Del potere e della potenza. Short Theatre 2017

Il festival romano Short Theatre ha appena chiuso i battenti. Una riflessione sul verbo “potere”, come egemonia e controllo ma anche come virtù e potenza, portata in scena dai numerosi artisti internazionali, studiosi e intellettuali che hanno alimentato questa dodicesima edizione.

Short Theatre 2017. Motus, Über Raffiche (nude expanded version). Photo Carolina Farina
Short Theatre 2017. Motus, Über Raffiche (nude expanded version). Photo Carolina Farina

Il verbo “potere” schiude due significati: rimanda a una autorità dominante o alla possibilità di raggiungere uno scopo. Potere come egemonia e controllo e Potere come virtù e potenza. Il festival appena concluso, Short Theatre, si è fatto pagina narrante di questa doppia anatomia del potere. Lo stato interiore è il titolo di questa dodicesima edizione, “un’ecologia del sé”, scrive il direttore artistico Fabrizio Arcuri, un invito ad “assumersi la responsabilità di andare oltre una cartografia disgregata … Per ridisegnare una mappa interiore in grado di contaminarsi con nuovi territori e riconoscere che altri sono ormai sommersi dalle acque di una convenzione che non coincide con la realtà che viviamo”. L’intento del festival è dunque quello di far emergere la potenza del “nostro stato interiore” per abbattere le logiche dei poteri che la sommergono. Tentativo ben riuscito in una programmazione che a più livelli si restituisce agli spettatori come attrito tra queste due facce di Giano.

GLI SPETTACOLI

Potere e potenza sono indubbiamente tematiche che alcuni spettacoli hanno affrontato più o meno dichiaratamente. Über Raffiche (nude expanded version) dei Motus affronta la conflittualità insita nella leadership, il rapporto fra trasgressori e forza dell’ordine, ma ancora di più i dispositivi coercitivi imposti dal farmaco potere che “attraverso gli ormoni, detiene dagli Anni Cinquanta del Novecento il controllo sui corpi, sui generi, e sulla nozione di «normalità»”. Lo spettacolo è un remake di Splendid’s, da una pièce teatrale di Jean Genet, che Motus aveva messo in scena nel 2002 con un cast maschile. Nell’autunno 2016, la compagnia lo riprende scardinandone alcune barriere. Lo spazio deputato ad accoglierlo, non più il palcoscenico, ma una camera d’albergo prima, luogo in cui la pièce di Genet è ambientata, e poi, a partire da Santarcangelo Festival 2017, uno spazio senza pareti, tratteggiato da arredi eleganti e da una mappa disegnata a terra che ricorda Dogville di Lars Von Trier.
L’altra è la barriera del genere, i personaggi dal nome maschile sono infatti affidati a un cast totalmente femminile. Quest’ultima scelta ha pungolato anche un altro potere, quello del copyright che impedisce di cambiare identità ai personaggi delle opere tutelate. Cosicché ÜBER RAFFICHE, pur riprendendo le tensioni, le intenzioni e la trama del testo di Genet, si affida alle parole di Magdalena Barile e Luca Scarlini. I gangster di Genet infatti sono per Motus un gruppo di attiviste che tiene testa al regime di dominio e di controllo eterosociale. L’ultima barriera infine è quella della forma. Lo spettacolo infatti non si lascia imprigionare (al contrario delle protagoniste nell’albergo) nei limiti di una rappresentazione autoconclusiva, ma procede in loop, senza inizio né fine per tre ore. Un dissolvimento di confini che diviene arma di resistenza al potere e potenza di liberazione dei corpi, delle voci e dei pensieri queer.

Short Theatre 2017. Fanny & Alexander, Discorso grigio. Photo Claudia Pajewski
Short Theatre 2017. Fanny & Alexander, Discorso grigio. Photo Claudia Pajewski

FANNY & ALEXANDER

Un altro spettacolo che pone in essere il potere è Discorso Grigio della compagnia ravennate Fanny & Alexander. Nato come radiodramma andato in onda su Rai Radio3 nel 2011, per il ciclo Tutto esaurito curato da Rodolfo Sacchettini, lo spettacolo fa parte del progetto della compagnia dedicato ai discorsi rivolti a una comunità. In scena, un esuberante Marco Cavalcoli è un neo presidente che si accinge a fare un discorso alla Nazione, imitando in maniera straordinaria le voci dei personaggi politici della recente storia italiana. Il potere che l’attore dovrebbe designare si frantuma in un mixage di parole, pernacchie, rumori che resettano il senso del discorso magnificandone la strategia retorica che vi soggiace. Il passaggio da una voce politica e all’altra senza soluzione di continuità appiattisce infatti ogni portato ideologico del soggetto imitato in posture vocali, tic individuali che gli spettatori italiani hanno ormai assorbito come cliché popolari. Come se non bastasse, inoltre, il potere del discorso politico, il suo compito di persuadere chi l’ascolta, perde ogni coordinata attraverso il gesto: per l’intero spettacolo l’attore scalcia, trema, si ritira, si slancia sempre a contrasto di ciò che sta dicendo. In questi movimenti convulsi penetra infine un altro potere, quello dell’autore che “eterodirige” l’attore dall’esterno attraverso delle cuffie. Così il potere per Fanny & Alexander si svuota nella forma, una forma però che ha la potenza di far vibrare la natura a cuore del teatro e della politica: la rappresentazione.

Short Theatre 2017. Rimini Protokol, Nachlass
Short Theatre 2017. Rimini Protokoll, Nachlass

IL POTERE DI FARE RETE

La potenza del festival emerge inoltre dalle diverse strategie adottate per aprirsi alla città, agli operatori, all’accademia, alle altre realtà che animano la vita teatrale romana.
Così, ad esempio, presenta Nachlass, l’installazione della compagnia tedesca Rimini Protokoll, in collaborazione con l’imminente festival Romaeuropa. Il Teatro India perciò diventa canale di passaggio di due tra le diverse manifestazioni che, da settembre a dicembre, arricchiscono la programmazione teatrale della città. L’installazione prende vita attraverso otto stanze che corrispondono ai racconti di altrettante persone, le quali hanno scelto di parlare della loro esistenza per regalare un lascito alla fine della propria vita. Il termine “Nachlass”, composto da «nach» (dopo) e dal verbo «lassen» (lasciare), indica infatti l’insieme del beni materiali e immateriali lasciati da un deceduto.
Non meno importante, la collaudata collaborazione con la rivista online Teatro e Critica, che quest’anno ha proposto Anatomia dello spettatore, un’indagine sulle forme di spettacolo partecipative che invita quindici spettatori “non abituali” in un percorso di dialogo e scoperta attorno alle arti sceniche contemporanee.
Non sono mancati gli incontri con chi ha il compito di storicizzare e capire il fluido e repentino movimento del teatro contemporaneo. Tra gli ospiti, Sergio Lo Gatto e Matteo Antonaci che hanno curato VISIONI, CULTURE, IPERSCENE ‒ Il teatro dell’oggi; Hans-Thies Lehmann, in occasione della traduzione italiana di Cue Press del celebre libro Postdramatisches Theater del ’99. Un testo più citato che letto, come esordisce il critico Graziano Graziani che ha condotto l’incontro, ma che certamente ha avuto il merito di far luce su alcune delle caratteristiche del teatro del secondo Novecento. Spazio anche alla presentazione di Sciami, il network dedicato al teatro, al video, al suono e al panorama delle performing arts, diretto da Valentina Valentini ed edito da Zu Creative Lab. Un progetto che riunisce online un patrimonio di risorse, ricerche e strumenti certamente preziosi per gli studiosi di teatro.
Questi e altri i poteri ricercati, sfidati e sovvertiti da Short Theatre, emblematicamente riassunti nel titolo del workshop condotto dall’attivista e artista Fannie Sosa, Pleasure Is Power, un laboratorio volto ad attivare strategie anti-colonialiste per riconquistare le funzioni del piacere nel corpo di chi danza.

Dalila D’Amico

www.shorttheatre.org

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Dalila D'Amico
Dalila D'Amico è Dottore di ricerca in Musica e Spettacolo presso il Dipartimento di Storia dell'Arte e Spettacolo dell'Università di Roma La Sapienza, curatrice e videomaker freelance. Dal 2015, insieme a Giulio Barbato, cura la direzione artistica del festival video “ Retina”. Dal 2010 fa parte del collettivo artistico Vjit insieme a Francesco Iezzi e Maria Costanza Barberio. Vjit è un progetto interdisciplinare con base a Roma, il cui ambito di sperimentazione ruota attorno all'interazione tra suono e immagine dal vivo.