Pinturicchio e il dipinto dello scandalo. Intervista ad Andrea Margaritelli

Da Pinturicchio alla contemporaneità, passando per le parole del Vasari. È l’avvincente storia di un dipinto che evoca una relazione troppo scabrosa per essere raccontata.

La copia antica del Bambin Gesù delle mani di Pinturicchio ad opera di Pietro Facchetti
La copia antica del Bambin Gesù delle mani di Pinturicchio ad opera di Pietro Facchetti

Un bambin Gesù benedicente e bellissimo, così reale nel rossore delle guance e nei ciuffi che muovono i capelli inquadrando il piccolo volto paffuto. A cingerlo amorevolmente sono tre mani, tagliate però dal campo visivo del quadro. Tre mani a nascondere un segreto che per cinquecento anni si credeva appartenesse alla sfera della finzione e della maldicenza.
Eppure il restauro del Bambin Gesù delle Mani del Pinturicchio, finanziato dalla Fondazione Guglielmo Giordano di Perugia, ha permesso di svelare una delle pagine più misteriose della storia dell’arte.
Ritrasse sopra la porta d’una camera la Signora Giulia Farnese nel volto d’una Nostra Donna, e nel medesimo quadro, la testa d’esso Papa Alessandro che l’adora”.
Questa testimonianza di Giorgio Vasari, contenuta nelle Vite, conosce una strana fortuna. Non c’è praticamente autore successivo che, occupandosi di Alessandro VI, di Giulia Farnese o degli Appartamenti Borgia (nei i quali il dipinto era collocato) non riporti questo passo.
Curiosamente, però, tutti lo fanno per arrivare alla stessa conclusione: Vasari si è sbagliato, si tratta solo di un’inverosimile maldicenza rinascimentale.
Pare impossibile, infatti, che un grande pittore come il Pinturicchio abbia osato confermare, ritraendola (anno 1492), la prova di una relazione amorosa che era sì sulla bocca di tutti, ma che non poteva essere detta: quella tra Papa Alessandro VI Borgia e Giulia Farnese, amante e madre di un figlio a lui attribuito.

Pinturicchio, Bambin Gesù delle mani, 1492 ca. Fondazione Guglielmo Giordano, Perugia
Pinturicchio, Bambin Gesù delle mani, 1492 ca. Fondazione Guglielmo Giordano, Perugia

NON SOLO MALDICENZE

Invece la storia d’amore era reale, solo che per averne certezza storica si è dovuto aspettare mezzo secolo, ovvero il 1940, quando lo storico dell’arte Giovanni Incisa della Rocchetta si imbatte nella copia del Bambin Gesù delle Mani realizzata nel 1612 da Pietro Facchetti, copia realizzata prima che il dipinto del Pinturicchio fosse staccato dalla sua collocazione originaria, e il campo pittorico conseguentemente tagliato.
A questo punto della Rocchetta è in grado di riconoscere che la Madonna e il Bambino corrispondono a due soggetti raffigurati in due distinti dipinti appartenenti alla propria famiglia materna. I due quadri sono gli unici superstiti alla distruzione del dipinto vaticano ordinata a metà Seicento da un suo antenato, Fabio Chigi, eletto Papa con il nome di Alessandro VII.
Ricomparso sul mercato antiquario una decina di anni fa, il dipinto è stato acquistato dal Gruppo Margaritelli, il quale lo ha affidato alla Fondazione Guglielmo Giordano per promuoverne lo studio e la divulgazione.

Andrea Margaritelli
Andrea Margaritelli

L’INTERVISTA

“Viviamo nel Paese con il più grande patrimonio culturale del mondo, a volte però non sappiamo gestirlo e valorizzarlo al meglio. Un capolavoro come il “Bambin Gesù delle mani” andava salvaguardato, e condiviso con tutti. Come privati abbiamo voluto dare il nostro contributo”.
Così Andrea Margaritelli, vice-presidente della Fondazione Guglielmo Giordano e responsabile marketing di Listone Giordano, spiega il motivo che ha animato la Fondazione di Villa Spinola di Perugia a restaurare, e di fatto restituire alla collettività, il capolavoro rinascimentale del Pinturicchio.

Per un ente privato come il vostro investire in cultura è davvero vantaggioso? Non solo in termini di immagine, ma in chiave puramente economica.
Le rispondo dicendole che sono molto legato al termine committenza, che è quanto di più distante dal mecenatismo o dalla sponsorizzazione. Committenza significa investimento culturale, adesione e partecipazione a un progetto, non solo mera elargizione di denaro. Ciò che fa la differenza è la condivisione di valori. Senza questa condivisione c’è solo un puro scambio di denaro in cambio dell’esposizione del marchio del privato di turno.

Quindi non è vero che con la cultura non si mangia?
Al di là del fatto che penso che questa frase sia stata strumentalizzata, credo fortemente che la storia dell’Italia dimostri come il nostro patrimonio culturale sia un potente motore industriale. Basti pensare al turismo o all’enogastronomia. Sostenere e valorizzare il patrimonio culturale è, e deve rappresentare, una leva economica per le grandi sfide delle imprese italiane. È anche così che si supera la crisi.

Villa Spinola a Perugia, sede della Fondazione Guglielmo Giordano
Villa Spinola a Perugia, sede della Fondazione Guglielmo Giordano

Le cronache di arte sono piene di casi di partnership tra pubblico e privato a sostegno del patrimonio culturale. Però non sempre queste collaborazioni si risolvono con vantaggi reciproci.
È vero, perché spesso il dialogo si ferma davanti ai pregiudizi: il privato che vede il pubblico come un ente poco pragmatico, il pubblico che vede il privato come un soggetto che ha come obiettivo finale solo il tornaconto del proprio marchio. Ma per esperienza dico che quando si riesce ad andare oltre allora possono iniziare dialoghi importanti e proficui, spesso portati avanti grazie all’incontro con singole persone con le quali ci troviamo in sintonia perché condividono quei valori e quei principi di cui parlavo prima. Nel caso della Fondazione Giordano lo è stato quando abbiamo avuto la fortuna di lavorare con Philip Rylands della Collezione Guggenheim, con Tiziana Leopizzi con il progetto Artour-O e Misa, con Gianfranco Imperatori per Civita o ancora con Vittorio Faustini e Pietro Falena con MetaMorfosi.

Manifestazioni del Made in Italy?
Direi piuttosto che tutti i progetti che abbiamo condiviso con queste realtà sono manifestazioni della genialità, un po’ come il restauro del Pinturicchio. Il fascino del talento personale è il vero ingrediente che ha caratterizzato il nostro Paese. A ben vedere sì, un po’ come il Made in Italy: un concetto che non può risolversi solo identificando un prodotto con il suo ambito geografico di produzione, ma che deve dare dimostrazione di interpretare i valori più veri della nostra cultura. Tra tutti l’orientamento alla bellezza.

Luca Giuntini

www.fondazionegiordano.org