Il miele, la lepre e altre storie

Nettare prelibato, ma anche insospettabile materia prima del gesto artistico, il miele è un elemento ricorrente nella storia della creatività contemporanea. Da Joseph Beuys a Pierre Huyghe.

Non è minerale né vegetale né tantomeno animale, eppure è commestibile. Per questo e altro il miele si caratterizza per una lunga serie di contraddizioni: nonostante la sua bontà, se si analizza il procedimento con il quale viene prodotto dalle api si sfiora l’orlo del nauseabondo, considerando che passa per le bocche di più insetti per poi venir definitivamente rigurgitato in cellette di cera dove, dopo una stagnazione di oltre un mese, raggiunge la completa maturazione. Davvero una storia poco appetibile per una sostanza la cui dolcezza raggiunge quasi il limite dell’esagerazione, mentre la sua viscosità e appiccicosità lasciano ovunque il segno del suo passaggio con l’alone dorato del colore che, a seconda della sua provenienza, passa dalla quasi totale trasparenza a un bruno scuro. Oltre che cibo per le api – la cui estinzione, come ha ribadito un recente rapporto commissionato dalle Nazioni Unite, avrebbe conseguenze devastanti sull’agricoltura e dunque sul genere umano – e dolcificante per gli esseri umani, il miele è stato uno dei primi strumenti per la conservazione di altri alimenti, poiché la sua alta concentrazione zuccherina non permette la proliferazione di batteri e altri agenti patogeni.
Non è certo per questo motivo che il fotografo Blake Little ha rovesciato dozzine di secchi di miele sui corpi nudi dei suoi modelli per trarne immagini che riescono a fondere la bellezza della luminescenza traslucida con il senso di soffocamento di volti trasfigurati da uno strato colante di miele. Dai bimbi alle anziane signore, dalle ragazze ai maturi uomini obesi, ogni minima curva dei corpi assume una luce diversa che la evidenzia e la miscela con la liquidità del miele che asseconda con lentezza la legge di gravità, quasi per permettere al fotografo di fissare il movimento con maggior tranquillità. Le immagini che ne risultano non sono però pacate: senza essere inquietanti, non riescono a giustificare una scelta che non sia soltanto superficiale; rimangono una domanda in sospeso.

Joseph Beuys, Honigpumpe am Arbeitsplatz, 1977. Performance at Documenta, Kassel

Joseph Beuys, Honigpumpe am Arbeitsplatz, 1977. Performance at Documenta, Kassel

L’ESEMPIO DI BEUYS

Le risposte, quelle fondamentali sul senso e il significato dell’arte, le ha invece sussurrate Joseph Beuys al corpo esanime di una lepre nella sua performance How to Explain Pictures to a Dead Hare (1965). Anche qui s’incontra il miele, ma con un ben differente significato simbolico. Associato alla foglia d’oro e alla mirra, ricopre il viso dell’artista mentre regge in braccio la lepre e per tre ore si astrae dal mondo, dalla galleria dove si svolge l’azione, e si isola dal pubblico che è costretto a osservarlo in un modo del tutto voyeuristico soltanto dalla porta e dall’unica finestra che si affaccia sulla strada. Gli spettatori passivi, la gente, gli estranei non possono comprendere l’arte. La lepre, nonostante non sia più in vita, è invece “dotata di più capacità di intuizione degli uomini ingabbiati nella loro fredda razionalità”. Sul viso dell’artista, l’oro (inteso come la forza della natura) e la mirra (la saggezza insita nel cuore) si contrappongono e si mescolano con il prodotto delle api, che rappresentano il vero apice di una società animale basata sull’uguaglianza e l’instancabile cooperazione per uno scopo comune, la perfezione dell’istinto che unisce le singole unità e le collega tra loro. L’addensante, il dolce nettare che sta in tutte le celle dell’alveare, è come il sangue del corpo umano che circola per tutto l’organismo per distribuire la forza vitale a ogni singola cellula.
Ed ecco quindi un’altra opera fondamentale di Joseph Beuys, la Honigpumpe am Arbeitsplatz che nel 1977 ha occupato con centinaia di metri di tubi di plastica il Museum Fridericianum di Kassel nei cento giorni della Documenta 6. All’interno dei tubi, spinti da due grandi motori alloggiati nelle cantine, due tonnellate di miele passavano per tutte le sale dove si svolgevano discussioni, seminari, film e performance della Free International University fondata da Beuys insieme allo scrittore Heinrich Böll. L’energia (del miele) e il calore (delle macchine in azione) non sono simboli ma rappresentazioni realistiche della “scultura sociale” che deve portare alla trasformazione fisica e spirituale dell’uomo per un’arte davvero totale. Il miele che circola per le sale come il sangue che ossigena gli organi vitali e soprattutto il cervello.

Pierre Huyghe, Untilled (Liegender Frauenakt), 2012, courtesy MoMA, New York

Pierre Huyghe, Untilled (Liegender Frauenakt), 2012, courtesy MoMA, New York

IL MIELE IN TESTA

Meno mentali, anche se coinvolgono la testa (nel senso anatomico del termine), sono due altre opere che hanno a che fare con api e miele. La prima è Untilled di Pierre Huyghe: un nudo femminile di cemento con il capo sostituito da un vero alveare brulicante di api, un corpo freddo e immobile ma con la testa in costante lavorio produttivo. La seconda opera è Live-In Hive, una performance proposta nel 1976 da Mark Thompson: un cubo di vetro ha un buco nella faccia inferiore nel quale l’artista infila la testa. All’interno del cubo una colonia di api costruisce il proprio alveare e si lascia osservare nell’intimità per quasi un mese dall’artista, che diviene così un protagonista passivo della vita societaria della comunità degli insetti. Sarebbe stato perfetto se avesse condiviso anche il cibo, il dolce nettare degli artisti e degli dei.

Carlo e Aldo Spinelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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Carlo Spinelli

Carlo Spinelli

Laureato in Lettere Moderne e iscritto a Storia Antica, viaggia mangia e scrive in ordine sparso per ItaliaSquisita, Rolling Stone, La Cucina Italiana e Wired. Approfondendo l'antropologia dell'alimentazione nel contemporaneo mangiare, tra culture e geografie all'antitesi, ama in egual misura…

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