Perform! Educare i bambini all’arte della performance

Centrale Fies_Art Work Space, in collaborazione con l'artista Hannes Egger e l’operatrice didattica Valeria Marchi, fa entrare la performance art nelle scuole primarie. Allo scopo di educare a un punto di vista non convenzionale, conoscere, conoscersi.

Chi sa cosa sia la performance art alzi la mano! Il termine performance oggi è utilizzato in maniera spropositata. Si riferisce a un concerto, a uno spettacolo, alla prestazione di una macchina, a un evento sportivo. Nel panorama artistico, però, il termine connota una serie di esperienze ben precise che potremmo circoscrivere a partire dagli Anni ’50 del secolo scorso a oggi. In Italia c’è un posto in particolare che da quattro decenni si occupa di diffondere e promuovere la conoscenza e le pratiche della performance art: Centrale Fies_Art Work Space, sede del festival internazionale di arti performative Drodesera, di free school e residenze artistiche. Proprio in questi giorni la Centrale è testimone di un percorso di avvicinamento alle pratiche della performance art pensato per le scuole, con il progetto Perform! Ma andiamo con ordine.
Al fine di sostenere questo settore dell’arte contemporanea, Centrale Fies ha intrecciato lungo la sua esistenza una serie di attività. Come ci racconta la sua direttrice artistica, Barbara Boninsegna, “nel 2007 nasce Fies Factory, il primo incubatore per artisti italiani under 30, finalizzato a creare uno spazio per lo sviluppo della live art e nuove strategie d’incontro tra giovani professionisti e artisti”. Nel 2012 nasce Live Works, una piattaforma di studio, pratica e teoria della performance art curata da Barbara Boninsegna, Simone Frangi e Daniel Blanga- Gubbay. “Gli obiettivi sono molteplici” ‒ prosegue Boninsegna ‒ “contribuire all’approfondimento e all’ampliamento della nozione di performance; sostenere dal punto di vista teorico, pratico e pragmatico gli artisti sia per la produzione che per lo sviluppo sostenibile delle loro opere; consegnare agli artisti un network effettivo e incredibilmente vasto nel mondo delle arti performative afferenti alle arti visive; individuare nuovi mercati e/o ecosistemi di riferimento. Live Works sceglie inizialmente la formula più classica del premio per poi rovesciarla. Trasforma la giuria in un vero e proprio network di curatori provenienti da realtà e strutture importanti all’interno di una rete internazionale che va dal Libano agli States passando per tutta Europa”.

Perform! Joan Jonas. Centrale Fies_Art Work Space, 2017. Photo Roberta Segata

Perform! Joan Jonas. Centrale Fies_Art Work Space, 2017. Photo Andrea Pizzalis

PERFORMANCE E GIOCO

Questo lavoro intenso attorno alle pratiche performative e alla loro teorizzazione porta il team di Centrale Fies a interrogarsi sul senso della performance legata al patrimonio immateriale e materiale che genera. Nasce in quest’ottica Enfant Terrible, pensato per avvicinare i bambini alle pratiche artistiche contemporanee che quest’anno si concretizza in Perform!. Un format inedito sull’ABC della performance art all’interno del programma delle scuole del territorio strutturato assieme a un team di artisti, curatori, antropologi, psicologi, pedagoghi, insegnanti, operatori didattici legati al mondo dell’arte. Perform! nasce come riadattamento per le scuole primarie del gioco sviluppato dall’artista Hannes Egger e dal curatore Denis Isaia. Il gioco originale è composto da un mazzo di 25 carte per quattro giocatori. Lo scopo è quello di rendere accessibili in modo ludico le tecniche creative della performance. Il format ideato per le scuole prevede una parte iniziale in cui si racconta ai bambini, in maniera dialogica e attraverso una serie di esercizi sullo spazio, il corpo e il tempo, che cos’è la performance art. Si prosegue con il lavoro di re-enactment di una selezione di performance storiche scelte per i caratteri di giocosità e collettività.
In Selbstbeschreibung (1973) ad esempio, Peter Weibel interrogava la sua identità, seguendo il profilo della propria ombra proiettata su un vetro. Hannes Egger e Valeria Marchi invitano allora i bambini a posizionare un foglio davanti a sé, su di una parete illuminata in modo tale da proiettarvi la propria ombra all’interno. Con una matita, ognuno scrive delle frasi su se stesso all’interno della silhouette proiettata sul foglio. In questo modo i bambini hanno modo di comprenderne il senso profondo delle opere del passato, di condividerlo con gli altri e di sperimentare le potenzialità espressive del proprio corpo come strumento di comunicazione simbolica.

Perform! Vito Acconci. Centrale Fies_Art Work Space, 2017. Photo Roberta Segata

Perform! Vito Acconci. Centrale Fies_Art Work Space, 2017. Photo Andrea Pizzalis

CONOSCERE E SPERIMENTARE

L’ultima fase del laboratorio, infine, riporta i bambini all’origine e alla storia delle performance messe in atto. Hannes Egger e Valeria Marchi hanno individuato performance di Yoko Ono, Jiri Kovanda, Adrian Piper, Bruce Nauman, Bas Jan Ader, Vito Acconci, Marina Abramović, Dennis Oppenheim, John Cage, Peter Weibel, Alighiero Boetti, Allan Kaprow. Attraverso questi capisaldi della performance, i bambini non solo imparano a conoscere un’arte storicizzata, ma la fanno propria, prima sperimentandola nel gioco e poi riconoscendola attraverso la documentazione video e il dialogo con gli operatori didattici.
A chi pensasse dunque che la performance sia una forma artistica troppo concettuale per essere compresa e apprezzata dai bambini Centrale Fies risponde: “Pensiamo che un percorso di avvicinamento alla performance art sia anche un modo per sviluppare un pensiero critico, un punto di vista non convenzionale, una molteplicità dello sguardo. Perché le arti contemporanee sono da sempre non solo documento per il futuro capace di raccontare la società con i suoi immaginari-ossessioni-paure-necessità-voglie-ingiustizie-lotte, ma ne svelano soprattutto le narrazioni autonome, diversificate e complesse rispetto al flusso narrativo mainstream imposto da un’epoca. Bisogna dare strumenti diversi, aprire riflessioni attraverso porte non accessibili nella quotidianità e al di fuori delle narrazioni portanti e ufficiali, farsi documento per domani di ciò che siamo oggi”.

Si ringrazia Barbara Boninsegna per la conversazione.

‒ Dalila D’Amico

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Dalila D'Amico

Dalila D'Amico

Dalila D'Amico è Dottore di ricerca in Musica e Spettacolo presso il Dipartimento di Storia dell'Arte e Spettacolo dell'Università di Roma La Sapienza, curatrice e videomaker freelance. Dal 2015, insieme a Giulio Barbato, cura la direzione artistica del festival video…

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