Realizzati per essere donati ai sovrani, simboli di potere e nobiltà, mirabilia che arricchivano le più raffinate collezioni, gli oggetti preziosi prodotti in Oriente affascinano ancora oggi. Soprattutto quando per narrarne la storia si recuperano fonti antiche e apparentemente lontane.

Prende il via dai Colóquios dos simples e drogas he cousas mediçinais da India di Garcia de Orta il racconto che ha per protagonisti gli oggetti esotici lussuosi che popolavano i Cabinet des merveilles europei, quelle collezioni messe insieme da sovrani e nobili al fine di stupire, di sorprendere con la preziosità dell’alto artigianato e dei prodigi della natura provenienti da lontano, dall’altra parte del mondo. Garcia de Orta era portoghese, e fin dal 1538 si stabilì a Goa dove esercitò la professione di medico e studiò tutti quegli elementi animali, vegetali e minerali – dalle perle all’avorio, dai metalli alle piante – ai quali si attribuivano poteri curativi. Pubblicò le sue ricerche nel 1563 e il testo, lungo e complesso, fu poi tradotto e semplificato in Europa da Carolus Clusius, divenendo quasi un best seller, forse anche grazie al fatto che non si trattava solo di un saggio scientifico ma tra le pagine si narravano anche le tradizioni orientali e le pratiche artistiche che consentivano di realizzare meravigliosi scrigni, bauli, tavole da gioco, piccole sculture. Questi oggetti erano desiderati in tutte le corti europee e ancora oggi si conservano nei musei, pur decontestualizzati dal loro rapporto d’insieme, salvo rari casi di Kunstkammern conservate integre e complete.

Buon Pastore, Goa, XVII o XVIII sec. Museo Diocesano, Mantova. Photo credits Publi Paolini, Mantova e Massimo Listri
Buon Pastore, Goa, XVII o XVIII sec. Museo Diocesano, Mantova. Photo credits Publi Paolini, Mantova e Massimo Listri

ABILITÀ ARTIGIANALI E TECNICHE SCOMPARSE

Il curatore della mostra Tesori d’Oriente presso il Labirinto della Masone di Fontanellato, Pedro Moura Carvalho, ha scelto una serie di manufatti di altissimo pregio realizzati dagli artigiani del Gujarat tra il XVI e il XVIII secolo, li ha accostati a seconda del materiale impiegato, come se rispecchiassero i brani del trattato di de Orta, e, partendo dall’antico testo portoghese, ha condotto un’indagine sull’uso dell’avorio, della madreperla, della gommalacca, del guscio di tartaruga. Per quanto possibile ha ricostruito il tessuto di traffici commerciali che partivano da Goa per raggiungere il mondo musulmano (dove era particolarmente amata la madreperla) o le corti portoghesi, italiane, francesi. Ha rivelato quanto fossero stretti i rapporti tra gli esecutori e la committenza, e come questi traspaiano da iconografie evidentemente cristiane ma tradotte con uno stile orientale che lascia sbigottiti e incuriositi gli osservatori contemporanei. Ha svelato le complesse e pazienti tecniche di lavorazione – alcune perdute – di materiali particolari: le placche curve e di dimensioni ridotte dell’avorio, il processo di raccolta della gommalacca prodotta della secrezione di alcuni insetti, la malleabilità del guscio di tartaruga sottoposto ad alte temperature.

Cofanetto, Gujarat, India, 1530 ca. Museo Diocesano, Mantova. Photo credits Bridgeman
Cofanetto, Gujarat, India, 1530 ca. Museo Diocesano, Mantova. Photo credits Bridgeman

UN INTRECCIO DI COLLEZIONI PREZIOSE

In un ambiente che già di per se è splendido contenitore di una collezione decisamente originale – riflesso del gusto di Franco Maria Ricci, il quale non a caso è editore e ha scelto di patrocinare un progetto che prende spunto da un libro per arrivare all’arte –, gli intagli raffinatissimi dei cofanetti (spesso diventati reliquiari), gli intarsi perfetti e armoniosi, i motivi geometrici e le raffigurazioni naturalistiche sono tutti da osservare con estrema attenzione, lasciandosi suggestionare da un’atmosfera esotica che riporta a un passato glorioso in cui Occidente e Oriente si univano attraverso l’arte e le scienze.

Marta Santacatterina

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marta Santacatterina
Marta Santacatterina è giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte, titolo conseguito presso l'Università degli Studi di Parma. È editor freelance per conto di varie case editrici e, dal 2015, ricopre il ruolo di direttore sia di Fermoeditore sia della rivista online della stessa casa editrice, "fermomag", sulla quale cura in particolare le rubriche dedicate all'arte e alle mostre. Collabora con "Artribune" fin dalla nascita della rivista, nel 2011.