Gustavo Aceves alla Porta di Brandeburgo. L’intervista

Un progetto colossale, che attraversa i continenti per parlare di tolleranza e diritti dell’uomo. Da Pechino a Berlino, e poi sarà la volta di Venezia, per finire – dopo molte altre tappe – a Città del Messico. Ne abbiamo parlato con l’artista Gustavo Aceves.

Gustavo Aceves, Lapidarium - Berlino, 2015 - courtesy Studio Gustavo Aceves
Gustavo Aceves, Lapidarium - Berlino, 2015 - courtesy Studio Gustavo Aceves

Il tuo percorso artistico si è affermato, negli anni e nel gusto dei collezionisti che ti seguono, attraverso il linguaggio della pittura. Quali sono i linguaggi e i materiali che caratterizzano Lapidarium?
Questo è un progetto scultoreo e installativo che mette in dialogo molti materiali come marmo, bronzo granito, ferro e resina. Interamente prodotto in Italia, in piccola parte tra Firenze e Bologna e per la maggior parte nei laboratori di scultura di Pietrasanta, l’idea del lavoro nasce ad hoc per una mostra personale che ho inaugurato nel 2014 a Pietrasanta.
La mostra aveva già questo titolo ma non ancora l’idea del progetto che abbiamo presentato a Berlino e che poi arriverà in altre città come Genova, Venezia, Parigi, Londra, Pechino e Città del Messico. Siamo alla prima tappa di un grande viaggio di città in città attraverso l’evoluzione dei lavori sia in termini espressivi che quantitativi.

Di cosa parla Lapidarium? Quali sono le suggestioni?
Le suggestioni storiche e visive più forti stanno tra la barca di Caronte e il cavallo di Troia. Il tema ruota attorno alla migrazione vista come fuga, come scoperta, come viaggio, ma anche come xenofobia e conquista, nell’ottica di una storia che si ripete dagli albori dell’umanità. I cavalli – tutti diversi tra loro – simboleggiano le migrazioni attraverso le epoche e le latitudini. Sono simbolo di una migrazione eterna, senza volersi riferire a un contesto o a un’epoca specifici.
Le città sono state scelte sia per le relazioni con i temi dell’intolleranza, della persecuzione, della fuga, della libertà, della conquista. Pechino e Città del Messico stanno ai fuochi di un’ideale ellisse che dà il senso del viaggio ciclico.

Gustavo Aceves, Lapidarium -  Berlino, 2015 - courtesy Studio Gustavo Aceves
Gustavo Aceves, Lapidarium – Berlino, 2015 – courtesy Studio Gustavo Aceves

Dalla Biennale di Pechino alla mancata Biennale di Venezia. Raccontaci…
Dalla mostra in piazza e nel chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta si consolidò l’amicizia e la stima di Francesco Buranelli per il mio lavoro. L’ex direttore dei Musei Vaticani mi aveva già notato alla Biennale di Pechino, dove esponevo il mio grande dipinto premiato e censurato che conteneva trascritta in ideogrammi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Avevo impiegato un anno di vita nomade per la Cina a imparare la calligrafia e il comitato di censura non credeva fossi stato io a scrivere quelle frasi…
Dopo Pietrasanta, Buranelli mi propose di partecipare al primo Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia. Il grande progetto iniziava allora, ma non ero pronto per affrontarlo e dovetti rimandare.

Chi sono i partner adesso?
A Berlino il Kulturprojekte Berlin, Jarmschek + Partner e l’Ambasciata del Messico a Berlino. Via via, ogni città matura altri sostegni legati alle possibilità del progetto di compiersi. Anche le altre location sono scelte in punti nevralgici.
Al di là dei partner, comunque, il grande impegno che mi vede coinvolto in prima persona, anche economicamente, si lega al sostegno dei miei collezionisti di opere pittoriche. A Berlino sono ventuno cavalli, o meglio parti di esso che si completano solo nell’ultima scultura: il cavallo si forma progressivamente dalla fine della piazza alla porta di Brandeburgo, libero dalla barca e con un cuore nel ventre.

Gustavo Aceves, Lapidarium - Berlino, 2015 - courtesy Studio Gustavo Aceves
Gustavo Aceves, Lapidarium – Berlino, 2015 – courtesy Studio Gustavo Aceves

La tappa di Berlino ha coinciso con l’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, che ha segnato un capitolo indicibile nell’apice dell’intolleranza razziale e culturale. Che relazione c’è fra te come cittadino messicano e il tema che affronti? Teresa Margolles in modo molto diverso affronta la stessa ricerca. Quale pensi sia il tuo contributo di artista in questo senso?
La data enfatizza il messaggio di pace e la riflessione che voglio lanciare. Per farlo mi serviva un’opera immensa, imponente, scultorea appunto. Non mi interessa lo scandalo nel mio lavoro, non voglio stupire, ma far riflettere. Non denuncio, non ho un taglio giornalistico o documentaristico, mai. Il valore che cerco – a differenza di Teresa, che è un’artista che stimo moltissimo – è principalmente estetico. Un silenzio con cui sospendere il tempo, uno spazio muto di riflessione di cui ognuno può appropriarsi.
Sono ormai vent’anni che vivo fuori dal Messico e quattro che vivo a Pietrasanta. La mia riflessione probabilmente ha radici nel posto dal quale vengo, ma acquista volutamente un carattere non topico e specifico. Piuttosto è una rappresentazione dell’eterno ritorno nietzschiano. Un auspicio per iniziare a capire il principio di una pulsione umana verso la ricerca di migliori condizioni e quindi una riflessione su quanto alcuni luoghi siano inospitali. Un invito a non a cercare il colpevole, a non temere il prossimo, a combattere la corruzione.

Prossima tappa?
A Venezia a fine agosto, quando il progetto troverà sede con altri lavori sull’isolotto artificiale che sta dietro lo Spazio Thetis. Arriveranno cinquanta cavalli come naufraghi superstiti. Così andranno avanti le opere, diventando sempre più complesse di sede in sede, fino a raggiungere il numero di cento in Messico, Paese nel quale muoiono continuamente persone nel tentativo di valicare il confine con gli Stati Uniti.
Siamo troppo intolleranti verso la migrazione, lo siamo da sempre. Siamo da sempre migranti, l’umanità è nata da individui in migrazione verso condizioni di vita migliori e non dovremmo dimenticarlo.

Federica Forti