Teatro. Erodiade vent’anni dopo

Al Vie Festival di Modena, Julie Ann Anzilotti ripropone lo spettacolo che ha debuttato nel 1993. La versione attuale, con le scene di Alighiero Boetti, enfatizza il ruolo dell’eroina di Mallarmé, donna contesa tra bene e male, passione e catarsi.

Vie Festival 2017. Julie Ann Anzilotti, Erodiade. Photo Marco Caselli
Vie Festival 2017. Julie Ann Anzilotti, Erodiade. Photo Marco Caselli

Erodaide – Fame di vento, ossia quando il classico diventa un cammeo che conserva i nodi problematici connessi alle condizioni di creazione prima e di fattibilità poi. Al Vie Festival di Modena, rivedere dopo oltre vent’anni l’allestimento sull’opera incompiuta di Mallarmé è un heimat, un ritorno a casa, una nostalgia di fragrante vivacità intellettuale. Merito di Marinella Guatterini, che ha fatto rivivere al Teatro Storchi il lavoro rivitalizzato nel suo progetto Recostruction Italian Contemporary Choreography Anni 80/90. A quegli anni risale il lavoro andato in scena al Ponchielli nell’aprile del 1993. Oggi la narrazione coreografica ancora racconta le accorate tensioni delle avanguardie sul corpo che delinea una sua partitura plastica nello spazio, seguendo il ritmo del contrappunto musicale disegnato da Paul Hindemith.
Erodiade è una Giuditta in un corpo che trema di ossessione e slancio. È una Sancta Susanna pronta al sacrificio del sé sull’altare dell’Eros, una dannunziana Francesca da Rimini, una sensualità compressa come in una ritualità dal rigore orientale. È il conflitto tra il bene e il male, l’estasi e l’abisso che prendono il corpo delle danzatrici e ne fanno didascalia delle tensioni che da sempre sospendono l’arbitrio tra angelico e demoniaco.
Sono le figure care a Julie Ann Anzilotti della Compagnia XE, che ama individui comuni e personalità storiche in perenne tensione interiore.

Vie Festival 2017. Julie Ann Anzilotti, Erodiade. Photo Marco Caselli
Vie Festival 2017. Julie Ann Anzilotti, Erodiade. Photo Marco Caselli

ERODIADE E BOETTI

Per fortuna a svuotare di retorica il discorso simbolista c’è la scenografia di Alighiero e Boetti. Un autentico scambio di scena. Su siparietti a soffietto, l’artista disegna un cerchio rosso quasi a circoscrivere il caos dentro un cosmo infuocato di passione. È una scatola virtuale la sua ellisse per quelle linee, che il buon Longhi avrebbe definito “del disegno”, tanto aspirano alla bidimensionalità. Non potendolo fare diventano vibrazioni, echi, sussulti inscritti in un discorso di primi del Novecento la cui polvere è soffiata via da quell’inquietudine, quel malessere, quella tetraggine tutta attuale. Persino il Giovanni Battista e la voce fuori campo sembrano al servizio di una modernità linguistica che parla soprattutto di bellezza. Ecco allora il contrasto classico, quello svolazzare arioso della partitura gestuale che ha una forza espressiva ed esistenziale dirompente. Erodiade cerca affetto, amore, ma la strada, una scia rossa dietro l’ellisse, è una traccia lastricata di sangue.

Simone Azzoni

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.