Manifesto CAE per la Cultura. Dubbi e lacune

Culture Action Europe, in vista delle prossime elezioni politiche, ha diffuso un “Manifesto per la Cultura”, che solleva non poche perplessità.

Culture Action Europe
Culture Action Europe

Recentemente, in vista delle future elezioni politiche del 4 marzo, Culture Action Europe, un network di individui e di organizzazioni culturali attivo a livello internazionale, con l’endorsement di moltissime organizzazioni culturali italiane, ha pubblicato un “Manifesto per la Cultura”.
A leggerne il contenuto, piuttosto che la definizione di “manifesto” sembrerebbe più opportuna quella di “appello”.
Il Manifesto infatti si apre in questo modo: “In occasione delle elezioni politiche 2018, chiediamo ai candidati di tutti gli schieramenti un impegno a sostenere nella prossima legislatura un incremento della quota di bilancio pubblico nazionale dedicata alla cultura fino a raggiungere lo 0,6% nel triennio 2018-2020, dall’attuale 0,3%”.
E in questa frase, che riassume forse in modo un po’ troppo brutale i punti su cui il manifesto si basa, c’è il male della nostra concezione di cultura.
In un momento in cui la cultura e le organizzazioni culturali e creative lottano per conquistare un’interruzione di continuità rispetto alle posizioni assunte in passato, questa richiesta (perché di null’altro trattasi) corre il rischio di lanciare nello sconforto amministrazioni locali e centrali.
Ma come, prima non si fa altro che dire che la cultura è il nuovo asset economico, che con la cultura riusciamo a far migliorare l’economia del Paese, che grazie alla cultura e al turismo l’Italia guadagna ogni anno percentuali del PIL e che la cultura occupa milioni di persone e poi, un manifesto di un’organizzazione internazionale lancia un appello per aumentare la spesa pubblica in cultura?
Per intenderci, ciò che lo Stato italiano spende per la cultura è una quota per nulla dignitosa del proprio PIL, e tale quota diventa addirittura ridicola e indecorosa se alla spesa per la cultura sottraiamo i capitoli di spesa che il Ministero spende per la propria rete territoriale (come dire, i soldi che vanno alla cultura e non alle sovrintendenze o alle altre strutture decentrali del Ministero).
Ma la soluzione a questa problematica non è la questua.

Mancano piani industriali, mancano conoscenze in grado di fornire delle risposte puntuali a quesiti altrettanto puntuali”.

Come per altri soggetti, chi ci governa ha bisogno di comprendere il perché (la cosiddetta Reason Why) debba investire in cultura e, di fatto, molto spesso neanche le organizzazioni culturali e creative riescono a fornire una risposta chiara.
Si balbettano o si proclamano risposte (aumento del benessere dei cittadini, aumento dell’occupazione, etc. etc.), ma sono risposte vaghe.
Mancano piani industriali, mancano conoscenze in grado di fornire delle risposte puntuali a quesiti altrettanto puntuali. Ponendo, per assurdo, che lo Stato italiano funzioni in modo impeccabile (il che è una contraddizione in termini), chi governa il nostro Paese dovrebbe poter calcolare il cosiddetto trade-off tra i vari settori: perché devo finanziare un incremento dello 0,3% in cultura piuttosto che sulle tecnologie? O magari sulle industrie in senso stretto?
Non saranno i manifesti, né le dichiarazioni programmatiche a risolvere la questione.
Il Manifesto CAE propone infatti un programma riassumibile in tre macro aree:
Accessibilità;
Crescita;
Presidi Culturali.
E per ognuna di esse propone delle azioni condivisibili. Ed è questo il punto.
Le azioni proposte sono condivisibili e sono anche condivise dalla grande maggioranza delle persone che ci governano. Il problema non è la condivisione di principi, che quelli ormai sono stati accettati, ma la condivisione di strumenti. Non basta dire che qualcosa è desiderabile perché poi qualcuno la faccia.
È necessario dimostrare che quella cosa va fatta, perché porta a dei risultati che con altri strumenti non si riuscirebbero a ottenere.
In questo, la nostra cultura, è rimasta alla seconda metà del Novecento, e continua a combattere contro un nemico (pur venerandolo in privato) che non è più nemico da tempo.

Stefano Monti

https://cultureactioneurope.org/

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.