spazio espositivoGALLERIE NAZIONALI DI ARTE ANTICA DI ROMA - PALAZZO BARBERINI
IndirizzoVia Delle Quattro Fontane 13 - 00184 - Roma - Lazio
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Calogero Pirrera
Calogero Pirrera (1979) è uno storico dell’arte specializzato in arte moderna e contemporanea, videoarte, didattica museale e progettazione culturale. Vive attualmente a Roma. Ha collaborato con la cattedra di Istituzioni di Storia dell’Arte della Facoltà di Architettura di Valle Giulia, con alcune gallerie come Il Ponte Contemporanea e LipanjePuntin, oltre che con Festarte – Festival Internazionale di VideoArte, che lo vede impegnato nella mappatura globale dei festival di videoarte con la rubrica “International Contest”. Ha all’attivo alcune pubblicazioni che indagano l’arte antica come quella contemporanea. Tra le mostre curate si ricorda "Il Duomo di Milano dalla Lombardia all’Europa", ospitata presso il Duomo meneghino nel 2005 e il relativo catalogo. Ha scritto e scrive per EosArte, TribeArt e Artribune.