n occasione dei settant’anni di attività di ICOM Italia, un’intervista-focus a Tiziana Maffei sullo stato attuale dei musei italiani, sulle novità introdotte dalla Riforma MiBACT del 2014 e sulle nuove proposte del Comitato italiano di ICOM. Sia in termini di musei e territorio sia sulla spinosa questione del riconoscimento delle professioni museali.

Sarà presidente per il triennio 2016/2019 di ICOM Italia, il Comitato italiano di un’organizzazione internazionale con una storia lunga e importante nel panorama del patrimonio culturale mondiale. Che ruolo riveste oggi ICOM, nello specifico in Italia?
ICOM nel mondo dei musei è l’associazione di più ampia rappresentanza internazionale. La sua costituzione all’indomani della Seconda Guerra Mondiale – in piena emergenza ricostruzione – fu finalizzata a valorizzare il ruolo dei musei per la migliore conoscenza e comprensione tra i popoli; la forza di ICOM ancora oggi è la cooperazione e il costante confronto internazionale sul museo, che è un’istituzione da sempre in trasformazione. ICOM è anche un consolidato punto di riferimento sul piano tecnico scientifico per chi opera con passione, tenacia e rigore nel mondo del museo e in molti casi per gli stessi governi. Il Comitato Italiano, nato nel 1947 con il sostegno del governo italiano e la partecipazione di grandi personalità culturali dell’epoca, ebbe un ruolo determinante per il rinnovamento dei musei italiani nel dopoguerra, in sintonia con gli orientamenti più avanzati di altri Paesi americani ed europei.

Quali sono gli obiettivi del mandato?
Oggi, grazie all’impegno profuso negli ultimi vent’anni dai suoi presidenti e dagli organi direttivi a livello nazionale e locale, e alla crescita esponenziale dei suoi iscritti, assicura una presenza notevole sul territorio e un dialogo costante con le istituzioni pubbliche e con le altre associazioni su temi e problemi di maggiore rilevanza per i musei e per il patrimonio culturale nazionale. Allo stesso tempo si è rafforzato lo spazio di confronto museologico e l’affermazione di una visione internazionale dei musei, con una rinnovata attenzione alla museologia italiana. La ricorrenza dei 70 anni dalla costituzione del Comitato italiano è stata colta per riflettere sul nostro ruolo e costruire una serie di appuntamenti tra Roma, Milano, Genova e Napoli, che approfondiscano in chiave contemporanea le tematiche affrontate nel corso della nostra storia. In questo mandato proseguiremo il lavoro sui contenuti impostati e sviluppati in questi anni, innestati dalle sollecitazioni di approfondimento che pervengono da un mondo museale in continua evoluzione.

Lei è un architetto che ha molto lavorato per il patrimonio culturale, sia nel settore del restauro e salvaguardia dei beni culturali e paesaggistici sia nell’attività di ricerca in ambiti come la museografia territoriale, la comunicazione culturale, la sicurezza del patrimonio e lo sviluppo territoriale in chiave culturale. Inoltre è impegnata nell’insegnamento universitario. Il suo percorso ci introduce a parlare del modello contemporaneo di professionista museale delineato dalla Carta delle Professioni museali di ICOM del 2006, che di fatto richiede “sia una professionalizzazione e una specializzazione sia la massima interdisciplinarità, trasversalità”. Cosa ne pensa?
L’interdisciplinarietà è una necessità in molte attività professionali. Per un architetto è un modus operandi imprescindibile considerando che il proprio lavoro, dall’idea progettuale al suo concretizzarsi, deve inevitabilmente interfacciarsi con discipline diverse e non esclusivamente tecniche. Nel patrimonio culturale la lettura interdisciplinare apre a prospettive diverse sia nell’elaborazione di contenuti che nella gestione. Il museo in quanto istituzione è una macchina complessa, che per svolgere la propria specifica missione deve avvalersi di più professionalità capaci di operare in una logica di squadra. Ciò implica un’alta specializzazione costruita sulla capacità di confronto costante. Correttamente si parla di interdisciplinarietà e non di multidisciplinarietà. Interagire vuol dire comprendere, rielaborare, cooperare.

La ricorrenza dei 70 anni dalla costituzione del Comitato italiano è stata colta per riflettere sul nostro ruolo e costruire una serie di appuntamenti tra Roma, Milano, Genova e Napoli, che approfondiscano in chiave contemporanea le tematiche affrontate nel corso della nostra storia“.

Ancora in merito alle professioni museali, la Carta tratta l’urgenza della formazione e, al punto successivo, del volontariato. Questioni spinosissime, che implicano da una parte le falle di un sistema universitario che comunica poco o male col MiBACT (e con la realtà del mondo del lavoro), e dall’altra una forma di precariato dilagante che colpisce la maggioranza dei professionisti dei beni culturali. Crede che dette “urgenze” possano diventare concreto oggetto di discussione in Parlamento?
Che l’università italiana viva un prolungato momento di difficoltà è evidente. Il criticabile ripiego accademico di alcuni corsi di laurea trova purtroppo il contraltare in poco credibili quanto inutili corsi iperspecialistici. Esiste sicuramente un problema di titoli universitari e di riconoscibilità degli stessi per accedere ai concorsi o alle iscrizioni agli albi. Nel mondo del museo ciò è ancora più accentuato dal fatto che non esiste una figura ad hoc; una condizione che ha corrisposto in passato a un intenso dibattito all’interno di ICOM Italia, alla fine del quale si è stabilito che la complessità e la diversità degli istituti non potesse corrispondere a un percorso formativo con il riconoscimento di uno specifico titolo universitario, quanto piuttosto alla necessità che solidi percorsi universitari siano accompagnati da aggiornamenti e soprattutto esperienze professionali. Questione che lo stesso Ministero dovrebbe affrontare in caso di concorso: come nell’ultimo che ha penalizzato le esperienze di lavoro a favore della formazione universitaria prolungata, spesso inadeguata alle esigenze professionali del museo contemporaneo.

Come si muove ICOM, in questo senso? E con quali propositi?
È comunque un tema molto sentito dal Comitato Italiano. Oggetto di dibattiti all’interno di alcune nostre commissioni tematiche, in parte confluite nel secondo quaderno del Laboratorio per la Riforma sui Profili Professionali. Argomento, inoltre, del prossimo appuntamento di ICOM Italia che si terrà a ottobre a Milano e che sarà dedicato a “I professionisti per una dimensione museale in continua trasformazione”. Il problema in Italia è la poca credibilità data al patrimonio culturale e al significato che assume per la società. Ciò ha una ricaduta anche sul coinvolgimento improprio del volontariato, considerato purtroppo dalle stesse amministrazioni un facile surrogato del personale di accoglienza e vigilanza, e non una forma di partecipazione possibile e opportuna a condizione che sia garantita da una conduzione professionale del museo che accoglie volontari. Il problema non è il precariato in questo settore ma la possibilità che vi sia una domanda stabile di occupazione professionale al di là della tipologia di contratto e senza trascurare i nuovi scenari di gestione che introducono un diverso rapporto pubblico-privato. Come ICOM Italia proseguiremo nel nostro impegno per contribuire all’elaborazione di politiche culturali nazionali e territoriali, sostenendo una svolta culturale prima che normativa. Nella consapevolezza che, come dimostra la difficile esistenza dei nostri musei, sono le pratiche che permettono di raggiungere o meno dei risultati.

Tiziana Maffei
Tiziana Maffei

Ed eccoci alla Riforma MiBACT del 2014, che ha previsto, tra l’altro, la sospirata autonomia per i musei italiani, la valorizzazione delle arti contemporanee, dell’architettura e delle periferie urbane, e una piena integrazione tra cultura e turismo. Quali secondo lei – al di là delle polemiche – i suoi punti di forza e di debolezza?
ICOM Italia ha sostenuto fin dall’inizio questa riforma, anche con decisi e vivaci dibattiti interni. Riforma caratterizzata da un lunghissimo e ostacolato percorso nel passato, concluso con la significativa accelerazione dovuta a Franceschini, essa riconosce la definizione internazionale di museo di ICOM restituendo, rispetto a quanto già definito dal Codice, la vitale funzione di ricerca del museo e la sua finalità di diletto. Avvia i musei sulla strada dell’autonomia, ma soprattutto prevede la nascita di un Sistema Museale Nazionale costruito sulla base di requisiti minimi di qualità validi nell’intero territorio nazionale. La polemica si è focalizzata purtroppo sui direttori dei musei resi autonomi e non sulla complessità per questi musei di costruire rapidamente una missione e la corrispettiva pianificazione strategica sulla base delle necessarie professionalità. Così come poca attenzione è stata data alle reali difficoltà dei neonati Poli Museali Regionali, alla complessa separazione con le Soprintendenze che ha coinvolto, forse con insufficiente ponderazione, risorse umane, beni, patrimoni, servizi, in una struttura peraltro già in grande difficoltà. Come sempre accade in Italia, tutto questo ha creato un’emergenza organizzativa che non ha considerato gli imprescindibili aspetti tecnici.

Quali sono le vostre aspettative?
Oggi aspettiamo il decreto che renda possibile il Sistema Museale Nazionale attraverso i Sistemi Regionali. È chiaro che tutto questo non potrà far a meno di investimenti reali sulle politiche culturali che dovranno corrispondere ad accordi, a programmazioni, a verifiche costanti, alla necessità di operare in una logica di sostenibilità agendo attraverso professionalità. È urgente superare la questione del personale nei musei per i quali la costruzione degli organigrammi non corrisponde ad alcuna verifica delle esigenze funzionali dei nuovi musei e alla presenza delle necessarie competenze, dimostrando che forse la realtà di un’istituzione museale si conosce ancora molto poco.

Ci darebbe una sua valutazione anche sull’Art Bonus?
L’Art Bonus ha introdotto un meccanismo agile di sostegno a politiche culturali, anche locali, dedicate al patrimonio culturale. L’aspetto interessante è sicuramente un’attenzione rivolta non più esclusivamente alle problematiche di restauro ma pure di gestione, potendo essere previsto il sostegno alle attività degli istituti culturali. Una questione nodale ancor più apprezzabile considerando che permette al cittadino, sia esso persona fisica o giuridica, di partecipare coscientemente alla vita culturale del nostro Paese. Ci auguriamo che sempre più elevata sia la qualità e l’integrazione dei progetti per i quali si richiede un sostegno economico, e la diffusione di tale possibilità.

Il problema in Italia è la poca credibilità data al patrimonio culturale e al significato che assume per la società“.

Qual è il suo punto di vista sullo stato attuale dei musei italiani in rapporto agli standard minimi di qualità museale in relazione ai musei esteri? Quale istituzione museale, anche in ambito internazionale, potrebbe rappresentare un modello di museo veramente contemporaneo e perché?
Il panorama è molto variegato: vi sono istituti in questi anni molto impegnati e una realtà di contenitori espositivi che nulla hanno a che fare con il museo in quanto istituzione culturale, dove peraltro è del tutto inesistente il personale professionale. Per molti di questi è opportuno valutare se sia possibile l’inserimento nei Sistemi Museali Regionali garantendo i livelli minimi di qualità previsti, o se sia possibile una gestione anche in rete con funzioni parziali rispetto a quanto previsto dalla definizione di Museo. Centri di comunità patrimoniale gestiti pure attraverso il volontariato; depositi attrezzati visitabili nei quali perfezionare l’imprescindibile funzione conservativa limitando a circuiti temporanei di valorizzazione i beni custoditi. In ogni caso è necessario entrare nel merito di ciascuna realtà in una logica di progetto culturale di sistema, poiché non è più possibile investire senza una pianificazione complessiva a medio e lungo termine. È in questo approccio che non condivido l’idea di modello di museo contemporaneo.

Ci spieghi meglio.
Definire un modello significa contraddire lo spirito evolutivo connaturato al museo: ogni museo è un caso singolare e più che mai in Italia abbiamo necessità di sostenere questa sorta di straordinaria biodiversità identitaria poiché è l’insieme delle differenze che darà forza alla sottovalutata infrastruttura culturale costituita da musei, archivi e biblioteche. Ogni museo deve individuare la propria specifica missione in rapporto alle proprie collezioni, al proprio contesto, al possibile lavoro con le comunità, ai potenziali pubblici e alla concreta possibilità di svolgere le funzioni proprie del museo grazie alla presenza di professionisti. Non dimentichiamo inoltre che oggi i musei devono confrontarsi con le potenzialità offerte dall’ambiente digitale. Questo in piena coerenza con la propria missione e la possibilità di ampliarla considerando i pubblici a distanza che, pur non fruendo fisicamente dello spazio museale, potranno disporre di molti altri servizi legati alla ricerca, alla comunicazione, a percorsi di conoscenza partecipata.

Le reti museali e i rapporti con il territorio e la sua comunità, i musei e i paesaggi culturali – argomento di discussione dell’ultima Conferenza Internazionale ICOM Italia svoltasi a Milano nel 2016 ‒ sono temi importanti e prospettive gestionali innovative e strategiche per i musei del terzo millennio. Quali sono i nodi fondamentali su cui i musei italiani devono saper puntare e lavorare in questo senso?
ICOM Italia nel proporre all’attenzione della museologia internazionale il tema di Musei e Paesaggi Culturali ha sviluppato la dimensione italiana del tradizionale rapporto tra collezioni custodite e territorio in una chiave assolutamente contemporanea d’interesse mondiale. Con la Carta di Siena approvata dalla Conferenza Permanente delle Associazioni Museali abbiamo sostenuto la necessità di costruire un nuovo modello di gestione del patrimonio culturale fondato sulla cooperazione tra Stato e comunità. In questo nuovo sistema, i musei, nell’assumere il ruolo di presidi territoriali di tutela attiva, possono essere strumenti di educazione al patrimonio culturale e contribuire quali centri di responsabilità patrimoniale alla costruzione di stili di vita sostenibili in rapporto al patrimonio culturale. Non si può continuare a percepire la cultura come altro da sé o argomento da addetti ai lavori.

Il ministro Dario Franceschini, ICOM Milano 2016
Il ministro Dario Franceschini, ICOM Milano 2016

Ci fa qualche esempio concreto?
Giovanni Urbani considerava il patrimonio culturale come una componente ambientale antropica necessaria al benessere dell’uomo e parte dell’equilibrio ecologico in cui l’uomo vive. Musei e Paesaggi Culturali è la visione del museo attuale quale istituto capace d’intessere relazioni con il territorio, di coinvolgere le comunità, non solo garantendo il diritto alla cultura di ogni essere umano, ma stimolando la responsabilità dello stesso rispetto al proprio ambiente di vita. Il museo può fornire gli strumenti per formare la coscienza dell’abitare i luoghi e la capacità di riconoscere i significati identitari da “valorizzare”, in quanto espressione della propria contemporaneità, ma soprattutto da “patrimonializzare” con impegno di trasmissibilità nel tempo. Sarebbe possibile grazie a questi rinnovati istituiti museali chiudere il cerchio, superando la polemica per la quale, a seguito della Riforma del MiBACT, la perdita amministrativa da parte delle Soprintendenze dei musei statali ha corrisposto a un’azione di separatezza dell’azione di tutela dal territorio; e operare, viceversa, nell’approccio introdotto dalla Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa nel quale, grazie ai musei, le comunità cooperano attivamente con lo Stato per la salvaguardia concreta dei Paesaggi Culturali.

Per concludere, può suggerirci almeno cinque musei per lei esemplari in Italia che gli altri Paesi dovrebbero “copiare”?
Non credendo in un modello di museo ritengo sia poco opportuno copiare; vorrebbe dire non identificare come museo la propria unica missione sulla base di ciò che si è. Credo sia più utile valutare le numerose sperimentazioni in atto, cercando di comprendere contesti e situazioni. Ad esempio, la scelta di alcuni grandi musei internazionali di rendere completamente accessibili le proprie collezioni la trovo esemplare. Interessante il lavoro di rinascita territoriale che sta svolgendo il Palazzo Reale di Genova nella doppia veste di museo autonomo e Polo museale della Liguria. Significativa, per testare il possibile rapporto tra musei e paesaggi culturali, l’attività svolta nel contratto di fiume dell’Ecomuseo della Valdaso. Confortante la capacità gestionale del Vittoriale. Provocante la rapida mutazione de La Galleria Nazionale di Roma, così come il successo del Museo Salinas di Palermo. Molte altre situazioni sarebbero da menzionare a dimostrazione dell’impegno di istituzioni piccole e grandi che vivono purtroppo in un perdurante stato di instabilità.

Che cosa si augura per i musei italiani?
Oggi apparentemente sembra che il museo italiano viva un momento favorevole: anche a livello di popolarità sta mutando nell’immaginario collettivo l’idea del museo come luogo polveroso da addetti ai lavori. Attenzione quindi a non perdere questa opportunità banalizzando i contenuti. Il museo, recuperando l’originario concetto di museion, può essere il luogo di scambio culturale, ricerca, studio, cittadinanza attiva, rigenerazione e produzione culturale. Questo vuol dire investire concretamente nella gestione assicurando la quotidiana azione culturale dei musei.

Valentina Tebala

www.icom-italia.org

CONDIVIDI
Valentina Tebala
Valentina Tebala è critica e curatrice indipendente d’arte contemporanea. Laureata in Storia dell’Arte a Bologna con una tesi di ricerca in Teorie e Pratiche della Fotografia, ha frequentato il Corso per curatori della School for Curatorial Studies di Venezia e attualmente studia presso la Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici di Bologna. Ha ideato e collaborato all’organizzazione e la curatela di mostre, progetti artistici ed editoriali presso spazi pubblici e privati in Italia, focalizzando maggiormente il suo lavoro e la sua ricerca in Calabria, dove vive. Ha realizzato contribuiti critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte; scrive per la rivista trimestrale d’arte contemporanea Smallzine e per Artribune. Fa parte dell’associazione non profit CatArTica Care – composta da artisti, musicisti, curatori e critici d’arte –, nata in provincia di Reggio Calabria per la promozione della cultura e delle arti contemporanee in dialogo costante con il territorio d’appartenenza e oltre i suoi confini.
  • Alf Sig

    A me questa storia dei poli museali regionali puzza tanto di fuffa. Salvo pochi casi le Regioni restano istituzioni troppo lontane dai territori per pensare di poterne organizzare veramente reti e servizi. Dal canto loro, gli amministratori locali rispondono al proprio bacino elettorale, quindi l’idea che in loro prevalga davvero la cooperazione e la volontà di fare rete è mera utopia: individualismo e campanilismo sono congenite nei Comuni italiani. Sarà pur vero che i principali musei italiani stanno vivendo un momento di popolarità, però è anche vero che questo riguarda il numero di visitatori, un parametro che andrebbe incrociato con altri per poter fare valutazioni efficaci (possibilmente senza accantonare la funzione conservativa). Resta che l’Italia è Paese dal museo diffuso ma anche di diffusi musei. D’accordo che molti piccoli musei locali sono nati a sproposito, per gratificare il sindaco o l’assessore di turno, ma problemi economici, organizzativi e di governance affliggono anche strutture importanti, che rischiano di pagare una sorta di “selezione naturale”, derivante da visioni e modelli che tendono a premiare il centro e abbandonare le periferie, a valorizzare i punti nevralgici di percorsi turistici consolidati, perdendo l’opportunità di favorire la nascita e lo sviluppo di forme di turismo alternativo.