Reportage dalla 15esima edizione del festival Ipercorpo e dalla mostra “La stanza del padre”. Sullo sfondo dello spazio multidisciplinare di EXATR, a Forlì.

Una vecchia autorimessa e officina di riparazione delle corriere costruita nella metà degli Anni Trenta a Forlì, circondata da edilizia popolare ma a due passi dal centro storico, è il fulcro propulsore della XV edizione del festival Internazionale delle Arti dal Vivo Ipercorpo.
L’EXATR è uno spazio storico tutelato dai Beni Culturali ed è, da tempo, oggetto di un progetto di riqualificazione e di necessaria messa in sicurezza che deve però ancora partire. I promotori di questa coraggiosa operazione sono le associazioni Città di Ebla e Spazi Indecisi, insieme al Comune di Forlì. L’investimento messo in campo è di 1 milione di euro ed è co-finanziato per il 50% dalla Regione Emilia Romagna. Nel cortile della struttura, dove è stato allestito un bar temporaneo e un food truck che serve rigorosamente piadina fritta da passeggio e passatelli asciutti, incontriamo Claudio Angelini, fondatore di Città di Ebla e, insieme a Mara Serina con la collaborazione di Valentina Bravetti, curatore della sezione teatro e danza del festival. Informalmente l’anima della manifestazione. Ha le idee molto chiare su quello spazio, di cui ha la gestione fino al 2023, assegnatogli con un bando del 2015, e sottolinea l’importanza di mantenere questo luogo integro. Per integrità s’intende rispettare la missione dello spazio, ovvero offrire alla città una piattaforma di condivisione e di partecipazione, di scambio di saperi, d’incontro, e soprattutto una struttura che mantenga “un afflato produttivo”. Una riqualificazione in cui non prevalga il contenitore, l’architettura, bensì il contenuto, dalla spiccata impronta sperimentale, progettuale e didattica. Non a caso durante il festival si è tenuta anche una masterclass, giunta alla seconda edizione, in cui operatori europei hanno condiviso la propria esperienza e professionalità con giovani artisti e manager di compagnie di teatro e danza. O laboratori che hanno messo in connessione alcuni performer con la cittadinanza, per quest’edizione con le Case ACER.

Ipercorpo, Forlì 2018. Laboratorio Acer col ballerino Andrea Costanzo Martini
Ipercorpo, Forlì 2018. Laboratorio Acer col ballerino Andrea Costanzo Martini

UN FESTIVAL, PIÙ DISCIPLINE

L’atmosfera che si respira ricorda quella dei primordi del Link di Bologna, anch’esso, ai tempi, luogo dove regnava la commistione indisciplinata di ambiti creativi diversi e la sperimentazione faceva da padrona, con un pubblico affezionato, appassionato e una dimensione quasi di famiglia allargata. Amalgamare discipline creative diverse ma molto vicine tra loro quali il teatro, la danza, la musica e l’arte, è anche l’obiettivo del festival Ipercorpo che si è tenuto dal 20 al 27 maggio intorno al tema del padre. Un tema complesso e corale che, spiega Angelini, è la naturale evoluzione delle tre precedenti edizioni intitolate Presidio (2015), Cosa rimane (2016) e Patrimonio (2017).
Il cartellone degli spettacoli ha visto, tra le altre, la presenza di Claudia Castellucci ‒fondatrice a Cesena, insieme al fratello Romeo, a Chiara e Paolo Guidi, della Socìetas Raffaello Sanzio ‒ che ha esplorato la complessa ritualità del gesto della danza in grado di costruire nuove forme di comunità con lo spettacolo Verso la specie. Gruppo nanou, collettivo di danza ravennate, ha presentato un lavoro site specific, dal titolo Il colore si fa spazio, tappa di un lungo percorso di ricerca coreografica con la collaborazione di Daniele Torcellini, docente di Cromatologia per le Accademie di Belle Arti di Genova e Verona.
Particolarmente incentrato sulla riscoperta del piacere infantile per il gioco è stato lo spettacolo del coreografo israeliano Ofir Yudilevitch, Gravitas. Su un grande tappeto gonfiabile allestito col pubblico tutto intorno, simile a un vero ring, si sono “sfidati” due corpi seguendo una partitura fatta di salti, danza e acrobatica in un rapporto di forza, odio e amore: un rapporto fatto di sguardi, prese violente, abbracci forzati, avvicinamenti e rifiuti. Una sorta di lotta armoniosa fino allo sfinimento fisico.

Veduta della mostra La stanza del padre e performance di Agata Torelli, Forlì 2018. Photo Gianluca Camporesi
Veduta della mostra La stanza del padre e performance di Agata Torelli, Forlì 2018. Photo Gianluca Camporesi

NEL SEGNO DEL PADRE

Ma a sviscerare ancora più a fondo il tema del festival è stata la piccola ma densa mostra dal titolo La stanza del padre, curata meticolosamente da Davide Ferri e allestita in un’ala dell’ex deposito durante i giorni del festival. La mostra ruota intorno al doppio significato di padre, quello naturale e quello elettivo, scelto. Si va dalla performance di Agata Torelli, che intona una ninna nanna che le cantava il padre quando era piccola, al toccante e commovente ritratto che l’artista d’origini russe e naturalizzata italiana Elena Nemkova ha fatto al padre poco prima della sua morte. Dal collage di francobolli di Cesare Pietroiusti, che vuole “ridare” valore economico alla collezione di suo padre (scomparso alcuni anni fa) ‒ collezione che fu una delle ragioni del dissesto finanziario della famiglia ‒ ai diari pittorici giornalieri di Maria Morganti ‒ in cui l’artista sovrappone metodicamente un’unica campitura di colore a quella del giorno precedente ‒ che convivono in una teca con un diario di viaggio del padre, il quale è stato un noto giornalista del Corriere della Sera.
La mostra è stata anche l’occasione per una giornata d’incontri piena di storie intime, inedite e toccanti, con alcuni studiosi e artisti partecipanti. Dai racconti struggenti di Flavio Favelli, che ha ripercorso la sua infanzia e il drammatico rapporto col padre schizofrenico paranoide, recluso prima in un ospedale psichiatrico giudiziario e, ancora oggi, in un istituto di riposo, e di quanto quella presenza abbia influenzato la sua ricerca artistica e la sua vita, ai ricordi di Maria Morganti e la sua grande ammirazione per il padre che è stato, secondo le sue parole, un maestro di scrittura. Fino alla testimonianza di Franco Guerzoni che per la prima volta ha tentato di raccontare suo padre, figura ingombrante, anaffettiva che ha segnato pesantemente la sua vita e di cui ancora oggi non riesce a parlarne con distacco. Da un lato figure importanti, punti di riferimento imprescindibili, dall’altro modelli da rifuggire o rinnegare. Da un lato, rapporti meravigliosi da ricordare, dall’altro troppo dolorosi e quindi da sotterrare nel profondo dell’inconscio. Perché in fondo, senza dover scomodare teorie psicoanalitiche e varie scuole di pensiero, abbiamo avuto, o abbiamo, uno o più padri, di sesso maschile o femminile, naturali o eletti che siano.

Daniele Perra

www.ipercorpo.it

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia” “GQ.com”, "SOLAR". È consulente strategico per la comunicazione della FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE e docente di Contemporary Art e Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". Ha lavorato come Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Svezia, e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005). È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.