Scultura e archivio. Una monografia per Stefano Canto

È stata appena pubblicata “Concrete Archive”, una monografia – edita da Drago – sull’artista romano Stefano Canto. Il volume è una narrazione dedicata agli ultimi anni del suo lavoro, un’analisi sul rapporto che Canto ha con la forma e la materia. All’insegna di una scultura che indaga le dinamiche stesse di questo genere.

Stefano Canto. Concrete Archive - Drago, Roma 2016
Stefano Canto. Concrete Archive - Drago, Roma 2016

MATERIA, FORMA, ARCHITETTURA
“’Scomporre per conoscere e ricomporre per comunicare’, è una frase dell’archeologa Clementina Panella in cui mi ritrovo molto”, racconta Stefano Canto (Roma, 1974), in occasione dell’uscita di Concrete Archive, la sua monografia – edita da Drago, casa editrice di ricerca con base a Roma – che raccoglie immagini di opere, passate e recenti, e testi di autori che si sono confrontati con alcuni specifici progetti della sua ricerca.
Sfogliando il volume, molto curato nella veste editoriale e grafica, sin dalla copertina si entra immediatamente nel vivo del lavoro di Stefano Canto, con un bel contributo di Valentina Gioia Levy che analizza propensioni e dilatazioni della sua opera, partendo da una riflessione sulla forma, prendendo in prestito una citazione dal Mies van der Rohe di Die form (1924), che vale la pena citare vista la diffusione, anche in Italia, di una scultura capace di interrogarsi sulla forma: “Caro Dr. Riezler, io non attacco la forma, ma solo la forma come fine. E l’attacco sulla base della mia esperienza. La forma come fine sfocia inevitabilmente nel formalismo. Perché si occupa solo dell’aspetto esteriore delle cose. Ma solo ciò che ha vita al suo interno può avere un esterno vivente. Solo ciò che ha una vita intensa può avere una forma intensa […]. Noi non giudichiamo tanto il risultato quanto il processo creativo. È proprio questo che indica se la forma è stata trovata partendo dalla vita o per se stessa”. Ricostruendo, sin dagli esordi, le sfaccettate componenti della ricerca di Canto, non si poteva non partire da un padre nobile dell’architettura. Canto infatti ha studiato architettura e al rapporto tra forma e spazio, anche pubblico, è legata una buona parte della sua indagine. Come accade per molti artisti della sua generazione, Stefano Canto ricostruisce brandelli di realtà partendo proprio da essa. Sono l’oggetto, il materiale d’uso e il contesto a suggerirgli una possibile combinazione di senso e spazio, cercando – come ci suggerisce in una conversazione via mail – “di trasformare in materia la società dell’effimero in cui viviamo”.

Stefano Canto. Concrete Archive - Drago, Roma 2016
Stefano Canto. Concrete Archive – Drago, Roma 2016

LE TRACCE DEL TEMPO
Uno dei suoi progetti più recenti, sviluppatosi durante una residenza a Milano per VIR Viafarini, va citato a titolo esemplificativo per comprendere le dinamiche del lavoro di Canto e ciò che Concrete Archive esplicita nelle diverse pagine di analisi e repertorio di immagini.
Installando una serie di frammenti di ghiaccio di piccole e medie dimensioni su cumuli di polvere di cemento, ha composto un lavoro scultoreo mutante, che fa emergere il valore della forma nella sua medesima trasformazione in atto. L’interazione tra gli elementi, il consolidamento del cemento e la relativa conformazione di una porzione di spazio mette in moto una ciclicità, che è poi quella cha appartiene anche all’architettura negli spazi del privato e della socialità. Il tempo è pertanto uno dei fattori primari del suo lavoro, poiché la sua scultura è una pratica che spesso intende registrare proprio lo scorrimento del tempo su un determinato oggetto o materiale, dal tronco di un albero bruciato a una determinata immagine recuperata in quell’archivio sconfinato che è proprio la memoria.
A tal proposito, Fabio Di Carlo, Salvatore Davì, Mike Watson, Emanuela Nobile Mino e Carmen Stolfi – ovvero gli altri autori dei testi presenti nella monografia – rivelano ulteriori tangenze tra il lavoro di Canto e altre discipline. Così come i mezzi di espressione dell’artista, che includono anche la fotografia, il disegno e il collage. Ma questa pluralità è emersa anche in Concrete Archive, la mostra di Canto negli spazi della galleria Matèria di Roma, che ha collaborato attivamente alla realizzazione del volume, dall’omonimo titolo.

Lorenzo Madaro

Stefano Canto. Concrete Archive
Drago, Roma 2016
Pagg. 128, € 28
ISBN 9788898565160
www.dragolab.com

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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 2010 è critico d’arte dell’edizione pugliese di Repubblica. Scrive anche per “La Repubblica”, “La Repubblica - Roma”, Alfabeta2 e altre riviste di settore. Tra le mostre recenti curate, Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (con A. Lacarpia, Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità. Per Artribune cura la rubrica Futuro remoto.