Amore, passione e morte. Billy Budd trionfa al Teatro dell’Opera di Roma

Un allestimento rigoroso, che restituisce il pathos e la complessità dell’opera di Britten. Deborah Warner ha firmato la regia di “Billy Budd”, la parabola umana in chiave marinaresca, tratta da un racconto di Melville.

Deborah Warner, Billy Budd. Photo Yasuko Kageyama _ Opera di Roma
Deborah Warner, Billy Budd. Photo Yasuko Kageyama _ Opera di Roma

È “una irrisolvibile ambiguità” la qualità che, secondo la regista Deborah Warner, caratterizza il Billy Budd di Benjamin Britten: l’opera è stata per la prima volta messa in scena a Roma ‒ si tratta di una coproduzione della Royal Opera House di Londra, del Teatro Real di Madrid e, appunto, del Teatro dell’Opera di Roma, già insignita dell’International Opera Award ‒ in un allestimento che in maniera magnifica ne ha restituito il complicato côté musicale, scenico e umano.

UN RACCONTO MARINARO DI MELVILLE

Tratta da un racconto di Melville, musicata da Britten ‒ mentre in stretta collaborazione lo scrittore Edward Morgan Forster e il drammaturgo Eric Crozier lavorano al libretto ‒ Billy Budd appare come un’aspra parabola umana, una rappresentazione della vita circoscritta nello spazio scenico e simbolico di una nave da guerra inglese, che solca i mari in attesa dello scontro ‒ che, beckettianamente, non avviene: e anche questo ha un senso nella visione di Britten ‒ con il nemico: è lì ‒ tra il ponte, sottocoperta e, infine, al braccio di uno dei pennoni ‒ che si consuma il dramma del giovane marinaio protagonista, accusato ingiustamente, sommariamente giudicato e, in conclusione, redento.

Deborah Warner, Billy Budd. Photo Yasuko Kageyama _ Opera di Roma
Deborah Warner, Billy Budd. Photo Yasuko Kageyama _ Opera di Roma

NEL VENTRE DELLA NAVE

L’HMS Indomitable, la fregata inglese che fa da sfondo al racconto, occupa, nell’allestimento di Warner, l’intero palcoscenico: Michael Levine, che ha curato le scenografie, l’ha immaginata come un grosso ventre, attraversato da corde e scale, con piattaforme che si alzano e basculano, a suddividere gli spazi della rappresentazione. È uno scenario claustrofobico che ben racconta quelle passioni represse ‒ carnali, sensuali e intellettuali ‒che solcano il dramma britteniano: un universo violento, alimentato da azioni che paiono senza scopo (i marinai che lavano il ponte, tirano le cime e spiegano le vele lo fanno come automi), reso con pochi elementi ‒ ma un gran lavoro, d’impeccabile precisione, a livello tecnico ‒ che sono esattamente quello che sono ‒ parti dell’imbarcazione ‒ e anche richiami simbolici.

LA NEBBIA E LE PASSIONI

La nebbia densa che ottunde la ragione, dando spazio alla crudeltà fine a stessa ‒ quella del villain Claggart ‒ o alla melanconia del capitano-philosophe Starry Vere ‒ a cui Warner ha regalato l’unica citazione pittorica della rappresentazione, quella del Marat davidiano ‒, si dirada realmente solo alla fine, quando il dramma si è consumato. Allora, quando Billy Budd ormai condannato a morte ha assolto i suoi nemici, Warner può finalmente ‒ e liberamente ‒ redimere l’universo pessimista evocato da Britten; laddove il libretto prevedrebbe che l’esecuzione avvenga dietro le quinte, la regista ha preferito un’immagine poetica, una sorta di ascensione laica, come un momento di rinfrancante tregua nel mare pericoloso dell’esistenza.

Maria Cristina Bastante

www.operaroma.it

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