La relazione artista-curatore in un workshop de La Quadriennale. L’intervista a Pierre Bal-Blanc

14 giovani, 3 tutor e un tema molto attuale e dibattuto: la relazione tra artista e curatore. Se ne è parlato in occasione di Q-Rated un workshop per giovani curatori e artisti organizzato dalla Quadriennale di Roma. L’intervista al tutor.

Pierre Bal Blanc
Pierre Bal Blanc

Un’esperienza unica per 14 giovani curatori ed artisti (dal 21 ai 32 anni) che dal 3 al 5 luglio presso Villa Carpegna hanno partecipato al primo workshop della Fondazione Quadriennale di Roma nell’ambito del progetto Q-Rated; tenuto dal curatore indipendente Pierre Bal-Blanc (Ugine, Francia, 1965), dalla direttrice della Kunsthalle Basel Elena Filipovic (Los Angeles, USA, 1972) e dall’artista multimediale James Richards (Cardiff, Regno Unito, 1983). Il tema? La relazione tra artista e curatore e il sempre più frequente “scambio di ruoli”. Il prossimo appuntamento si svolgerà a Lecce dal 25 al 27 settembre con l’artista britannico Zach Blas, con la libanese Rana Hamadeh e con Robert Leckie, curatore di Gasworks a Londra. Con questo ciclo di workshop la Quadriennale mira a diventare: “un luogo di ricerca attivo e costante per contribuire a un dibattito costruttivo sull’arte contemporanea, strutturare la prossima edizione della rassegna, e garantire la mappatura completa del contesto artistico italiano”.Abbiamo parlato dei temi affrontati dal workshop con Pierre Bal-Blanc – curatore di Documenta 14 a Kassel nel 2017 e direttore del CAC Bretigny dal 2003 al 2015 -.

Al centro del workshop di Roma c’è un tema molto attuale e impegnativo. Secondo lei, chi è un artista e chi è un curatore?

Mi sono trovato ad affrontare questa domanda più volte nel corso della mia attività curatoriale al Centro d’Arte Contemporanea Brétigny, in Francia dove sono stato direttore dal 2003 al 2015. Per rispondere mi sono basato sul concetto di “Falansterio” sviluppato dal filosofo francese Charles Fourier (1772-1837) come ho già raccontato nella mia ultima pubblicazione Project Phalanstere, edita da Sternberg Press nel 2017.

(Con il termine Falansterio si vuole indicare una struttura abitativa detta anche falange dove si svolgono diverse attività produttive. Ognuna di esse dev’essere autosufficiente in tutto e per tutto così che tutti diventino sia produttori che consumatori).

Nella sua attività come ha declinato la relazione artista-curatore?

Nella mostra The Death of the Audience,che ho curato al Palazzo della Secessione di Vienna nel 2009, ho cercato di trasformare il concetto di “morte dell’autore” – proposto da Roland Barthes – in una sfida che prevede una trasformazione di status per tutti i protagonisti dell’arte, pubblico incluso. Nell’esposizione viennese e nel suo catalogo ho raggruppato importanti figure che, a partire dal 1970, hanno proposto con cadenza regolare – e non solo sulla base dei tempi del mercato – un’idea alternativa di vivere l’arte. Un modo per presentare qualcosa di diverso rispetto ai ruoli predeterminati.

Può farci un esempio concreto?

Franz Erhard Walther, Rasheed Araeen, Anna Halprin, Robert Breer e Sanja Ivekovic sono ad esempio artisti oggi celebrati con grandi retrospettive a quel tempo erano trascurati o dimenticati. Per me tutti loro, come anche Isidoro Valcarsel Medina, Odile Duboc o Emilio Prini, sono l’esempio concreto di una proposta alternativa alle figure pure di “Artista” o “Curatore”. Non rientrano in una o nell’altra categoria, ma presentano ruoli nuovi, in costante instabilità.

In diverse occasioni, gli artisti sono stati curatori delle proprie esposizioni…

Anche quando l’artista cura la propria mostra, non significa che non possa incontrare una dimensione al di fuori di sé stesso. Il curatore spesso riveste questo ruolo, perché materializza il dialogo futuro e il confronto con il pubblico ancora prima che accada.

Cosa succede se il curatore viene a mancare?

Quando manca il curatore, questa funzione viene svolta ugualmente dal contesto o al limite dal pubblico, che tra l’altro ne rappresenta un’emanazione. E anche quando un curatore organizza una collettiva senza la presenza degli artisti, la dimensione di alterità viene ugualmente sperimentata. Il curatore diventa più simile a un artista e il pubblico arriva ad assumere una responsabilità curatoriale. Ad esempio ho cercato di enfatizzare questo concetto con la collettiva “Soleil politique” organizzata al Museion di Bolzano nel 2014, invitando il pubblico a costruire la propria mostra attraverso una partitura ispirata al compositore inglese Cornelius Cardew.

Sulla base delle sue esperienze professionali in Italia, tra cui alcune mostre come quella da Peep-Hole o al Museion di Bolzano, come giudica la situazione artistica nel nostro Paese? Quale ritiene essere il suo potenziale?

L’Italia ha un fantastico potenziale che risiede nel suo patrimonio, nello stile di vita e nelle grandi competenze sulla cultura contemporanea. Ogni volta che lavoro in questo Paese imparo qualcosa sulla proporzione e sull’eleganza, così come mi capita di affrontare esagerazione e volgarità. Riscontro anche un senso critico che una nuova generazione di curatori italiani, nell’ultimo decennio, tenta di sfidare in modo intelligente. Penso ad esempio ad Anna Daneri, Ilaria Bonacossa Simone Menegoi (da poco nominato direttore di Arte Fiera Bologna), solo per fare alcuni nomi che spero abbiano trovato una propria posizione. Penso poi, anche, al caso del Museo Madre di Napoli con Andrea Viliani che dimostra come un spazio possa dare nuova linfa alla scena artistica locale. Ancora, Letizia Ragaglia e Marion Piffer Damiani propongono con ricorrenza una posizione femminista al Museion di Bolzano.

E i curatori internazionali in Italia?

Trovo che sia stata molto importante l’apertura dell’Italia nei confronti del mondo con Hou Hanru alla direzione artistica del museo nazionale MAXXI. È importante che la nuova generazione di curatori italiani trovi posizione nel proprio Paese per rinnovare un approccio alla cultura che sia in dialogo con curatori stranieri ospitati nel paese per arricchirne il punto di vista.

Crede che la tendenza populista ultimamente riscontrabile in Italia – così come in Europa – possa influenzare la politica culturale?

Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol hanno proposto di decostruire l’apparato espositivo della grande esposizione nazionale e hanno organizzato una serie di incontri per interrogarsi sull’eredità della Quadriennale. I lavori del workshop sono cominciati proprio a partire dallo studio della storia della Quadriennale e di come all’inizio questo progetto fosse influenzato dal regime fascista.  Credo che il modo per contrastare l’attuale narrativa populista sia chiarire e non mistificare. La pratica artistica ha molto a che vedere con entrambi i concetti ma, se si osserva con attenzione, si nota che i veri capolavori non sono mai stati quelli che ciecamente hanno celebrato il potere, così come l’ultima mostra alla Fondazione Prada Art Life Politics: Italia 1918–1943 cerca di farci vedere.  L’Arte non è una mood board! La bellezza celebra la vita e la diversità, senza ignorare l’esistenza della parte oscura e di quella più sorda.

Come si è rapportato con i partecipanti del workshop Q-Rated Roma 2018 ?

Ho sviluppato la mia lezione come se fosse uno studio anatomico. Sono molto influenzato dal materialismo femminista di Nicole-Claude Mathieu che identifica due tendenze in conflitto sulle identità sessuali: l’anatomizzazione della politica e la politicizzazione dell’anatomia.

Può spiegarci meglio il concetto?

Certo, quello che ho cercato di fare è sdoganare quindi tutti quei concetti, preconcetti che si sono formati nella società contemporanea. Quindi possiamo dire che la persona non è solo identificata in base al sesso biologico ma l’identità personale è fortemente collegata a una forma di consapevolezza di gruppo. Il sesso non è semplicemente vissuto come un destino anatomico individuale che deve essere seguito in virtù della corrispondente identità di genere ma è il genere che viene vissuto come una sorta di stile di vita collettivo.

Prima di adesso ha mai messo in pratica questo approccio?

Ho provato a mettere in pratica questa politicizzazione dell’anatomia in occasione di Documenta 14 con il progetto Collective Exhibition for a Single Body: una dozzina di movimenti creati dagli artisti hanno animato 3 ballerini nel museo archeologico del Pireo, in netto contrasto sia con le antiche sculture (che non si basavano sulle stesse polarizzazioni sessuali) sia con l’esistente comportamento comune, inteso come anatomizzazione della sfera politica (sostanzialmente eterosessuale).

  Valentina Poli

Dati correlati
CuratorePierre Bal-Blanc
Spazio espositivoQUADRIENNALE DI ROMA - VILLA CARPEGNA
IndirizzoPiazza Di Villa Carpegna - Roma - Lazio
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Valentina Poli
Nata a Venezia, laureata in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, ha frequentato il Master of Art presso la LUISS a Roma. Da sempre amante dell'arte ha maturato più esperienze nel settore della didattica progettando e gestendo laboratori, in quello della preparazione di piccoli e grandi eventi culturali, nel settore delle gallerie d'arte e in campo giornalistico con collaborazioni con riviste del settore. Oggi vive a Roma.