Nata con un finale completamente diverso, la storia di Pinocchio scritta da Collodi ebbe un’evoluzione affascinante. Diventando un grande classico per l’infanzia e anche un punto di riferimento per l’arte.

In otto puntate cadenzate da silenzi e singhiozzi improvvisi, lo squattrinato Carlo Lorenzini (al secolo Collodi, dal nome del paese materno), uomo dalla “vivacissima intelligenza” ma dalla vita disordinata e incline al gioco d’azzardo, pubblica sul Giornale per i bambini – primo periodico per l’infanzia in Italia (1881-89), fondato nel 1881 da Ferdinando Martini – la fortunata Storia di un burattino.
Già apprezzato come traduttore (nel 1876 Alessandro Paggi l’aveva chiamato a tradurre i Racconti delle Fate di Charles Perrault), come critico teatrale, come autore di Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica (1856) e di alcuni racconti – Giannettino (1875) e Minuzzolo (1877) –, Collodi è figura irrequieta che vuole, sin dalla nascita del periodico Il Lampione, “far lume a chi brancola nelle tenebre”.
Scritta per gioco e, di certo, con la speranza di “alzare un po’ di grana” (“ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi, pagamela bene, per farmi venir la voglia di seguitarla”, scrive Collodi a Guido Biagi che, assieme a Martini, stava organizzando l’uscita del giornale), la primissima parte, appena quattro cartelle, di quello che sarebbe diventato un bestseller della letteratura per l’infanzia è un successo inaspettato che si chiude, però, con un macabro finale (il burattino muore impiccato a una quercia dal Gatto e la Volpe): “Oh babbo mio! Se tu fossi qui! E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito”.

Antonio Latella, Pinocchio. Photo Brunella Giolivo
Antonio Latella, Pinocchio. Photo Brunella Giolivo

UN FINALE DIVERSO

Stupiti dalla triste conclusione, i lettori del giornale scrissero alla redazione invocando l’autore di ritoccare la propria visione della storia: e Collodi, seppur inizialmente restio, decise di accontentarli (lavorandoci febbrilmente fino al febbraio del 1883), di ampliare la narrazione, di aggiungere nuove vicende alla fiaba, di trasformare il finale in quello d’oggi. “Il signor C. Collodi”, avvisa sul numero 10 (novembre 1881) il direttore Martini, “mi scrive che il suo amico Pinocchio è sempre vivo e che sul conto suo potrà raccontarvene ancora delle belle. Era naturale: un burattino, un coso di legno come Pinocchio ha le ossa dure, e non è tanto facile mandarlo all’altro mondo. Dunque i nostri lettori sono avvisati: presto presto cominceremo la seconda parte della ‘Storia di un burattino’ intitolata ‘Le avventure di Pinocchio’…”.
Raccolte in volume dall’editore Felice Paggi di Firenze (1883), Le avventure di Pinocchio diventano rapidamente un classico della letteratura dell’infanzia che non solo è tradotto in tutto il mondo ma ispira, nel tempo, il mondo del teatro, della danza, della musica, del cinema e non meno quello dell’arte contemporanea.

Gianluigi Toccafondo, Pinocchio
Gianluigi Toccafondo, Pinocchio

PINOCCHIO E L’ARTE

Pinocchio nel paese degli artisti è, ad esempio, la mostra itinerante curata da Mario Serenellini nel 1982, nata nell’ambito delle “celebrazioni centenarie 1981-’83” per “ficcare il naso dentro il libro” e rifiutare “prima di tutto l’imbalsamazione, ma anche la retrospettiva, il flashback filologico”. Si tratta di un momento irrinunciabile che collega una schiera di artisti – Enrico Baj, Ando Gilardi, Emilio Isgrò, Ugo Nespolo, Tullio Pericoli ed Emilio Tadini ne sono alcuni – per disegnare i tre nasi di pinocchio: quello pedagogico, quello digressivo e quello autobiografico legato “all’autobiografia del lettore, perché, come si dice, c’è un po’ di Pinocchio in noi se non c’è Geppetto”. Più recente è, invece, la mostra al Museo Luzzati di Genova (2013) che ha ospitato opere di Flavio Costantini, Jim Dine, Roland Topor, Quentin Blake, Mordillo, Jacovitti, Emanuele Luzzati, Ugo Nespolo, Andrea Rauch, Roberto Innocenti, Guido Scarabottolo, Mimmo Paladino (nel 2004 escono i quattro diversi formati editoriali di Pinocchio interpretato da Paladino) e molti altri per disegnare il progetto Pinocchio Biennale 2012.
Costantemente presente nelle manovre artistiche del secondo Novecento (come non pensare alla performance Il Gatto e la Volpe organizzata da H.H. Lim e Felice Levini nel 1993, a Campo de’ Fiori), il burattino più famoso al mondo è una figura in fuga la cui ricchezza fantastica non smette di stupire con la sua eleganza pedagogica, con il suo ambiguo polimorfismo, con la sua vena sottile di disillusione o con quello che Giorgio Manganelli, nel suo Pinocchio. Un libro parallelo (1977), ha definito “terrorismo della realtà”.

Antonello Tolve

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).