Cultura e controcultura. L’editoriale di Marcello Faletra

Da Hannah Arendt a Pablo Echaurren, dalla filosofia agli Indiani Metropolitani. Un breve ma ficcante editoriale di Marcello Faletra per capire a cosa potrebbe servire un po’ di sana controcultura.

Pablo Echaurren, Ci siamo stufati! Sempre lo stesso cioccolato! 1, 1977, tecnica mista su carta, 15 x 20,5 cm
Pablo Echaurren, Ci siamo stufati! Sempre lo stesso cioccolato! 1, 1977, tecnica mista su carta, 15 x 20,5 cm

In un saggio del 1954, Hannah Arendt parlava del destino della cultura in questi termini: “Solo ciò che sopravvive nei secoli potrà rivendicare il titolo di oggetto culturale”. Da una generazione all’altra, la permanenza di uno stesso oggetto culturale ne determina lo statuto di “cultura”. Posta in questi termini, la cultura è un oggetto storico. L’“oggetto culturale” che da secoli porta il nome di “Amleto”, di “Antigone” o “la Cena” di Leonardo, certo, continua a esistere – “sopravvive” – come oggetto storico, ma solo come feticcio. Si mescola con altri oggetti dell’industria culturale, tipici della cultura di massa. Per il turista, vedere Giotto o il supergadget Puppy di Koons a Bilbao non fa differenza. Ma dato che l’arte continua a esserci, la maggior parte degli uomini la vive come crede, come recita un grandioso passo di Kant. Come quel turista che davanti al Partenone esclama: “È beige, è il mio colore!”. Nell’accezione della Arendt, la cultura forma; per il turista, invece, informa. Tuttavia, nella seconda metà del Novecento è emerso qualcosa che non appartiene alla cultura come processo formativo, né alla cultura come consumo: la “controcultura”.

La cultura non è un oggetto ma un soggetto attivo, vale a dire una pratica di sviamento come l’intese Duchamp, e prima di lui Cendrars.

Nata nella trasversalità delle pratiche delle avanguardie storiche, senza alcuna specifica identità, ha scombussolato le buone maniere della cultura ufficiale. Nietzsche nello scenario filosofico, dopo Spinoza, forse ne fu il profeta quando rifiutò Wagner e i suoi adepti con queste parole: “Cornuti sigfridi”. Tutta la sua produzione dopo Il caso Wagner potrebbe essere vista come un manifesto ante litteram della controcultura che si scaglia contro le derive conformiste dell’arte. D’altra parte, un’arte che non dissacra i luoghi comuni e non fa paura che cos’è? – si chiedeva tormentato. Qui la controcultura di Nietzsche è una contro-informazione. Con le parole di Deleuze: “Un atto di resistenza”. E che avrebbe detto Nietzsche degli Indiani Metropolitani del ’77, che dissacravano a colpi di ironia post-situazionista il sistema politico-culturale dell’epoca? Una grande mostra di Pablo Echaurren che dopo il Beaubourg approda a Catania, dal titolo Soft Wall, risponde a questa domanda. Il problema di questa mostra, dice Echaurren, semmai è un altro. La cultura non è un oggetto ma un soggetto attivo, vale a dire una pratica di sviamento come l’intese Duchamp, e prima di lui Cendrars. Come altrove hanno scritto Serena Giordano e Alessandro Dal Lago, è “fuori cornice”. Vive a lato dei fenomeni riconosciuti e, soprattutto, non ha divisa o collocazione. Chissà cosa ne avrebbe pensato Hannah Arendt.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #41

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la filosofia. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009), “Grado Zero” (Navarra Editore, 2011), “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Disimparare Las Vegas. Camp, Postcamp e altri feticci” (in “Feticcio”, Grenelle, 2017). “Memoria ribelle. Breve storia delle Comune di Terrasini e Radio Aut nel ‘77” (Navarra, 2018), “Nomi in rivolta. Il demone del graffitiamo”, in “Sporcare i muri” (Derive Approdi, 2018). È stato animatore e redattore di Cyberzone ed è editorialista di Artribune. Insegna Fenomenologia dell’immagine ed Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.
  • spruix

    prima di parlare di controinformazione si legga meglio Kant e anche Nietzsche

    • marcello faletra

      Signor “spruix”, accolgo volentieri i suggerimenti di ulteriori letture. Sempre.
      Mi suggerisca cosa dovrei leggere ancora di Kant o Nietzsche che non conosca per non cadere più in errore.
      Tuttavia c’è qualcosa nella sua brevissima notazione che non capisco.
      Ecco,
      è il sintagma: “prima di parlare” …Prima di cosa? A chi chiedere dunque
      il permesso di parlare? A lei signor “Spruix”? Se è così, è esattamente
      il contrario di ciò che Kant ha scritto nel brevissimo testo “Che cos’è
      l’illuminismo”, dove dice che si è “minorenni” perché si è obbligati a
      chiedere permessi e giustificazioni (“l’incapacità di servirsi del
      proprio intelletto”).
      I tribunali del sapere non smettono di fare il
      loro bravo lavoro di sbirri, presumendo, appunto, di “sapere”. D’altra
      parte come non notare che coloro
      che pretendono permessi – “prima di parlare…” – sono nemici di un Kant o di un Nietzsche.
      La
      fede feticista in un presunto “sapere” è proprio quello che kant
      stravolse rischiando lo stipendio. Sono convinto che i bigotti del credo
      del sapere sono compari dei bigotti della chiesa.
      Quanto a
      “controinformazione, il testo di Kant “La religione entro i limiti
      della ragione” ne è, seppure in modo molto diverso dall’intendimento a
      cui mi riferisco, un testo di controinformazione anticlericale…come ben
      saprà è arrivato ai limiti dell’ateismo, (Infatti per questo testo ha
      rischiato di perdere lo stipendio).
      La pretesa di carte d’identità
      della conoscenza è l’introduzione al dilettantismo come forma di
      conoscenza, e, soprattutto, alla reazione, che oggi è ben presente sui
      social e nelle istituzione preposte al “sapere”.
      Quanto a Nietzsche,
      aver avuto il coraggio di mandare a quel paese un mito europeo come
      Wagner, orgoglioso antisemita e protofascista, mi basta per parlare di
      “controinformazione” come decostruzione di una macchina mitologica.
      La sua provocazione è troppo contratta per voler esprimere qualcosa.
      Si esponga!

  • Angelov

    Se ben ricordo “Fuori cornice” si occupa di tutti quegli artisti o forme d’arte che per ragioni spesso imperscrutabili non sono ammessi nell’ambito dell’arte contemporanea, nonostante apparentemente ne abbiano tutte le legittimazioni per esserlo; i fumettisti, i writers e gli illustratori in generale ad esempio, ma molte altre categorie.
    Lessi il saggio molti anni fa, ed è possibile che il mio ricordo di esso non sia esatto.