Il Caravaggio della discordia. Alla Pinacoteca di Brera

È esposta a Brera, a Milano, la tanto discussa “Giuditta che decapita Oloferne”, scoperta nel 2014 nella soffitta di una casa di Tolosa e attribuita in maniera dubbia a Caravaggio. Preceduto da una bagarre mediatica senza precedenti, il terzo “dialogo” della Pinacoteca milanese rischia di fare naufragare la possibilità di giudicare un quadro di buona fattura in un mare di polemiche.

La Giuditta che decapita Oloferne attribuita a Caravaggio
La Giuditta che decapita Oloferne attribuita a Caravaggio

UN DIPINTO CONTROVERSO
Sembra che anche la sola memoria di Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610), litigioso e irascibile secondo i suoi biografi, sia destinata a scatenare baruffe, battaglie e duelli all’ultimo sangue, un tempo risolti a suon di spada, oggi tra accuse, provocazioni e ricusazioni altrettanto taglienti sferzate tra le pagine dei giornali. Artista copiato quanti altri mai, ogni apparizione di un suo presunto originale è preceduta e seguita da polemiche senza fine. Questa volta tocca a una tela con Giuditta che decapita Oloferne, ritrovata nel 2014 in una soffitta di un’abitazione di Tolosa, e proposta come uno dei quadri smarriti di Caravaggio, ricordato dalle fonti e di cui si conosce almeno un’altra puntuale derivazione, appartenente alle raccolte delle Gallerie d’Italia nel Palazzo Zevallos di Napoli. Il quadro napoletano, attribuito a Louis Finson, mediocre seguace fiammingo del Caravaggio, è arrivato a Brera per “dialogare”, insieme al dipinto di Tolosa, con un Caravaggio certamente autentico, la straordinaria Cena in Emmaus della pinacoteca milanese. Per l’occasione sono stati chiamati a raccolta due quadri sicuri di Finson, il Sansone e Dalila e la Maddalena in estasi, altra copia da un perduto Caravaggio, del Musée des Beaux-Arts di Marsiglia. Un’ulteriore, inedita Maddalena, discesa dallo stesso modello di quella di Finson, proviene dalla collezione dello scrittore e parlamentare urbinate Paolo Volponi.
Per potere esporre la Giuditta francese a confronto con la Cena in Emmaus il direttore di Brera, James M. Bradburne, ha dovuto sottostare alle condizioni del proprietario, che ha imposto in didascalia il nome di Caravaggio. E nonostante l’ormai famoso “asterisco”, che in una nota in calce dichiara il riferimento “condizione del prestito”, l’ambiguità dell’operazione ha suscitato dubbi e perplessità crescenti, fino a portare Giovanni Agosti, uno dei membri del comitato scientifico di Brera, a dimettersi.

Caravaggio, Cena in Emmaus, Milano, Pinacoteca di Brera
Caravaggio, Cena in Emmaus, Milano, Pinacoteca di Brera

I FATTI
Bisogna dire subito che il dipinto di Tolosa è di alta qualità. Tanto da fare pensare in alcuni brani all’autografia caravaggesca. Il nodo di panno rosso che svapora le sue pieghe nell’ombra profonda dello sfondo, il bianco secco e scalcinato del lenzuolo in primo piano; e Oloferne, con il volto e le mani abbronzate e il torso e le braccia bianche, come un bravaccio preso al volo dalla strada e messo lì, svestita la giacca e la camicia, a fare una delle sue facce più cattive…
Non so poi quanto possa giovare all’attribuzione l’esposizione del dipinto a pochi metri dalla Cena in Emmaus braidense, che rimane uno dei lavori di più alta qualità nella carriera di Caravaggio. Ma le questioni di confronti, raffronti di dettagli, pennellate e colore, di sentimento della composizione, resteranno a fare discutere e scrivere a lungo studiosi e “intenditori” di ogni paese, tra articoli, schede di cataloghi di mostre future e atti di prossimi convegni (uno è già in programma, a fine gennaio 2017, con l’invito ai “maggiori esperti di Caravaggio nazionali e internazionali” per dibattere “a porte chiuse”). Il punto è un altro: il quadro è esposto tra le sale di un museo pubblico con un riferimento a Caravaggio, avallato nel catalogo dell’esposizione (ops, del “dialogo”, perché la parola “mostra”, quella sì deleteria all’immagine dell’istituzione, non si può usare) in un corposo saggio del curatore dell’evento, Nicola Spinosa.
E a questo punto quanto suona stonata la nota di apertura dello stesso catalogo, dove si avverte che “le opinioni espresse dagli autori non rispecchiano necessariamente il punto di vista della Pinacoteca di Brera, del suo Direttore, del Comitato Scientifico e del Consiglio di amministrazione”? Ma come? Tra gli “autori” c’è lo stesso direttore, che quindi discredita il lavoro svolto dalla sua équipe? E dagli esperti del consiglio di amministrazione e del comitato scientifico, comunque elencati subito a seguire, con ancora l’inclusione, tra l’altro, di Agosti, che proprio per non figurare in questa iniziativa ha deciso di ritirarsi. Come a dire: ho lasciato per un giorno il tempio in mano ai filistei, e ora, di quel che si può trovare sugli altari, me ne lavo le mani. E quanto vale, per la sorte futura del quadro, l’asterisco in calce alla didascalia, a dichiarare che il riferimento a Caravaggio “non riflette necessariamente la posizione ufficiale né della Pinacoteca di Brera, né del suo consiglio di amministrazione, del comitato consultivo, del direttore o del personale”, costretto a girare per le sale con l’asterisco stampato su una spilla che è già diventata ricercato feticcio?
Si dice che la Giuditta non sia in vendita, vincolata per tre anni dallo Stato francese, “al fine di consentire il reperimento delle risorse finanziarie necessarie al suo acquisto da parte statale”. Il vincolo, però, è stato istituito nel 2014, e quindi, a conti fatti, i tre anni stanno quasi per scadere. Mentre gli esperti di tutto il mondo di Caravaggio faranno fumare i loro cervelli “a porte chiuse” il dipinto, è sicuro, sarà messo in vendita. E se la cifra di assicurazione per la mostra (pardon, il dialogo) di Brera è 120mila euro, vuol dire che il valore di mercato si aggirerà sui 120 milioni di euro, il prezzo di un Caravaggio, non di una “copia da”. Eric Turquin, a cui è affidata la gestione del quadro, è definito oltretutto un “notaio” e “non un mercante d’arte”. Ma basta googolare il suo nome su Internet per trovare video in cui si presenta, in qualità di esperto di “Old Masters”, seduto tra i quadri della sua galleria a disquisire sulla pratica delle attribuzioni e delle expertise, che rilascia in continuazione.

Confronto tra la Giuditta attribuita a Caravaggio (a sinistra) e quella attribuita a Louis Finson
Confronto tra la Giuditta attribuita a Caravaggio (a sinistra) e quella attribuita a Louis Finson

LUCI E OMBRE
E forse sarebbe servita maggiore attenzione, in una situazione così delicata, anche ai pannelli esplicativi. Qui si precisa che la controversa Giuditta è esposta al fianco dell’esemplare attribuito a Finson che, nel rigo immediatamente successivo, si trasforma in un quadro firmato, mentre l’unica opera firmata del fiammingo tra quelle presentate è la Maddalena di Marsiglia. Se un’attribuzione si può volgere così, da un capoverso all’altro, in una firma, e se due più due fa sempre quattro, la stessa operazione può valere anche per l’ascrizione a Caravaggio del dipinto francese: la mano di chi firma l’autenticazione si trasforma, magicamente, nella mano dell’artista.
Insomma, ci sarebbero troppe ombre, troppe zone scure in tutta la faccenda, perfino per lo stesso Caravaggio, maestro di ombre e di scuri. E purtroppo l’occasione del confronto e del dialogo si perdono in un mare di polemiche alle quali un’istituzione statale come è Brera forse non dovrebbe prestare il fianco, ricusando, ad esempio, che un privato possa imporre, come si faceva nell’Ottocento, l’attribuzione di un quadro per esporlo. Non a caso quest’obbligo è stato motivo di rifiuto alla presentazione della Giuditta da parte di Palazzo Barberini di Roma e anche del museo di Capodimonte a Napoli, dove Spinosa è stato soprintendente, e dove risulta responsabile dell’attuale allestimento museale. Qualcosa vorrà pur dire.

Stefano Bruzzese

Milano // fino al 5 febbraio 2017
Terzo dialogo “Attorno a Caravaggio”
PINACOTECA DI BRERA
Via Brera 28
02 72263298
[email protected]

http://pinacotecabrera.org